A noi che siamo gente di pianura Navigatori esperti di città Il mare ci fa sempre un po' paura Per quell'idea di troppa libertà... (cit.)
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A noi che siamo gente di pianura Navigatori esperti di città Il mare ci fa sempre un po' paura Per quell'idea di troppa libertà... (cit.)
Non un genere alla volta. Non un autore alla volta. Un solo libro. Per sette giorni. Poi cambia.
Si chiama Morioka Shoten. Apre all'una del pomeriggio, chiude alle venti. Dentro non c'è niente. Un piccolo bancone vintage. Una lampada nera. Una sedia. E un tavolo basso, al centro della stanza, su cui sono impilate le copie dello stesso libro. Quello della settimana.
Se entri martedì, trovi un romanzo di una giovane autrice di Kyoto. Se torni la settimana dopo, trovi un libro di fotografie. La settimana dopo, un saggio sull'architettura. La settimana dopo ancora, una raccolta di poesie. Sempre un solo libro per volta. Sempre quello, e basta.
L'ha aperta il 5 maggio 2015 un libraio di Tokyo, Yoshiyuki Morioka, che aveva passato quasi vent'anni dentro librerie tradizionali, prima a Kanda nel quartiere dei libri usati, poi nella sua piccola libreria di Kayabacho. Un giorno, organizzando una serata con un autore in quella sua libreria precedente, aveva avuto un'intuizione. Aveva visto le persone, attorno a quel singolo autore, parlare per ore con un'attenzione che, dentro una libreria normale, non vedeva mai.
E aveva pensato una cosa precisa. Che la concentrazione su una sola cosa, in un mondo che ne offre mille, era diventata la più rara delle esperienze.
Si chiama, in giapponese, ichigyō zammai (一行三昧). Letteralmente, "concentrazione totale in una sola azione".
Ichigyō zammai non vuol dire "concentrarsi". In italiano "concentrarsi" ha una sfumatura di sforzo, di volontà, di tenere stretto. In giapponese, ichigyō zammai è l'opposto. È lasciare che una sola cosa si apra davanti a te così completamente che, per un certo tempo, tutto il resto sparisce. Non perché lo respingi. Perché quella cosa, lì, ha così tanto da darti che le altre, in quel momento, non hanno più posto. [...] ElenaGiappone, Facebook
Appello ai miei followers - un minuto di raccoglimento e preghiera a sostegno degli autori di satira in USA, che ogni mattina si svegliano e devono correre più veloce della realtá per non ritrovarsi disoccupati. Il ministro dei trasporti USA è un attore che ha fatto un reality show basato sui viaggi che è piaciuto a Trump. No, seriamente. Adesso con i casini sul prezzo del petrolio, la gente che dorme in macchina vicino all'ufficio perché non può permettersi di fare avanti e indietro da casa, voli cancellati, Spirit Airlines (la Ryanair americana, ma più sfigata) che dichiara fallimento con i suoi aerei ancora in aria che ricevono istruzioni di atterrare all'aeroporto più vicino - che fa il ministro dei trasporti? Salta fuori che non è al lavoro, almeno non al lavoro come ministro. Sta lavorando ad un nuovo reality basato su un road trip con la famiglia. E io vi chiedo: ma come si fa a fare satira su queste cose? Cioè, proprio, fisicamente, come è possibile rendere una cosa del genere ancora più ridicola? Eugenio Mastroviti, Facebook
Oggi si riparte con le prove INVALSI.
Le prove INVALSI inizialmente erano state concepite per valutare il sistema scolastico, compreso il lavoro svolto dal ministero, ma il ministero è potente e non ha voglia di essere valutato. Quindi, niente.
Poi, s'è cominciato a pensare di usare le prove INVALSI per valutare migliaia di dirigenti e docenti. Tuttavia, anche se dirigenti e docenti hanno meno potere del ministero, non hanno maggior voglia di sottostare a una simile valutazione. Quindi, niente (e meno male!).
