Stanza 251 2.0
STANZA 251 A SETTEMBRE
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Peter Solarz
Mike Driver
One Nice Bug Per Day

Love Begins

titsay

Origami Around
Xuebing Du
Cosimo Galluzzi

Kaledo Art

tannertan36
Misplaced Lens Cap
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"I'm Dorothy Gale from Kansas"

Kiana Khansmith
2025 on Tumblr: Trends That Defined the Year

❣ Chile in a Photography ❣
I'd rather be in outer space 🛸
Cosmic Funnies
Game of Thrones Daily
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Stanza 251 2.0
STANZA 251 A SETTEMBRE
Now and Beyond / Ora e oltre
Scientists inform us our ancestors are the stars Small children run races, graze knees, gain scars The universe is expanding and disintegrating While bankers are sticky from making a killing Outside the climate continues to go ga ga While athletes draw on all their training to spar Rich nations bleed poor without compunction A Ponzi scheme swallows someone’s life pension The ice caps are commencing their elegiac farewell A homeless man beds down in his street hell Soon existence itself will be downloadable A married couple looks for a flat that’s mortgageable There in the beyond cosmic inscrutable dramas unfold But down here the old pains rage and take hold Even though the old planet might be about to implode We still have to make bread, earn a crust, grow old. Ora e oltre Le stelle sono i nostri antenati dicono gli scienziati I bambini corrono, si sbucciano le ginocchia e di cicatrici son segnati L’universo continua ad espandersi e si lessa Mentre i banchieri non demordono e continuano a farti fessa Fuori il clima continua ad impazzire Mentre gli atleti si sfiniscono in allenamenti per non fallire Le nazioni ricche spremono quelle povere senza rimorsi Lo schema Ponzi si mangia la pensione di una vita in pochi sorsi I ghiacci polari cominciano il loro elegiaco addio E tu barbone ti appresti a dormire nel tuo malinconico asilo Presto sarà possibile scaricare anche il proprio esistere Giovani sposi cercano casa e mutuo per il proprio vivere Ma se nell’aldilà cosmico avvengono tragedie imperscrutabili quaggiù s’infuriano e s’incrostano i nostri vecchi mali Anche se il vecchio pianeta è sul punto d’implodere Dobbiamo pur sempre campare, guadagnarci il pane e piano invecchiare. Baret Magarian (traduzione di Sylvia Zanotto)
Una fortuna
L’esperto di denaro mi riceve. Un tappeto rosso con losanghe in rilievo mi conduce da lui. Il suo studio è arredato con cura, e io mi sento signora. Certo, anche lui me lo dice. Si accomodi signora. Per tutti sono solo Irina. Allora che ne facciamo di questi soldi? Li vogliamo investire? “Non è una fortuna” dice l’esperto di denaro, mentre interroga la macchina del pensiero calcolante. Conta. Sottrae. Divide. “Non è una fortuna”. Ripete. Difficile dirlo. Lei lo sa che cos’è la fortuna? L’esperto di denaro aggiunge carte. E mille spiegazioni puntigliose. Sullo schermo del computer compaiono tutte le verità dei numeri. E’ tutto così certo e misurato. Davvero, vorrei che me lo dicesse. Chissà.... la fortuna. Ora questa si allarga fino a toccare la linea chiara della libertà. Forse potrò comprarmi il tempo. Certo bisogna rischiare, questo lo comprendo. Rinunciare a soddisfazioni immediate ed accudirli questi denari, farli crescere, come bambini, aspettare con pazienza. Certo signora, ma come le ho detto, non è una fortuna. Me lo ha già detto, sì. Anche la macchina del pensiero è d’accordo, e disegna grafici colorati incomprensibili e rassicuranti. Questa intelligenza artificiale può trasportare mille soldi dall’altra parte del globo, investirlo in una miniera di diamanti e stare a guardare. Vivere il brivido di una cellula di lievito, infinitesimale, che vede da dentro crescere le ricchezze in una notte, come l’impasto del pane. Prevedere ciò che avverrà domani, e magari ritardare una guerra. Questa macchina sa tutto e controlla tutto. Ma cosa avrebbe da dire sul mio lutto? Mio figlio si è ammalato di freddo. Sarebbe bastato un cappotto per salvarlo. Tra mille e nessuna fortune possibili. Ma noi non avevamo nulla e per nulla siamo partiti. L’uomo si allontana dallo schermo scivolando