Al mondo non c'è cosa migliore, più forte e generosa della noia.
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@soniapuntogi-blog
Al mondo non c'è cosa migliore, più forte e generosa della noia.
Ci sono diversi tipi di paura e bisogna sapere di cosa si ha paura. Allora, sai di cosa hai paura? Se lo sai, non sfuggire a quella paura, ma scoprine l'origine. Se vuoi sapere come sbarazzarti della paura, non devi sfuggirla, devi affrontarla; e il fatto stesso di affrontarla ti aiuterà a liberartene.
J. Krishnamurti (via two-storytellers)
Chiamarmi perché possa ascoltare anche io. You've got my love.
Col dono alla maestra si conclude l'anno. E la maestra è felice nonostante in qualche classe abbia anche pianto. Felice non perché inizino le vacanze ma perché il dono più grande non si può scrivere, né leggere. L'ho vissuto insieme a loro e non so quali e quanti nomi abbia. (presso Milan, Italy)
Ho una cicatrice per ogni momento importante. Alcune si vedono.
Questa la intitoleremo "Resti". Verbo e sostantivo. Un tempo era attesa di una presenza assente e senza più tempo né spazio. Un momento in più per pensare a un angelo custode nel quale credere, con tutto il tempo e lo spazio dell'universo. Adesso è un morso a dolci catartici, troppo speciali per essere prodotti il resto dell'anno. Riempiamo di senso. Sempre e ovunque.
Un Colosseo di menzogne
Succede che nel polo archeologico più importante l’Italia gli straordinari non vengano pagati da un anno. Succede che i lavoratori del polo archeologico più importante d’Italia decidano di indire un’assemblea sindacale per discutere di questo e di altre non irrilevanti questioni, e lo comunichino l’11 settembre alla Soprintendenza. Succede che la Soprintendenza decida di non coprire i turni dei lavoratori in assemblea come è sempre stato fatto, non comunicando né ai turisti né alla cittadinanza alcunché. Succede che il giorno dell’assemblea sindacale, una settimana dopo la convocazione della stessa, i due principali quotidiani online lancino la notizia in contemporanea - facendo passare l’idea che si tratti di uno sciopero a sorpresa e non di un’assemblea comunicata e autorizzata dalla dirigenza1. Succede, a questo punto, che il Governo invece di cacciare il Soprintendente responsabile del caos appena suscitato - nominato dallo stesso Governo pochi mesi prima - decida di lanciare una pesante campagna contro i sindacati e i lavoratori, accusati dal Primo Ministro in persona di essere “contro l’Italia” - nonostante non abbiano alcuna responsabilità nell'inefficienza della propria dirigenza. Succede, infine, che la giornata di gogna mediatica e politica si concluda con l’approvazione in Consiglio dei Ministri di un decreto legge d’urgenza con cui i musei diventano al pari degli ospedali e delle forze armate “servizi pubblici essenziali”, ponendo la possibilità di indire assemblee e scioperi sotto l’autorità dell’apposito garante.
Quello che colpisce di questa giornata di passione - oltre la virulenza degli attacchi ai sindacati da parte del Governo e del Pd2 - è l’assoluto consenso con cui si sono mossi giornali e politici. Nessun giornalista - tanto meno dell’illuminata Repubblica - ha pensato di ricostruire la vicenda in modo corretto3. Nell’individuare nei sindacati il nemico giornali, politici e commentatori sono stati unanimi - e incredibilmente coordinati.
Lungi da noi pensare che quel decreto legge fosse pronto da mesi e che la scelta del Sovraintendente (che risponde direttamente al ministro Franceschini) fosse in qualche modo mirata a risolvere una vertenza cogliendo l’occasione per delegittimare i sindacati a livello nazionale. Lungi da noi.
