Vedo Satana cadere come la folgore... Effimera quanto potenzialmente rovinosa scarica elettrica, ma pure effetto ottico lungo un istante: quel fulmine evocato nell'ultimo scorcio di Novecento da René Girard è nemico visibile quanto caduco, vero finché vi si volge lo sguardo. Si vedrà poi quanto quel termine – nemico - sia insufficiente, nello studio del grande antropologo e filosofo, per ora vada per la comodità. Girard era cattolico. Ma ciò ha poco a che vedere con il fascino universale del suo pensiero. Una sua lettura laica non soltanto è possibile, ma imposta dal flusso libero della costruzione antropologica (costruzione del mondo, nel mondo) alla foce della quale si pone l'abbraccio di fede dell'autore. Potrebbe essere estuario o sabbie di dubbio, poco o nulla cambierebbe.
Papa Francesco, in queste settimane all'ottavo anno di pontificato (il suo buonasera risuonò per la prima voluta in San Pietro il 13 marzo 2013) con la divagazione d'ouverture, c'entra. C'entra con il rapporto tra professione di fede e condotte secolari che innerva la sua stessa missione storica (il suo mestiere, diremmo); c'entra con Satana e le sue declinazioni mondane. C'entra poiché Satana (ancora, per comodità terminologica, usiamo questo nome) nei propri linguaggi che interessano gli umani non ha nulla di necessariamente trascendente: è mondo e libido e conflitto puri. Eccome se Francesco c'entra.
L'operato apostolico di Bergoglio attraversa acque di tempesta: alla consueta grandine fuori delle mura pietrine, si aggiunge un vortice d'epicentro sotterraneo che sgorga dall'interno della stessa Chiesa. E quante parole e definizioni vediamo sprecare, pure sulle sue preferenze politiche in senso stretto. L'impressione, anzi la certezza, è che l'acredine sorga, sempre e perciò nel caso del Papa in maniera più conclamata e virulenta, quando la manifestazione suprema di una propria istanza (di fede, in questo caso) non incarni perfettamente e prevedibilmente le proprie convinzioni pregiudiziali. Ebbene, Francesco non ne incarna una che sia una, di previsioni pregiudiziali e visioni solipsistiche della comunità ecclesiale e umana in genere. E ciò non significa affatto che smetta di essere Papa, con tutte le implicazioni: secolarmente, monarca assoluto che – ce lo ricordava un bell'articolo del Foglio giorni fa – non ha necessità di motivare decisioni drastiche come quelle riguardanti il cardinale Becciu o il fondatore della Comunità di Bose; spiritualmente, guida evangelica.
E qui, in cauda, ecco Francesco, per esempio: “In Quaresima digiunate, sì, ma di pettegolezzi e maldicenze”. Ché queste e quelli alimentano il conflitto, la rivalsa, e poi ancora daccapo. Non occorre aggiungere elettricità all'aria perché la folgore esploda e cada. Satana – cioè il male del mondo - non è nemico possente per forza, lo diventa se ne viene legittimata l'esistenza. È altro da fugare, quando è ancora nebbia e materia di scelta. Non serve delegittimarne la forza, quanto legittimarne la non vita. Facendo. Questo pare dire Francesco - e non c'entra qui il suo magistero sul demonio nell'ottica del trascendente, che solo ai cattolici necessariamente si rivolge - a deboli e forti. Non è indispensabile essere cattolici per capirlo: la fine del mondo dalla quale il Papa disse di provenire è, facciamo che sia, la caduta ingloriosa della folgore.
Romanzo sofferto e oscuro di Elsa Morante, "Aracoeli" ha come protagonista un bimbo insoluto, di 40 anni e più, omosessuale, che maledice e
C’è luce ponente su Aracoeli, l’ultimo romanzo della vita (e della morte, della quale ispirazione e testo sono intrisi) di Elsa Morante. Ponente, occidente, calante, nello specchio di sofferenza reale della scrittrice, e però mai fioca. Critica, certo, avveduta e più o meno distante per palato dalle atmosfere bianco e nere della immensa narratrice nelle quali l’esplosione è calor bianco e la notte pura tenebra, ne ha scritto annusandovi degrado sociale e umano, decostruzione fosca, disperazione. Romanzo fra i più sofferti e oscuri di Elsa Morante, edito da Einaudi, Aracoeli (392 pagine, ) possiede nei geni e nella fioritura, questi e quella. Però depista, in irti infiniti singulti stilistici come in piene vampate di luce lontana – tanto più remota e impalpabile, quanto più violenta e vera – nella ricerca labirintica di causa ed effetto, brace generatrice o cenere residua. Presupposto emotivo o risultato sciolto magari nel pianto, come quello che prelude al finale, del protagonista. Il degrado è ciò che si vede, ciò che è reale. Non tutto.