E allora s'è scelto di usare le prove INVALSI per valutare la preparazione di migliaia di studenti. Chiariamoci: si tratta di gente che non ha più voglia di essere sottoposta a valutazione di ministeri, dirigenti e docenti, però ha una caratteristica che rende fattibile l'operazione: non conta assolutamente nulla. E così, da troppi anni, una popolazione adulta che ha dato prova di sicura immaturità usa i dati INVALSI per raccontarsi quant'è immatura l'infanzia e quant'è immatura l'adolescenza.
Insomma, la situazione resta grave, ma non seria. Cristiano Corsini, Facebook
Oggi è morto Olivier Dupuis. Si fece arrestare perché rifiutò la leva belga, lottando per un esercito comune europeo.
Forse voi non lo conoscete, ma il suo antimilitarismo nonviolento ha tanto da insegnarci.
Sono ormai oltre 80 anni che si parla di esercito europeo. C’è stata una persona che, per l’esercito europeo, si fece condannare a due anni di carcere. Quella persona era Olivier Dupuis, che nel 1985 rifiutò la leva nell’esercito del Belgio. È morto oggi, ricorrendo all'eutanasia nel suo Paese, ma c'è molto da imparare dalla sua storia.
Quando si fece arrestare nel 1985, Olivier Dupuis era un giovane antimilitarista nonviolento, non un pacifista. Era cioè convinto che un esercito europeo, assieme a un servizio civile europeo e a un grande piano di aiuti allo sviluppo e di promozione della democrazia, avrebbe potuto garantire la pace. La sua storia andrebbe raccontata ai protagonisti dello scontro tra chi invoca il riarmo degli eserciti nazionali e chi, al contrario, predica la rinuncia alla difesa dell’Ucraina e dell’Europa. Potrebbero così comprendere tutti che esiste un’alternativa fondata sull’assunzione di responsabilità europea nella difesa della democrazia e dello Stato di diritto.
L'ho conosciuto negli anni in cui il Partito Radicale, di cui è stato segretario, e le altre forze federaliste europee avevano come parola d'ordine “L’Europa nasce o muore a Sarajevo”. Forse non è andata nel migliore dei modi, ma lui ha continuato a nutrire quella speranza fino alla fine. Marco Cappato, Facebook
Non è solo una boutade da bar, è il manifesto di un declino programmato. Quando Matteo Salvini arriva a sostenere che distinguere un faggio da un pioppo sia "più avanti culturalmente" del saper risolvere un’operazione aritmetica elementare, non sta solo svendendo il futuro dei nostri figli: sta scientemente coltivando l’esercito dei prossimi analfabeti funzionali.
Mentre il mondo corre a velocità folle tra rivoluzioni tecnologiche e intelligenza artificiale, mentre le potenze globali ci sorpassano lasciandoci a raccogliere le briciole di uno "zero virgola" di PIL, il Vicepremier della Repubblica Italiana decide di fare il verso al progresso. È inaudito che un Ministro, anziché spingere sulle competenze e sul rigore educativo, si faccia promotore di un ritorno alla clava, mascherato da improbabile sensibilità bucolica.
Ma la responsabilità non è solo della politica. Qui c’è da puntare il dito contro quei genitori che, affascinati da questo feticismo del primitivismo, scambiano la negligenza educativa per "libertà". È il trionfo di quel naturalismo da operetta che mischia fanatismo bio, crociate anti-OGM e pericolose derive antivacciniste: un cocktail di oscurantismo che rifiuta la scienza per abbracciare la superstizione. Chi sceglie di crescere figli che sanno riconoscere le bacche (salvo poi intossicarsi con i funghi e correre dai medici del PS) ma arrancano davanti a una moltiplicazione sta commettendo un crimine sociale.
Questi genitori non stanno "proteggendo" i propri figli; stanno sdoganando l'ignoranza come scelta di vita, elevando il vuoto cognitivo a status symbol etico. State crescendo individui destinati alla marginalità, facili prede di un cinismo politico che ha bisogno del vuoto intellettuale per prosperare.
L’obiettivo di Salvini è chiaro: una società di ignoranti è una società governabile. Un popolo che non sa far di conto è un popolo che non può analizzare un bilancio, che non comprende la portata di un debito pubblico e che, terrorizzato da un mondo che non capisce, finisce per cercare rifugio nel primo populista che promette di fermare il tempo tra un salasso di sanguisughe e una preghiera alla luna.