Quello che rimane di questa giornata non è neanche un decreto legge che verrà quasi sicuramente dichiarato incostituzionale (”è urgente perché ci sono i turisti” ha detto il ministro competente)4. Quello che rimane di questa giornata è la dimostrazione di come le classi dirigenti di questo paese - politiche, economiche, giornalistiche - abbiano individuato il nuovo nemico nazionale nei sindacati, le ultime grandi organizzazioni popolari della nostra società. L’hanno deciso non per il prurito autoritario che le ha sempre contraddistinte di fronte alle manifestazioni di contropoteri democratici nella società. L’hanno deciso perché meglio di altri si sono rese conto che gli annunci roboanti di ripresa economica si scontrano con la vita concreta di ogni giorno di decine di milioni di italiani.
E allora bisogna trovare un nemico, per evitare di diventare loro stessi il nemico. E se la Lega la butta sui profughi, le classi dirigenti (e i loro serv.. pardon, referenti politici) non possono certo buttarla su chi è veramente responsabile della situazione del nostro paese - cioè su loro stesse. Ed ecco allora trovato il nemico perfetto: il sindacato, indebolito e diviso ma che si ostina a rappresentare quella parte del nostro paese che ogni giorno si sveglia la mattina e porta avanti la baracca, senza i privilegi di chi comanda e dei loro lacchè.
Purtroppo per loro, questa strategia è destinata a fallire. Non per la reazione del sindacato - ripiegato su se stesso ed in fase confusionale - quanto perché la gente non è così idiota come loro pensano. I lavoratori vivono sulla propria pelle cosa sia la crisi economica: la vivono nella difficoltà di trovare un lavoro, la vivono nel trovare lavori con salari da fame e diritti azzerati, la vivono nel vedere i privilegiati che prosperano nelle propria corruzione e nella propria arroganza.
Nonostante le apparenze, il loro sistema - questa strana democrazia autoritaria in cui ci stanno cacciando - non ha più consenso nella società. E se nel vuoto di consenso si celano i tenebrosi fantasmi dell’autoritarismo e del fascismo, è altrettanto vero che in esso si annidano enormi possibilità per chi voglia ricostruire una democrazia in cui il potere sia esercitato dal popolo e per conto del popolo.
Aggiornamento. Su La Stampa è comparso un articolo a firma Ugo Magri in cui si ipotizza (con uno di quei finti retroscena che puzzano lontano un chilometro di comunicato stampa) che il decreto fosse pronto da parecchie settimane (per il giornalista sin dallo “sciopero” di Pompei - si trattò anche in quel caso di un’assemblea autorizzata da una Soprintendenza di nomina governativa). Non solo: il ministro Franceschini sarebbe stato informato da giorni sulla situazione e ne avrebbe perfino informato il presidente Mattarella (che quindi avrebbe preventivamente approvato la reazione “forte” del Governo). Il giornale di Marchionne saluta questo atteggiamento come un segno positivo del “decisionismo” del Governo.
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1. Ad un certo punto si sono persino messi a dire che all’estero non potrebbe mai succedere che un museo nazionale o un monumento chiuda per sciopero: cosa che non sta né in cielo né in terra.
2. Il punto più alto l’ha raggiunto la già candidata alla presidenza della Regione Sardegna (poi ritiratasi per le spese fuori controllo effettuate da consigliere regionale) e ora Sottosegretaria ai Beni Culturali Francesca Barracciu, che ha definito l’assemblea sindacale “un reato”. La sinistra del Pd (sia renziana che non) ha detto qualcosa, ma senza esagerare. Per esempio il presidente Orfini riconosce (bontà sua) che ai lavoratori bisogna dargli gli straordinari avanzati, però di contro loro non devono ricorrere a queste “forme di lotta” così spregiudicate come un’assemblea sindacale autorizzata dalla dirigenza con una settimana di anticipo.
3. Anzi, per gradire oggi La Repubblica ospita un commento del giornalista Francesco Merlo che definisce “autentica diserzione” (usando un inquietante ma significativo linguaggio militare) l’assemblea dei lavoratori e “odiosa reazione corporativa” la richiesta di avere finalmente pagati un anno di straordinari già effettuati.