Un figlio, una madre
Questi, il protagonista monologante, è un uomo che ha scavalcato i quaranta, bambino insoluto; è un omosessuale in forma idolatra febbricitante incurante di sé, anzi assetato del sistematico maltrattamento e abbandono, però non incarna una novella di genere o di pienezza identitaria; è borghese (per le strade dell’Italia della contestazione e degli anni di piombo, dopo essere stato bambino negli anni del fascismo e della guerra) come spesso indulge ad autoflagellarsi, nauseato e alla propria nausea irresolubilmente incollato; è un figlio. E infine maledice la madre, unica, perduta però perenne fonte di amore. Insurrogabile e compulsivamente surrogata.
C’è molto, troppo, in questa opera che viaggia da labirinti incurvati dentro, da un periodare a tratti oscuro e sofferto, oppure spicca voli di autenticità affettiva che il fiato lo mozzano fino alla commozione, tirato e risparmiato per il prossimo, imminente, allungo di quel monologo interiore che s’inganna senza mai credere pienamente al tranello. Ai mille tranelli ai quali Kafka dava i sembianti di bivi inforcati i quali solo un punto d’arrivo è certo: il non ritorno. Che Elsa Morante amasse e conoscesse gli stretti passaggi alla luce tagliente – e possibilmente mai visibile – del genio boemo, era noto. Dagli esercizi di stile nel racconto L’uomo dagli occhiali, fino a certe estenuanti cacce d’Arianna appresso al filo spezzato della ragione e della topografia in Menzogna e sortilegio. Qui, a rendere tributo naturale, antimitica e sgorgante, è la visione del castelluccio andaluso ai piedi del quale Manuele-Manuelito, sulle piste dell’infanzia della madre due volte abbandonatrice – la prima, con la fuga dalla casa di famiglia, la seconda con la morte addenda del disfacimento del sepolcro bombardato del Verano – frena il passo già strascicato, per concludere presto che quella pietra non ha più valore ed è come un pozzo secco senza soffitto. Passa oltre, senza tuttavia riuscire a districarsi per davvero dalla lanugine di memoria falsa e trucemente emotiva che lo guida e tradisce e infine determina: nessuna storia, neppure la più vera, è reale, ma immaginaria.
L’originale narrativa del doppio
È qui che si innesta l’originale narrativa del doppio apparentata con i più grandi del secolo passato e di quello ancora prima, che rende Manuele-Manuelito sosia dostoevskijano e anacronistico di un altro Manuel, il fratello della madre andalusa morto giovanissimo nella guerra civile spagnola, combattendo Franco “dalla parte sbagliata” rispetto alle credenze e alle icone valoriali di famiglia. Rispetto al Sosia del russo, qui l’incarnazione non si concreta nella parodia cattiva e moralmente sghemba del proprio uguale, ma nello specchio bello dell’idealizzazione infantile, immutabile. Resta cenere, cartoline postume e, soprattutto, i piedi incatenati alla “parte sbagliata”: fuori della politica e della storia, nell’esistenza. Manuele, pure agli occhi dei suoi idolatrati-odiati maschi rivoluzionari che in quegli anni in Italia profetizzano la fine del capitalismo borghese, che di lui usano e fanno trascurabile pattume (salvo poi incravattarsi e smaltire gli eccessi antagonisti in formazioni moderate e dimostrare che poi cotanti maschi integerrimi non sarebbero mai potuti essere) è dalla “parte sbagliata”: è un borghese, uno stigma più che un male. Così arriva la confessione trasognata di possedere un’intelligenza e non essere in grado di usarla, la castrazione quotidiana dietro la siccità dall’altra parte di una diga che, a monte, trabocca di bisogno e capacità di affetto annegata. La tematica psicanalitica è talmente rimbombante da impallidire nel proprio verbo davanti alla sua stessa, agnostica, drammatica stesura esistenziale, che la precede e le sopravvive. E finisce essa stessa in platea, da stipite a chiave confusa dentro un mazzo d’altre cento.
Il doppio fallito, doppio anche nel sembiante, come esplicazione sana ma naufragata del passaggio dall’infanzia gelosa alla maturità consapevole: incarnazione impossibile. Encarnación si chiama la sorellina morta prematuramente, che costa all’andalusa Aracoeli, la Madre, una spossata depressione fatale. Poi sarà un cancro alla testa – ma qui Manuele non assentirà mai, asseverando sapendo di mentire la versione odiosa che gli salva la sopravvivenza ma non la vita, della bestialità materna – ne minerà e stravolgerà la condotta e le vibrazioni fino a farla diventare preda ninfomane del primo venuto prima, prostituta poi.