È una deriva vergognosa. Chi ha ancora la capacità di ragionare non può restare a guardare mentre si trasforma l’istruzione in una transumanza e la scuola in un optional.
Quando l’ignoranza diventa un valore, la democrazia ha già perso. Fabrizio Stevanato, Facebook
La sceneggiata del Washington Hilton
Proviamo a ragionare. Mettiamoci nei panni di Donald Trump qualche giorno fa, quando i suoi consiglieri gli hanno messo davanti il calendario. 25 aprile, sabato, Washington Hilton, cena della White House Correspondents’ Association. L’evento più simbolico del rapporto fra presidenza americana e stampa libera. Una tradizione che dura dal 1921 e che lui, durante il primo mandato, aveva sempre boicottato.
Stavolta no. A marzo aveva annunciato che ci sarebbe andato. Prima volta da presidente. Poi è cominciato il problema. Quasi 500 giornalisti in pensione hanno firmato una petizione che chiedeva all’associazione di “dimostrare con forza l’opposizione agli sforzi di Trump di calpestare la libertà di stampa”. Dan Rather, Jim Acosta, una coalizione di organizzazioni del giornalismo. Tutti pronti a trasformare la cena in un processo pubblico. Niente comico quest’anno, hanno scelto un mentalista, Oz Pearlman, proprio per evitare il rischio di un monologo che facesse a pezzi il presidente in mondovisione su CNN e C-SPAN. Il problema vero erano i premi. Il Wall Street Journal, lo stesso giornale che Trump ha querelato per la storia della lettera di compleanno a Epstein, doveva ricevere il Katharine Graham Award. Davanti a lui. Sul palco. Causa archiviata da un giudice poche settimane fa, peraltro.
Mettetevi nei suoi panni. Non puoi non andare, perché dopo aver annunciato la presenza un dietrofront sarebbe stato letto come fuga. Andare significava starsene seduto mentre la sala applaudiva il giornale che ha pubblicato la sua firma sulla letterina a un pedofilo. Significava sopportare le ovazioni alla First Amendment proprio mentre il suo Dipartimento di Giustizia processa Don Lemon e Georgia Fort, l’FBI ha perquisito casa di una giornalista del Washington Post, Voice of America è stata smantellata, PBS e NPR definanziate, l’AP cacciata dagli eventi presidenziali per la storia del Golfo del Messico. Tutto questo lì, davanti, in diretta.
Una mattanza politica. Un disastro. Che si fa.
Si fa che, verso le nove di sera del 25 aprile, guarda un po’, un uomo di trentuno anni, Cole Allen, di Torrance, California, si presenta al checkpoint del Washington Hilton “armato di multiple armi”. Multiple. Plurale. Eppure il magnetometro, evidentemente distratto, lo lascia passare. Carica, spara, viene “abbattuto” dal Secret Service. Un agente colpito al petto, salvato dal giubbotto. “Il giubbotto ha fatto il suo lavoro”, dice Trump poco dopo dalla Casa Bianca, in conferenza stampa, con quel sorrisetto del bambino che ha appena rotto il vaso e sa che gliela faranno passare liscia. Il presidente è stato evacuato. La cena sospesa. I premi mai consegnati. Il discorso del Wall Street Journal mai pronunciato. Il mentalista mai salito sul palco. Una sfortuna nera, davvero.
Trump dirà di aver “combattuto come un leone” per restare. Naturalmente. Posterà su Truth Social le foto del presunto attentatore steso a terra, e il video di sorveglianza dell’episodio. Tutto già pronto, tutto già montato, in tempi che neanche la regia di un reality. Definirà l’uomo “lupo solitario”, che è la formula magica che si usa quando non si vuole indagare oltre. Modi, Takaichi, Sheinbaum manderanno messaggi di condanna e sollievo. Il vicedirettore del Secret Service Quinn parlerà di “vile attentato a una tragedia nazionale”. Tutti parleranno per giorni del coraggio del presidente, della violenza politica contro Trump, del terzo attentato dopo Butler e West Palm Beach. Nessuno parlerà del premio al Wall Street Journal. Nessuno parlerà della petizione dei 500 giornalisti. Nessuno parlerà di Epstein.