4. E’ giusto anche sottolineare come i diritti di organizzazione dei lavoratori siano in questi mesi sotto attacco in parecchi paesi europei: in Inghilterra, Finlandia, Ucraina e perfino in Germania.
Una volta almeno usavano i leoni per sbranare la gente…
Conclusioni
Stanotte sono giunta alla conclusione che a una festa sia preferibile avere un solo leone, maschio e ovviamente "di fiducia" (meglio se lo abbiate cresciuto voi), perché si rischiano meno incidenti. Peraltro la festa si è tenuta in una location con un corridoio stranamente simile a quello di casa di mia nonna. Almeno avessi bevuto una quantità ragionevolmente eccessiva di birra ieri sera mentre guardavo il rugby. Invece no, quindi non mi spiego questa esperienza onirica tanto impegnativa.
Il meraviglioso mondo dei monologhi 1
Ovvero: quelli che vogliono giocare solo secondo le proprie regole.
Oggi, durante una discussione, una persona mi ha detto che non capisco nulla degli uomini, affermazione che mi ha portata a cinque lunghissimi minuti di autoanalisi.
Probabilmente che non capisco nulla degli uomini è vero altrimenti non avrei redatto, da antropologa, due tesi sui musei.
Ho studiato i musei perché non capisco gli…
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Lo schermo del cellulare cattura uno scampolo di luce proveniente dalla finestra e lo proietta sulla parete. Le ombre cinesi. Ci giocavo sempre quando ero piccola, quando andavo a dormire e la luce del pianerottolo si accomodava in un pezzo di parete accanto al mio cuscino. Una quindicina d'anni fa, quando pezzodicuore era piccolo, il suo letto accanto al mio, prima della favola - o dopo - facevo sempre il mio piccolo spettacolo di teste di conigli, lupi e altre storie buffe, sempre su quella parete. Quella parete ora è attrezzata con una mini libreria e una profonda scrivania che non uso più. Anche quelle ombre.
Strong words to use on a Resume
If you have ever had to write a resume for work or for an application, then you know the hardest part is figuring out what type of words to use that sound professional and and intelligent.
Example: If an application asks you if you have any relevant experience for a job at a day care center and you have experience, like you have babysat children. You would look at the words in the columns to see what words you should use that will help your resume stand out. You might put down “Have supervised and attended to children on a regular basis.”
I hope this is helpful to you.
For teaching: resume writing (so you young people get the jobs you deserve)
Resume writing tips.
Mentre le ragazze della mia età facevano coi maschi prove di volo, io facevo prove di abbandono. Dopo venti giorni di cinema, pizza, normalità, avvertivo l’urgenza di non vederli più. Ricorrevo all’addio tramite sms: “Non funziona”, come si trattasse di un elettrodomestico. Un introverso mi rispose con uno squillo e sparì nel nulla. Un logorroico mi scrisse una lettera di cinque pagine in cui mi avvertiva che un dipendente era stato risarcito dall’azienda perché licenziato tramite sms, concludeva con: “Quanti danni morali dovrei chiedere io a te?”