Face – Esposizione di Redville (Off Bologna 23 ottobre – 18 novembre)
HO SEMPRE SOGNATO DI BACIARE GRACE JONES (Carmen Nemrac)
All’Off di Bologna, tra le bottiglie esposte, s’è infrattato Babau, un mostrillo tutto rosa ti invita ad entrare alla “We want you”. Il mostrillo rosa shockin’ (come lo chiamavamo da piccoli) è l’ultima creatura di Redville (Benedetta Bartolucci), arrivata con l’aria frizzante di fine primavera destinata alla celebrità, a scrivere il proprio futuro con la saggezza dei suoi tre occhi da non corvo, ma un po’ cervo.
La mostra inizia con un tuffo nel blu bestiale, denso come il sangue delle bestie impaurite dall’odore della morte, il sangue blu: nobile per definizione ma carnale nelle intenzioni.
I moltheniani titoli delle opere, dal primo all’ultimo, scrivono una storia parallela a cio’ che il cavernoso spazio – nell’accezione platonica del termine - ci invita a cercare alle pareti: occhi bocche, facce, persino barbe e fasi del sonno alterate da alcool e ombre. I titoli restano la chiave per provare a decifrare l’universo interiore dell’ artista: la sua memoria e la sua immaginazione sono la materia prima delle sue creazioni, colei che vive la sua vita senza paura del dolore e delle ferite se questo regala verità e profondità al vissuto.
Per riuscire a tuffarsi letteralmente in questa parentesi blu occorre prendersi il tempo per guardare, percepire la stratificazione che spalanca l’umano orizzonte; ciò che un altro artista del confine tempo fa ha rappresentato come i 21 grammi che fanno la differenza, nel disegnare ogni singolo destino.
Ciascuna opera è un tributo all’umana esperienza che, ad ogni tappa, mette a fuoco un dettaglio, emerso come un ancora narrativa, dal caos blu spesso scontornato nel giallo.
La pace, è partenza e finale di un girotondo di corpi, dei loro stessi umori interni, è sintetizzata nella distinta chioma bionda che incornicia il profilo di un volto (finalmente o no) rosa plastic barbie: terreno e superficie per occhi serrati, o forse, accecati di Vita. Occhi rivolti al dentro, al richiamo del cuore, in ascolto di quell’amore e di quel sentire che tutto muove.
I miei occhi sono i tuoi poco importa se mi vedi, ti vedo. M’hai scavata da dentro, il mostrillo almost fucsia, obeso e leggiadro è il nuovo ossimoro interiore: le conseguenze dell’amore.
Incontrare le facce di Redville è un viaggio dentro un ellisse: un non tempo per ridisegnare l’identità, uno spazio dove le geometrie diamantesche e i colori primari cercano il loro posto nelle sfumature, coadiuvate dall’indeterminatezza delle forme, metafora dell’autorevolezza del sentire,
Il volto si stratifica, attraverso la tecnica creatrice della faccia stessa, schermata nel suo profondo sentire dalle apparenze spesso disturbanti che se non attraggono lo scavo, al contempo scherniscono chi non riesce a cogliere l’ironico strato di colla idratante che invita a non abbassare lo sguardo.
Le facce di Redville, sono tattili alla vista e vorticose oltre il tempo della visione puramente narrativa.
Invitano al contatto e all’empatia con i (s)oggetti delle opere, protagonisti di carnali ferite ed umane tragedie.