Funziona. Funziona benissimo.
Strano, no. Strano questo tempismo. Strana questa coincidenza per cui un attentatore decide di colpire proprio nella sera in cui Trump aveva tutto da perdere e niente da guadagnare a presentarsi. Strano questo magnetometro che lascia passare un uomo “armato di multiple armi”, in uno degli eventi più sorvegliati dell’anno, dove ci sono presidente, vicepresidente, gabinetto, speaker della Camera, mezza Washington. Strano questo agente colpito al petto che però sta benissimo. Strano che l’attentatore sia vivo, in custodia, ferito ma vivo, pronto a essere processato lunedì da Jeanine Pirro, già giudice, già conduttrice Fox News, oggi procuratrice federale del Distretto di Columbia per nomina trumpiana. Una garanzia di terzietà.
Sia chiaro. Nessuno sta dicendo che Trump abbia organizzato un finto attentato. Per carità. Si dice solo che, se uno volesse organizzare un finto attentato per uscire da una serata politicamente catastrofica trasformandosi nella vittima invece che nell’imputato, otterrebbe esattamente quello che è successo ieri sera al Washington Hilton. Esattamente. Stessa scena, stesso copione, stesso epilogo. Con un giubbotto antiproiettile che fa il suo lavoro, naturalmente. Sempre.
Però magari è solo una coincidenza. Magari Cole Allen è davvero un lupo solitario uscito dal nulla proprio quella sera, proprio in quel posto, proprio al checkpoint, proprio mentre il presidente stava per essere umiliato in diretta nazionale, proprio con armi multiple, proprio davanti agli unici agenti del Secret Service che riescono a sparare senza uccidere il bersaglio. Magari. Tutto può essere.
E poi, diciamocelo, perché mai Donald Trump dovrebbe inscenare un attentato. Lui che ha sempre avuto un rapporto così schietto con la verità. Lui che non ha mai sfruttato un’immagine, mai gonfiato un numero, mai inventato un nemico. Lui che a Butler, sangue sull’orecchio e pugno alzato, fece quella foto perfetta in due secondi, tre quarti di profilo, bandiera dietro, fotografo posizionato giusto. Improvvisazione pura. Genio del momento. Mai una regia, mai un calcolo. Un uomo semplice.
Quindi sì, certamente. Attentato vero. Cole Allen lupo solitario. Magnetometro distratto. Giubbotto miracoloso. Procuratrice imparziale. Tempismo casuale. Tutto perfettamente normale.
Continuate pure ad applaudire. Ha funzionato anche stavolta.
[Timostene, Trumpistan - Notizie e aggiornamenti, Facebook]
Trump ha appena licenziato tutti i 24 membri del National Science Board. Tutti. Via email. Senza preavviso. Senza motivo fornito. Il board esiste dal 1950.
Il National Science Board è l'ente indipendente che supervisiona la National Science Foundation, l'agenzia che distribuisce 9 miliardi di dollari in sovvenzioni per la ricerca ogni anno.
I suoi membri sono scienziati e ingegneri provenienti da università e industria. Fanno mandati sfalsati di sei anni specificamente per attraversare le varie amministrazioni presidenziali e rimanere indipendenti da chiunque sia al potere.
Venerdì, ognuna di loro ha ricevuto la stessa email da Mary Sprowls dell'Ufficio Personale Presidenziale: "A nome del Presidente Donald J Trump, Le scrivo per informarla che il Suo ruolo di membro del National Science Board è terminato, con effetto immediato. Grazie per il Suo servizio."
Tutto qui. È l'intera lettera. Per 76 anni di indipendenza istituzionale.
Dietro la NSF c’è la scienza di base, le risonanze magnetiche, I cellulari. L'intervento laser agli occhi LASIK, Il GPS. Internet stesso. Le stazioni di ricerca in Antartide. I telescopi per lo spazio profondo. Le navi da ricerca che mappano il fondale oceanico. Ogni ricerca che ha reso l'America leader mondiale nella scienza per la maggior parte di un secolo risale alle sovvenzioni concesse da quest'agenzia e approvate da questo board.