. Ora fa l’ avvocato. Un ricco mi comprò un cellulare molto costoso per convincermi a richiamarlo. Non accettai: mi piacciono i regali, non gli investimenti. Ora lavora in Borsa. Un mammone, che mi aveva invitato a casa sua per presentarmi, mi rispose “Mia madre ha preparato il pranzo, che le dico?”, gli consigliai di dirle che non avevo appetito. Ora le presentazioni le fa al ristorante. Con loro ero stata prevedibile, inaffidabile, seriale: mai una foto insieme, una promessa, un ripensamento. Eppure, se li incontravo per caso, ci tenevano a fermarmi, volevano a tutti i costi offrirmi un caffè, azzardavano un contatto, mi chiedevano perché fosse finita, io mi chiedevo perché fosse iniziata, perché non m’insultassero, perché non sentissero l’oltraggio, l’orgoglio, l’abbaglio. Avevo detto addio prima della fine: io per loro non avevo fatto in tempo a diventare stanchezza, ero rimpianto, voglia intatta, e loro per me non avevano fatto in tempo a diventare mancanza. Ti ho conosciuto in pizzeria, a un cena universitaria. Stavi seduto accanto a una ragazza, lei era di Latina, ma sosteneva che sua nonna era regina d’Etiopia, tu la guardavi perplesso. Ho preso posto accanto a te, ho pensato: sei tu. Un giorno quando racconterai ad altri il nostro inizio dirai che stavi parlando con una principessa ed è venuta a infastidirti una “zanzarina”, io ti dirò zanzarina a chi?, ma nei tuoi diminutivi sentirò il sollievo di non dover essere grande. Ci siamo rivisti un diciotto maggio alle diciotto, alla fine delle lezioni mi aspettavi. Hai chiesto il mio numero di telefono a un’amica comune e io l’ho rimproverata per avertelo dato. Paura di te, delle nostre notti passate a passeggiare a vanvera per Roma, sai?, mi sembra che certe piazze e certe strade le abbiamo viste solo noi, non le ho più trovate. Mi hai portato in ristoranti sofisticati, ma dal Cinese ti sei fatto coraggio e m’hai baciato. Due giorno dopo ho provato a lasciarti: “Non funziona”, ti sei piantato sotto casa mia, hai pianto, hai detto “Aggiustiamola” e ci abbiamo provato. A insegnarmi come si tiene e si lascia tenere una mano ce n’è voluto, io bravissima a scansare, mi prendevi la mano, indicavi un’insegna e dicevi “tienimela fino a lì, manca poco”. Ho cominciato a cercare la tua mano prima che tu prendessi la mia. Abbiamo noleggiato cento film, non ne abbiamo seguito uno, abbiamo smesso di camuffare i nostri difetti, la discesa del mio naso, la tua altezza, i tuoi capelli arrabbiati, i miei più arrabbiati dei tuoi, il tuo ginocchio, la cicatrice che ho vicino all’orecchio, “bella questa malformazione” hai detto passandoci il dito sopra ed era come se la disegnassi tu in quel momento, ti ho detto “allora è una benformazione”. Abbiamo costruito un vocabolario nostro, di parole minuscole ed esagerate, di progetti fatti, un figlio coi capelli inevitabilmente arrabbiati e i denti a perle, tu gli insegni a guidare la macchina ma io gli dico di andare piano, io gli scrivo le favole ma tu gli spieghi come si sogna. I venti giorni erano scaduti da mesi, anni, non tenevo più una contabilità precisa. La voglia restava intatta e cresceva invece di diminuire. E mi mancavi anche quando c’eri. M’hai dato un anello, ti ho detto “è largo” senza nemmeno provarlo. In chiesa ci tenevi ad andare insieme, io non ero praticante, non lo sono, però una volta ti ho accontentato. Il prete recitava il primo comandamento: “Non nominare il nome di Dio invano.” Il nome di Dio invano non l’avevo mai fatto, ma di addio invano ne avevo detti tanti e dentro di me ho giurato di non aggiungerne un altro. La nostra prima foto ce l’ha scattata un marocchino. Io ho provato a dire no, niente foto, ma tu ci tenevi, hai fatto quella faccia, quando facevi quella faccia io pensavo sempre “perché no?”