Non finisce nel turbine folle del monologo interiore schnitzleriano, Manuel: non usa l’intelligenza oppure, quando ciò accade, lo fa volontariamente in modo stolto. Autoinfliggendosi sonno e dolore plastico, attraverso alcol, narcotici che sostituiscono, con l’età, le piccole mutilazioni corporali: è quel che resta del doppio, la cui caratteristica fondamentale è travolgere anche l’uno quando esso, di per sé, arriva alla disintegrazione. Ed ecco, allora, aggirarsi per le strade di notte in caccia compulsiva di fugaci schiavitù sessuali o nella Sierra andalusa polverosa, l’uno frantumato, orfano della propria integrità paradisiaca, doppia. Lo zio è la stessa madre, ne ha il viso irripetibile e uguale, maschio tecnico di una femmina di acciaio lucente, come la vite dentro il dado.
Senza meta e senza metà
Si aggira senza meta e senza metà, questo Pasolini parziale privato senza qualità, che in questo caso è invece tutto se stesso: incapace di essere di più, di vedersi meglio, di fare poesia e trasudare sofferenza per provare a cambiare, se non se stesso, la realtà circostante. Ma come fare, se è immaginario tutto, pure il vero? Se nulla ha davvero valore, neppure la stessa vita? Ecco allora che l’uomo, il ragazzo di vita diventa straniero camusiano, disinteressato alla propria sorte non scorgendone neanche il più remoto orizzonte; però, a differenza di quello, sente dolore, quella fitta che scava invisibilmente la faringe, quel giorno a San Lorenzo, a trovare, per l’ultima volta il padre a propria volta azzerato, per bucare il palloncino molle del pianto dirotto. Degrado sociale, effetto e successione temporale della stessa idra, la realtà-illusione. Senza qualità… Manuelito attraverso Morante sovverte Musil e il suo “centro inesistente” della sua prammatica e filosofia narrativa. Dimostra che essere inesistenti bacia senza vergogna l’essere reali. La carne neonata vagheggiata ridiventa senza passaggi gloriosi legno di burattino pensante. Uno sberleffo alla dialettica conosciuta, al doppio rassicurato dalla rivelazione sacra o dalla realizzazione positiva: blocchi di partenza ritardata, piantati lì da sempre. Il centro fiacco è un turbine arrugginito, è l’uomo stesso che sembra sillabare Gino Paoli, e dire che lui è ancora lì, nelle sue mutande: non roccia resistente ma morena stanca. Ironia del tempo contro il tempo.
Sdoppiato smezzato straziato
La società italiana durante e subito dopo le acri lotte politiche degli anni Settanta: c’è l’Odore di Parise e la sua signora vittima del vuoto questuante e della violenza che genera, nelle nubi grevi di temporale; c’è Morante e il suo uomo sdoppiato smezzato straziato, sulla punta del parafulmine di quella scarica estrema che dà fuoco al sangue con benzine avvelenate di colpa e di elemosina, e di violenza brutale che schernisce, quasi invocata, nell’entropia mortale fra testo e contenuto delle vite, delle relazioni, delle chimiche fra vittime e carnefici. Di tale sacrificalità, Manuele-Manuelito è agglutinato e catalizzatore: a Girard non sarebbe sfuggito neppure uno di quelli che egli chiamò “segni vittimari” che recano all’accerchiamento, reale in antropologia ma qui immaginato e dunque non meno reale, e al sacrificio. Figlio della colpa sanata poi legittimo figlio di uno stimato e poi rovinato comandante della regia Marina; miope, inadatto a giudicare il proprio specchio frantumato dal proprio meaculpa interiore e dal bisogno di amore e, all’infinito, di madre. O forse di padre, come rivelano le righe finali. Si cerca il superfluo quando manca il necessario. Soprattutto, lui è “borghese”. Fuori posto.