Ora non c'è più. Zoe Lofgren della California, la democratica di punta nel Comitato Scienza della Camera, lo ha definito "l'ultima mossa stupida compiuta da un presidente che continua a danneggiare la scienza e l'innovazione americana. Il presidente riempirà l'NSB con lealisti MAGA che non gli si opporranno mentre consegna la nostra leadership nella scienza ai nostri avversari.
Perché mentre Trump sta licenziando scienziati americani, la Cina sta costruendo università di ricerca a un ritmo che non possiamo eguagliare? Il CDC ha appena seppellito uno studio che mostra che i vaccini funzionano.
RFK Jr. dirige l'HHS. L'EPA è devastata. Il Forest Service sta venendo smantellato. Metà dei bambini americani respirano aria pericolosa. E ora le persone che decidevano su cosa è il caso di fare ricerca negli Stati Uniti sono state tutte licenziate via email in un venerdì pomeriggio. F. Stevanato, Facebook
Posto che non è aumentata la dimensione dei nostri corpi, almeno non significativamente, l'unica ragione che trovo, per giustificare un aumento così sorprendente delle dimensioni delle auto, è l'aumento sconsiderato del nostro ego.
Eh...
A proposito di suo padre, che nella Banda dei sospiri appare irascibile e mezzo matto se non a volte furioso, come spesso i padri di una volta sempre portati agli eccessi (ne avevo anch'io avuto esperienza), questo suo padre quando stava morendo in ospedale, 1973, luglio, tumore al polmone, Celati mi raccontava che c'era tutto un vociferare in famiglia di turni per l'assistenza: tocca a te, no, l'ho fatto ieri dalle dieci alle undici, io oggi ho un impegno, la macchina... chi m'accompagna?, non me l'avevate detto, non si può dire e disdire... eccetera eccetera, come si immaginerà. E Celati, che aveva sempre avuto dei rapporti un po' burrascosi e un po' imbarazzati col padre, ha dichiarato che restava lui, tutto il tempo che occorreva, anche a dormire. Gli altri dopo qualche perplessità hanno taciuto. S'è portato dietro un libro ed è rimasto seduto di fianco al letto, su una poltrona reclinabile, ogni tanto leggendo, ogni tanto guardando suo padre che si spegneva e che, se non stava a occhi chiusi, lo guardava, poi chiudeva gli occhi, li riapriva, e continuava a guardarlo, senza tentare di parlare. Avrebbe voluto ogni tanto dirgli qualcosa, ma non sapeva cosa, non erano abituati a parlarsi, ma era come se si fossero riconciliati con questo estremo e muto discorso d'addio, che non aveva bisogno delle false parole di conforto, le solite, banali, che per abitudine si dicono.
Questo è quello che m'ha raccontato, sul valore anche intenso, carico di significato, del silenzio.
(Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia)
-in treno rido, sorrido e mi commuovo da sola mentre leggo questa “piccola meraviglia”-
IL VALORE DEL SILENZIO CONDIVISO 🔥
Una bizzarra performance anche per Trump quella che la Casa Bianca ha organizzato mentre infuriava ancora la polemica col Vaticano e sulla transustanziazione del presidente in Gesù Cristo artificiale.
Due sacchetti di fast food deliverati direttamente alle porte dello studio ovale da “Doordash Grandma” davanti telecamere convocate per riprendere il siparietto.
“Ma che sorpresa – non sembra per niente messo in scena”, dice Trump a cui bisogna riconoscere se non altro la schiettezza (o la sfacciataggine), per poi riprendere subito la pantomima.
“La ragione per questo è che mi è giunta voce che lei l’anno scorso avrebbe risparmiato $11000 grazie alla mia abrogazione delle tasse sulle mance…Venga, che facciamo una bella conferenza stampa con questi infidi giornalisti– sono cattivi, lo sa? Mica come lei…” La nonna in questione è Sharon Simmons, 58 anni dell’Arkansas, 10 nipoti e un “gig” di delivery per sbarcare il lunario e contribuire alle cure del marito malato di cancro.