. È il mio compleanno, mi hai regalato il bracciale col cuore, quello che guardando una vetrina ti ho detto che mi piaceva e tu sei stato attento. Siamo nella stessa immagine: io pallida, quasi trasparente, tu scuro; io col broncio costante, tu che sorridi e non serve chiedertelo. A guardare bene, ci separa un’interruzione, un precipizio, uno strappo netto: l’ho fatto io una sera in cui volevo cancellare le nostre prove e un attimo dopo già l’aggiustavo con lo scotch. La foto l’ho messa in una scatola insieme al bracciale col cuore, all’anello, a tutte le lettere e le parole che non c’assomigliano più. Ma forse un gesto è solo un gesto e una frase è come tante, è chi la sente a caricarla di significato, cerco di convincermi ogni volta che un ragazzo mi fa una carezza, le mani sono mani, le tue, le sue, quelle di un altro, che differenza fa?, lui segue i miei lineamenti, scende sul collo, poi risale, si sofferma sulla cicatrice che ho vicino all’orecchio, penso: la benformazione, e scanso la sua mano infastidita. Vorrei che le parole per me non avessero tutta questa importanza, vorrei che non m’incatenassero a chi le dice, a chi le ho dette. E maledico i ricordi felici perché fanno più male di quelli feriti. Mi tornano in mente le vacanze estive, l’immagine di me bambina, il bagno al largo. Gli altri nuotavano dandosi slancio in lunghezza, con movimenti fluidi si mischiavano alle onde, seguivano la corrente, io m’immergevo quasi perpendicolare all’acqua, spingevo coi piedi, tenevo il respiro, volevo misurare il fondo, toccarlo, prendere una manciata di sabbia e portarla in superficie. Risalivo in modo scomposto, gli occhi rossi, il fiato grosso, stringevo la sabbia bagnata in pugno e mi sentivo più forte, sapevo cos’era il fondo, ero capace di toccarlo e risalire, la corrente fino a quel punto era un pericolo che sapevo gestire. Ho la gastrite, ma la Coca non rinuncio a berla: me la facevi trovare già sgasata, prendevi un cucchiaino e le davi una girata. Ti ho amato per queste accortezze, per le sciocchezze che mi venivano concesse, perché non volevo essere saggia, volevo essere stronza e ragazzina. Ti ho amato perché certe volte non riuscivo a essere forte, volevo solo scivolarti tra le braccia e sentirti dire tutto passa, tutto passa, pure se non era vero, tutto passa, tranne noi, certo, tranne noi. Ti ho amato perché se non mangiavo avevo qualcuno che mi sgridava, perché mi mettevi a tradimento lo zucchero nel tè, perché se mi estraevano i denti del giudizio e avevo la faccia gonfia, mi volevi baciare uguale, perché insistevi per vedere i film horror e poi eri il primo a spaventarti, perché dopo un anno ancora ti spiegavo come arrivare a casa mia e tu alzavi gli occhi e ripetevi “la strada la so”, perché se camminavamo per strada curvavi le spalle per sembrare più basso e io salivo su ogni gradino possibile, perché se mi abbracci scompaio, perché una volta in macchina mentre ci stringevamo ti sei scordato d’inserire il freno a mano e abbiamo tamponato, perché quello che era normale diventava speciale, perché eravamo uno pure se eravamo due, ma soprattutto ti ho amato perché tu mi hai amata. Paura di te, della corrente. Eravamo al largo, così al largo, dov’era il fondo?, dove la fine? Sempre meno mia e sempre più tua. Dov’era il controllo? Dove l’autonomia? Da quando ti ho lasciato, con un sms, mi comporto come se potessi incontrarti ovunque: a una mostra, una presentazione, in qualunque luogo pubblico mi trovi, tengo fisso lo sguardo sulla porta, aspettando di vederti entrare, cerco di farmi trovare sorridente, in buona compagnia, tra persone di successo e se qualcuno mi parla sottovoce e si fa audace, penso: se solo entrassi adesso, adesso, in questo momento, sarebbe un quadro perfetto. Da quando ti ho lasciato, ogni mio momento è recitato come se tu dovessi assistere. Lavoro vicino casa tua, ma allungo la strada per non passare lì sotto, ho il terrore d’incontrarti insieme a qualcuna, le tue mani sui suoi fianchi, vedervi attraversare la strada in fretta, con la certezza di finire sul letto e addormentarvi stanchi. Ma ci