C’è Collodi nello straziante giuoco che si fanno di lui i due vagabondi che bendano il piccolo Manuele convinto di essere davanti a un tribunale partigiano. E lo condannano, salvo poi lasciarlo senza colpa e senza espiazione. Senza niente. Lì la nube di violenza brutale si addensa senza prorompere, il patetico trasmuta in lirico, il limbo in tela di ragno perenne dei pensieri e degli aneliti. Ma Gatto e Volpe hanno scopo, i due renitenti vagabondi no. Sono due facce del vuoto, del ponte saltato che separa, ormai d’aria vuota, il bisogno dalla possibilità di ottenere, il diritto naturale all’affetto dalla stessa vita. Alla prosa di Elsa Morante il lettore è abilitato a spaccare, da automa fascinato, il capello senza sforzo, è anzi quel capello che da sé si apre in mille significati e riempie l’intelletto e l’animo di un’immensità letteraria che è ogni volta bocciolo. Disperazione senza fine. Da leggersi, con l’ironia dell’intelligenza morantiana: la disperazione è dipinta, la fine mai. Fosca, abbacinante: c’è Morante.
Alla fine il falco c'era, mentre il gallo taceva. Alla fine. Volava alto discosto, sfrangiato e asimmetrico, incapace di confondersi con simili adunchi che dal cielo vanno a ballare sui resti. Volava fra la bara chiusa sulla vita di mio cugino Giovannino e la torre d'acqua che certamente, prosa di cielo o poesia di pietra, aveva sedotto e convinto suo padre mio zio a prendere casa sopra e sotto le coste di Carini, rive di mare e ossa di monte, essa pure così asimmetrica agli occhi rispetto alla città che abbraccia e lusinga una fresca toga di magistrato, suo figlio mio cugino, in calma e sicura rampa, felice e pieno come il quasi gol di Beppe Viola, mentore a lui, Giovannino, non familiare per asimmetria d'età, del pallone che lui, Giovannino, amava e giocava.
Il cugino piccolo, prima che arrivasse suo fratello, tutti sempre diminuiti nel nome: Franceschino, Giovannino, e Adelina.
Il falco c'era, a sbeccare la pietra d'angolo di quella diga che questa nostra famiglia conosce bene, che spartisce acque fra il pianto di oggi e il riso irruento e scuro di sempre. Poiché con quelli con i quali si ride, si ride sempre, anche con un falco allo Zenith sghembo e un gallo a cantare in jet lag perenne in giardino sotto la torre d'acqua.
Troppi i capi di questo velo che diventa volo, oggi coltre, infinito. Ordine.
Il falco va. Lo cantava Gianluca Grignani nel suo acme acerbo e irripetuto. Lo cantava anche Giovannino in quei precoci Novanta della villeggiatura accanto accanto, e si sedeva con le cicale del primo pomeriggio davanti a sua cugina mia sorella latinista grecista a impiattare versioni di ginnasio per l'estate. C'erano anatre e oche ovaiole. Suo padre mio zio le aveva acquistate e accampate imprudentemente accanto a una presa d'acqua. Mi ci volle niente a notare che lo scroscio e il pantanello che ne discendeva funzionavano da folle afrodisiaco per un paperotto satiro e piccolo che, starnazzando come giullare esorcizzato, possedeva un'immota e insenziente splendida altissima oca bianca. De Funès e valchiria. La flagranza era già fuga, magari verso il sacco enorme di patate che suo padre mio zio si ostinava a comprare, pelare, friggere sfidando. Vinceva, fra lui e noi torma, chi gettava prima la spugna, il friggitore o la torma. Trionfava torma.
Sotto il falco ora, ieri, c'era un gallo bullo guappo che ha scelto chissà da dove, il loro giardino per residenza. Zio medita e promette di catturarlo e donarlo, stufo del canto diuturno. Intanto gli mena ogni giorno pan bagnato e ciotola.
Mentre il corteo pesta uova dietro la bara e sotto ali discoste, il gallo ora non canta. Non bada allarmato alle uova, solo figura di vulgata per dire di passo lento e appena levato.
Galli, anatre, oche, e tacchini e padovane, e falchi alti sulla campagna, piacevano a Giovanni il grande, senza diminutivo, primo dei cugini maschi che con il più giovane condivide dopo quattro anni scarsi l'asfalto schifoso e mortale. Caduto in statale e non in autostrada, da una moto e non dentro un'auto, per un furgone e non per un tir. Ma di là pure, verso Oriente.
Col gallo avrebbe parlato ore, ieri. Si sarebbe fatto gabbare da suo mio zio. Gallo dato e rimpianto di certo un minuto dopo, col pan bagnato ancora in terra.
Scrittori che sempre e per sempre mi illuminano se solo apro iridi, a me hanno donato un altro canto, quello dell'omissione che rivela. Ho barato spesso, travisandola con dolo per silenzio. È invece omissione detta, scritta. Sarebbe, se no, inazione.
Eri tutto quello che hanno detto, tutto ciò che leggo e sento e so già. Io lo ometto e dico chi per me.