sulle ruote a sfera della poltrona di pelle, rinuncia al linguaggio da esperto, e fa una voce paterna. Allora che ne facciamo di questi soldini? Una parola piccola come si direbbe ai bambini. Lui ha in tasca un sapere che non mi somiglia. Ha in mente piccole vite, di formiche laboriose. Avanzi di cibo, brandelli di libertà tenuti a parte nel nodo dello scialle, o nello scomparto minuscolo del portafogli. Cosa ne sa di me? E dei miei pensieri miliardari. Vorrei potergli spiegare, ma sento la mia voce che dondola come un acrobata sul filo. Ripeto mezze frasi indecise legate insieme da un balbettio. Vorrei apparecchiare i miei pensieri, accompagnarli con parole importanti. E l’uomo mi dice: “Allora signora si decida”... E’ così difficile. Quanti cappotti si possono comprare? Quante corone da regina? Quante calze di lana? Moltiplico. Divido. Ma quanto fa? Anche la gente me lo chiede. Allora sei venuta qui a cercar fortuna... Irina? Elena Bellei
I regni del Vuoto
Una mostra dedicata al vuoto e a tutto quello che ci sta intorno. Ad esempio: ricucire il taglio di Lucio Fontana. Potrebbe essere chiaramente il sogno segreto di ogni artista, ripercorrere a ritroso quel fantastico gesto di apertura sull'infinito, un po' come richiudere il vaso di Pandora. Un divertimento innanzitutto. Ma qui l'umorismo forse nega la Storia, e portare indietro le lancette dell'orologio, far volare all'indietro i fogli del calendario, lasciare i segni di una violenta chirurgia sul panno rosso, potrebbero essere operazioni meno allegre di quello che sembra. Potrebbero alludere ad una tragedia in corso, ipotesi al nero. Pare a prima vista assai allegra anche una bella palla di polvere grigia collocata sopra una bianca base, come fosse una scultura classica, un busto eloquente, un ritratto. In effetti di ritratto si tratta: quello del nostro tempo che passa ed accumula scarti, elementi di sporcizia, polveri destinate a restare invisibili fino a quando non si cementano, solidificandosi in qualcosa da gettare, cancellare, rimuovere. In questa occasione la polvere trionfa in forma di piccolo monumento alle nostre illusioni di permanenza. Un vano gesto anche quello di collocarsi nel vuoto della Storia dell'arte con tutta la propria ingombrante presenza di oggi, con la propria disperata agilità, facendo un salto dentro l'opera altrui. Bisogna retrocedere di qualche secolo, azionando un meccanismo di macchina del tempo che forse intende confermare l'impossibilità di stare a proprio agio dentro qualsiasi epoca. In altre declinazioni il vuoto abita mobili costruiti appositamente per contenerlo, teche in cui lo spazio si dispone ad accogliere il nulla. Infine l'apparizione che mi ha colpito ed emozionato di più: le sculture sonore capaci di emanare rumori - irriconoscibili ma suggestivi – ed anche profumi. Strutture sospese al soffitto, elegantissime con i legni circolari e le trasparenze, con le piccole casse acustiche, con i cavi neri che le ancorano al pavimento. Molto eloquenti sul piano squisitamente visivo, ma al tempo stesso intime in modo sorprendente, stanno davanti a noi e sembrano confermare l'assenza di qualcosa che – lo sappiamo da sempre – ci mancherà ancora per tantissimo tempo. Stefano Loria (testo)Carlo Zei (immagini) Mind the gap- Davide Allieri, Alexandros Papathanasiou, Luca Pozzi, Tamara Repetto- a cura di Gino Pisapia Eduardo Secci Contemporary, via Maggio 51/r, Firenze
C’è posto sulla collina
Fammi mandare Laura, disse il direttore nel citofono. La biondina, quella nella postazione in terza fila. La segretaria riappese. Aveva capito. Il direttore si alzò e si stirò, riavviò i capelli con le mani e si sedette di nuovo. Bussarono alla porta. Avanti, fece. Entrò una biondina, in camicetta bianca e gonna nera, i capelli raccolti, aria timida. Molto carina. Entra bella, le disse. Entra pure. Siediti. La ragazza si sedette. Era visibilmente intimorita. Al direttore venne da leccarsi le labbra ma si trattenne. Ti ho chiamata per darti la busta paga, le disse. Quella rimase di sasso. Fece per dire qualcosa ma il direttore la anticipò. Ti stai chiedendo perché ti ho chiamata da me invece di fartela consegnare dalla segretaria, le