Sinonimi
Sotto la destinazione del mio ventunesimo trasloco della settimana c’è un lampione con sopra un foglio. Sul foglio c’è scritto gatto smarrito, si chiama Cleo, ha un segno a forma di pi greco sopra l’occhio sinistro, si fa avvicinare quindi state tranquilli e se lo vedete chiamatelo (si chiama Cleo), offriamo ricompensa. Penso che vorrei tantissimo trovare Cleo solo per rifiutare la ricompensa, e poi mentre rimetto le cuffie sentire la gioia del pubblico che prima esplode e poi si affievolisce, ma come, ma veramente non la vuole, forse è un eroe? E poi ancora, nello spazio mezzo vuoto tra le canzoni: è un eroe, pensa che ha trovato il gatto, Cleo, e non ha nemmeno voluto…
Al secondo piano di sette c’è qualcuno che ha uno zerbino di Doctor Who. Non ho mai visto Doctor Who ma mi colpiscono questi rimandi un po’ di nicchia fuori dai rettangoli luminosi, cioè nei posti dove davvero vivono le persone vere. Accanto alla solita cabina telefonica c’è scritto qualcosa come it’s much bigger on the inside, non ricordo esattamente, ma come dicevo non ho mai visto la serie. Comunque dentro parlano a voce molto alta ma io decido di suonare lo stesso. Aspetto ma non succede niente, quindi suono una terza volta, una quarta. Alla settima mi apre una ragazza con un graffio molto evidente sul viso e due bambini, un bambino e una bambina, in braccio. Mi fa: sì? No, dico io, volevo farvi i complimenti per questo. E indico lo zerbino. Eh?, dice lei, e mentre lo dice mi accorgo che ha la canottiera completamente bagnata dei pianti dei suoi figli. No, rifaccio, bello lo zerbino, Doctor Who. Scusami ma non ti capisco. E mentre lo dice sento qualcuno che la chiama da dentro in una lingua che non capisco e che non sembra faccia parte delle lingue di questo pianeta. Per cercare di capire meglio mi sporgo per guardare dentro ma la sua casa è una stanza bianca senza nient’altro, e senza nessuno.
In questa scena dobbiamo fare questa cosa che una volta finito tutto ci diciamo i rispettivi punti di vista sull’altro. Così finiamo la scena e io faccio a Valeria: tu non sai stare al mondo. E lei: e tu hai troppa paura di vivere. Bene, ottimo, solo che lo dobbiamo dire di nuovo, non so quante volte. Tu non sai stare al mondo. Tu hai troppa paura di vivere. Ah sì? E tu allora non sai stare al mondo. Guardo il pubblico, che poi sono solo gli altri, e qualcuno tossisce o si lamenta chissà per cosa. Mentre dico il mio punto di vista percepisco un sì vabbè, anche meno (come ti permetti?). Per il resto niente, ancora tosse e cose da cui stare lontano. Comunque Alessio dice ancora, ancora punti di vista, diteveli, forza, solo che a me mette a disagio dire sempre la stessa cosa, e allora provo un po’ a cambiare le parole, cerco dei sinonimi, che è quello che faccio ogni secondo da tutta la vita. Ho paura? E allora tu non sai come si vive. Se ti lanci in mezzo alla strada è evidente che tu non conosca le basi della vita adulta. Dici che ho paura? Vieni qui che ti insegno un po’ di cose su come si sta al mondo. Sento qualcuno dal recinto di polmoniti più in là: ti sta dicendo che hai paura, hai sentito? Cosa le rispondi? Che effetto ti fa questa cosa? Come vorresti reagire? Non vorresti fare qualcosa? Eh? La vorresti fare? E falla, dai, lanciati, falla. Solo che io sto cercando altri sinonimi per il mio punto di vista, che comunque rimane quello e non voglio fare nient’altro, qualunque cosa diciate. Pensavo che un sinonimo è un po’ una presa in giro, perché anche se significa più o meno la stessa cosa è comunque una versione diversa, una chimera di cui abbiamo perso il progetto, il risultato indebolito di un’origine abbandonata. Tu hai troppa paura di vivere, sento ancora dall’altro lato del tavolo. Ah sì?