“Ecco vede un altro vantaggio, Doordash sta facendo davvero un gran lavoro”, il con mandante in capo esulta per questa tipologia partorita dalla kleptocrazia rapace: nonna-delivery, costretta a lavorare per mance per supplire alla mancanza di sanità pubblica. Pensionati trasformati in deliveroo ad oltranza. A Mar a Lago nel fine settimane si prevedono grasse pacche sulle spalle alla tavolata degli oligarchi.
Poi si scoprirà che la nonna fattorina trumpista già l’anno scorso era stata tirata fuori per promuovere la finanziaria Big and Beautiful” che ha tagliato miliardi di tasse ai miliardari aggiungendone altrettanti al deficit del bilancio pubblico.
Magari oltre che coi sacchetti di McDonalds, la signora Sharon arrotonda pure come Trump testimonial part time. (Intanto Trump fa gran mostra di elargirgli lauta mancia in diretta spigrendogli nel palmo un bel malloppo di banconote esentasse)
EPILOGO: Inevitabili altre domande sul selfie-santino postato travestito da Jesus Christ: “Si, certo l’ho postata io, ma avete capito male, mi rappresenta come medico, mica Messia! Sono un guaritore nato. Non avete sentito? Pure il marito della qui presente si può curare grazie alle mie mance. Non è vero signora? Dica a suo marito che se volete vi invito al match di arti marziali miste che il 14 giugno faremo qui ala Casa Bianca. È il mio compleanno.” Luca Celada, Facebook 😓
La nostra linea di politica estera con Israele è chiara: chiediamo chiarimenti. A ogni strage; a ogni crimine di guerra, a ogni base Onu cannoneggiata, noi chiediamo chiarimenti. D'altro canto il povero Tajani, con quell'aria sempre spaesata, ha esattamente la faccia di chi chiede chiarimenti, o anche indicazioni stradali, o almeno dove si trova e che ore sono. Alessandro Gilioli, Facebook
Fabio Magnasciutti, Facebook 🌚🌒
Quello che sta accadendo in queste ore va oltre la tragicommedia. Atto primo: Meloni chiama privatamente Delmastro, Bartolozzi e Santanchè. Il messaggio è chiaro: fatevi da parte. Delmastro obbedisce, Bartolozzi obbedisce. Santanchè risponde picche. Atto secondo: Meloni, visto che in privato la ministra del Turismo fa orecchie da mercante, lo scrive pubblicamente: “Auspico che analoga scelta delle dimissioni sia condivisa dal ministro del Turismo”. Atto terzo: Santanchè legge la nota. La legge tutta l’Italia. La leggono i giornalisti, i parlamentari, i gatti di Roma. E cosa fa? Conferma le riunioni di domani: agenda piena. Atto quarto: Meloni, a corto di opzioni, fa filtrare ai giornali che è pronta a ritirarle le deleghe. Siamo alla Presidente del Consiglio che deve minacciare una sua ministra per convincerla a togliersi dai piedi. Tutto questo perché 15 milioni di italiani sono andati a votare e hanno detto No. Un singolo referendum e il governo è esploso. Tre anni a coprire tutto e tutti. Tre anni di “andiamo avanti”, “nessuna crisi”, “il governo è solido”. Poi basta un No e viene giù la scenografia. E sotto c’è quello che c’è sempre stato: un sottosegretario che apriva ristoranti con gente legata ai clan, una funzionaria che chiamava i magistrati “plotoni di esecuzione”, una ministra con quattro inchieste che tratta la poltrona come un diritto di nascita e una premier che, dopo averli coperti per convenienza, ha deciso di sacrificarli come capro espiatorio. La leader che doveva comandare l’Italia e che per mandare a casa una ministra deve passare dalla preghiera privata, alla nota pubblica, alla minaccia sulle deleghe. Qualcuno, a questo punto, chiami i Carabinieri. Abolizione del suffragio universale, Facebook
Andrea Bozzo, Facebook