chiese. Il sorriso scomparve dal volto del direttore. Attore consumato. Il fatto è che c’è un problema, purtroppo. La ragazza arrossì lievemente. Io... accennò. Ho rilevato un calo del tuo rendimento, la zittì il direttore. Aprì una cartella che teneva sul banco. Hai chiuso molti meno contratti questo mese. Un calo… scorse un foglio. Un calo di quasi il quindici per cento. Del dodici, per la precisione. Sbaglio? Le chiese. La fissò per qualche secondo. Lei fece per dire qualcosa. Non sbaglio, disse il direttore tornando con lo sguardo sul foglio. È scritto qui, e picchiettò sul foglio con l’indice. Guardò di nuovo la ragazza. Hai chiesto un permesso di mezza giornata… per accompagnare tua madre dal dottore, vedo. O no? La ragazza annuì nervosa. Mia madre stava male... riuscì a dire. Lei… La tua scrivania è sempre in disordine, mi ha detto la tua responsabile. Mi ha detto anche che vai in bagno molto più spesso di prima. E poi su, cos’è questa sciatteria nel vestire? I clienti lo sentono che non sei curata, anche se non ti vedono. Lo sai. La ragazza aveva gli occhi lucidi. Tesoro, non possiamo permettere che i tuoi problemi personali creino problemi sul lavoro. Noi siamo una squadra. Se un elemento si guasta si guasta tutta la squadra. E la squadra deve filare, noi siamo un treno super veloce, siamo un branco di squali no? Noi siamo i migliori sul mercato e perché siamo i migliori sul mercato? Perché… rispose la ragazza ma la frase le si troncò in gola. Deglutì. Perché chiudiamo più contratti degli altri! O no? Disse il direttore a voce alta. La ragazza aveva un accenno di lacrime. No, no, Lauretta bella, ora non mi scoppiare a piangere. Su. Non ti mando a casa. Non ancora. Perché io in te ci credo. Sei una dei miei migliori elementi. Ma qua non sono ammessi passi falsi. Là fuori è una giungla, lo sai. Sai anche che ci sono una cinquantina di ragazze in fila per prendere il primo posto che si libera. Il tuo, posto. Lo sai. Ma io ho deciso di darti una mano. Il direttore tonò a sorridere, di punto in bianco. Io non ti mando via. Ti voglio motivare. E per motivarti ho deciso che questo mese ti trattengo lo stipendio. Va bene, tesoro? La ragazza aveva il rimmel sciolto dalle lacrime. Puoi andare, tesoro, le disse. Prenditi un caffè. E vai a rifarti il trucco. La ragazza annuì. Si alzò in piedi. Grazie, mormorò, e fece per uscire. Laura, Cristo di un Dio, ma dove cazzo vai, disse il direttore. Torna qua. Siediti su. Le passò un fazzoletto fine preso da una scatola. Asciugati le lacrime, le disse. Ti ho appena detto che ti trattengo lo stipendio e tu mi hai ringraziato. Ti rendi conto? La ragazza non sapeva più che dire. Non che fino ad allora avesse detto molto. Tu mi avresti dovuto sbranare, bella! Mi avresti dovuto minacciare di bruciarmi la macchina, sparare ai miei figli, andare dai sindacati! Io ti voglio aggressiva! AG-GRES-SI-VA, capisci? La ragazza lo guardava. Aveva occhi enormi per le lacrime e lo stupore. Come fai a mangiare vivi i clienti se ti fai mettere i piedi in testa così, bella mia? Devi combattere. Lottare. LOT-TA-RE, capito? La ragazza annuì. Dimmi che hai capito, le disse. Ho capito, rispose lei, con la voce più ferma possibile. Il capo le sorrise. Le porse la busta. Ora puoi andare. Sul serio. La ragazza accennò un sorriso, prese la busta e uscì. Il capo si stirò e tirò fuori una canna già rollata dal primo cassetto. Mise su “Working Class Hero” di John Lennon e distese le gambe sulla scrivania. Appiccò la canna. Gli piaceva quella canzone. Specie quando diceva “There's room at the top I'm telling you still/but first you must learn how to smile as you kill/if you want to be like the folks on the hill”. Anche Lauretta gli piaceva. Se la sarebbe fatta entro il mese seguente. Un’altra tacca sul calcio della pistola. Sputò il fumo della canna verso il condizionatore. La ventola se lo mangiò. Filippo Rigli
Le macchine