s’incontra anche in una città enorme e senza farlo apposta: ci vediamo all’ospedale, io sono radioattiva, ho appena fatto una lastra, tu esci da un esame. Non ci tieni a fermarmi, non mi offri il caffè, a stento un cenno, mi dici parole indegne di te e di me, di noi, vorrei spiegarti, ma spiegarti cosa?, che la paura dell’abbandono fa fare cose assurde, che per paura di sentirsi dire addio un giorno, si pronuncia per primi e subito, mi chiedi “come stai?” e finalmente lo ammetto “male”, mi guardi tutta e dici “non sembra”, “tanto tu sei forte, sei saggia”, sì, io sono forte, sono saggia, “tu non ce l’hai il cuore come tutti gli altri”, già, io non ce l’ho il cuore come tutti gli altri, perché io ne ho uno solo di cuore, gli altri ne hanno almeno uno per ogni occasione. Mi accompagni alla macchina, salgo, provo a mettere in moto. Niente. Provo di nuovo, provi anche tu ma il risultato è lo stesso. Non ho vinto io, non hai vinto tu. Spingiamo la stessa macchina che non è partita, non ha funzionato e non si sa perché, dev’essere la batteria, la benzina c’è, i presupposti per andare lontano c’erano. Spingiamo e parliamo, le tue parole affilate, le mie così vaghe. Penso: ti sto dicendo mille frasi adesso, ma vorrei dirtene solo una e non riesco.
Perché si dice addio, Giulia Carcasi (via vivereinbiancoenero)
Lacrime.
Ieri mi hai chiesto una cosa.
Di aiutarti a ritrovare chi ha scritto quel racconto. Io lo troverò, per me e per te che sei il mio filo. E tu distruggerai tutte le mie forbici perché siamo una squadra.
Buon compleanno
Non importa quanto potrai amare un amico, quanto potrai perdonargli ogni difetto e ogni sbaglio. Non importa, perché quando abbasserai la guardia, quando sarai distratto a vivere la tua vita facendo i salti mortali per non perire sotto i tuoi sbagli, quello stesso amico si ricorderà del numero preciso di giorni intercorsi tra le ultime comunicazioni. E per questo non ti risponderà più a sms e chiamate. Non importa quanto affetto ci sia stato, sarai messo alla gogna. Perché l'amicizia è così, viene e va. E tu - qualsiasi cosa tu possa fare o dire - non potrai fermare l'amico che decide di rinfacciarti l'amicizia per poi privarti di essa. Perché è biunivoca e tu non puoi dare per due, anche se vorresti, anche se vorresti urlargli quanto hai tenuto e tieni a lui. E invece ti si bloccano le parole e, in quella che dovrebbe essere l'ultima telefonata di sempre, sai solo ripetere che ti spiace. Tu che non hai mai misurato l'affetto col numero delle telefonate ricevute o effettuate, mai. Fratellanza. Ma tu comunque non sostituire mai il presente con l'imperfetto. Perché l'Amicizia è così, viene e va, e a te piace sperare che possa tornare sui suoi passi.
L'amore è quella cosa che smette di vivere quando percepisce di non aver più ragioni per farlo. Quando, ad esempio, la condivisione di desideri e paure diventa univoca. Quando vorresti solo saper scrivere addio.
Vaneggiamenti
Sto inquinando il mondo di mail, per contrappasso loro mi perseguitano moltiplicandosi; skype mi si blocca con la frequenza con la quale la rana di mio fratello cerca di aggredirmi (non le darò mai più dell'acqua, mai più!); ho ancora 4 libri da leggere per la bibliografia; ho scoperto che lavorare con chi è efficiente mi fa molto bene e così esporto efficienza nei progetti in erba. A proposito di effecienza, oggi dovrò avere a che fare con quella di Trenitalia e mi vien già da ridere. Ho mangiato un muffin, un intero pacchetto di crackers (senza confezione, giuro!) spalmati di maionese e una banana. Ah, anche 3 tè e una tisana ai semi di finocchio, per mantenermi leggera.
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