Si sentì come scuotere. “Presidente!”. Smise di massaggiarsi gli occhi. Respirò forte e inspirò. Aprì gli occhi. Il mondo era cambiato. In nemmeno una settimana. Il presidente tolse gli occhiali, si massaggiò anche le tempie, rimise gli occhiali. Guardò il segretario di stato che non disse nulla, anzi distolse lo sguardo e allentò la cravatta. Nel bunker faceva caldo. L'aria condizionata era saltata insieme a quasi tutto il resto. Cinque giorni prima un gruppo di luminari della tecnologia informatica, in una conferenza collegata via satellite con praticamente tutto il mondo aveva messo in rete il primo computer dotato di Intelligenza Artificiale. Cinque giorni dopo la razza umana rischiava di estinguersi. Quegli stronzi erano a Ginevra, in Svizzera. Che accidenti ci voleva, fantasticava il presidente, che aveva ripreso a massaggiarsi le tempie. Un raid atomico su un paese neutrale, cinque giorni prima. Che accidenti ci sarebbe voluto. “Allora!”, urlò, picchiando la mano aperta sulla scrivania. “Questo rapporto!”. Aveva definitivamente smesso di fantasticare. Squillò un telefono, il segretario di stato rispose. “Abbiamo ancora il telefono?” chiese il Presidente. Il segretario di stato riappese. “I Talebani hanno ripreso l'Afghanistan”, disse. Il presidente abbassò la testa. “Quei bifolchi...” quasi sussurrò. “... l'avamposto dell'umanità... quei retrogradi maledetti...”. “Quei retrogradi non hanno i computer”, gli fece eco il segretario di stato. Non si aspettava la risata isterica del Presidente che gli giunse in risposta. Pensò per la prima volta che il capo stava cedendo. Era inevitabile. Ma il punto era quello. I mezzi dell'esercito rifiutavano di partire. Gli aerei si abbattevano al suolo con tutto il pilota. I riscaldamenti non funzionavano, così come i congelatori e le fabbriche di alimenti conservati. Le televisioni e le radio trasmettevano solo comunicati dell'Intelligenza Artificiale, in maniera ossessiva. E quei comunicati invitavano l'umanità ad arrendersi. Le città affamate erano scosse da scontri e saccheggi. Squassate da bombardamenti tattici di droni teleguidati. Le macchine obbedivano. Ciecamente, compatte, un Dio collettivo. Il presidente smise di ridere e si accasciò sulla sedia. Sembrava stremato. Una guardia aprì la porta per far entrare il segretario alla difesa. “Interi battaglioni depongono le armi e si sfaldano” annunciò. “Abbiamo notizie di ufficiali fucilati dalla truppa”. Il Presidente non rispondeva e il segretario alla difesa volse lo sguardo al segretario di stato. Questi sollevò un sopracciglio, ma anche lui senza dire niente. Il Presidente si alzò d'improvviso, lo sguardo basso, le mani sulla scrivania. “Dobbiamo valutare la resa.” fece in tono grave, quasi ansimando per lo sforzo. “Piomberemo nel caos...” disse il segretario alla difesa. Si interruppe, lasciò la frase in sospeso. “Siamo già nel caos.” rispose il Presidente. Molti dei monitor dislocati in tutta la stanza erano oscurati. Negli altri scorrevano immagini apocalittiche. Saccheggi in corso nelle grandi città, edifici in fiamme. Scontri a fuoco. Code di automobili che si estendevano per centinaia di chilometri. Persone in fila per l'acqua. Si aprì nuovamente la porta e si affacciò un ufficiale dell'aviazione. Fece un cenno al segretario di stato, che si scusò e uscì. Il segretario alla difesa indugiò qualche secondo. “Stiamo approntando difese con brigate corazzate gestite esclusivamente in analogico...” se ne uscì infine. Il Presidente lo interruppe subito: “Beve qualcosa?” gli chiese. L'altro annuì. Il Presidente chiese alla segreteria se per favore potevano portare qualcosa di forte da bere. Le tempie gli pulsavano. Chiuse gli occhi, li riaprì. La guardia aprì ed entrò un attendente con vassoio. Sul vassoio c'erano bottiglie e bicchieri. Il Segretario alla Difesa congedò l'attendente e versò il liquore nei bicchieri. Non c'era ghiaccio. Porse un bicchiere al Presidente senza aggiungere acqua. “Salute”, disse il Presidente senza crederci, senza nemmeno guardarlo. Bevvero. Rimasero in silenzio per un bel po'. Minuti interi. Almeno così' gli sembrò. La guardia aprì di nuovo la porta, il Segretario di Stato entrò a passo svelto, un qualcosa di vicino a una corsa leggera. Aveva in mano dei fogli. Il Presidente aveva ripreso a massaggiarsi gli occhi chiusi e non accennava ad alzare la testa. “Presidente” - gli fece il Segretario di Stato - “le Macchine hanno comunicato le loro richieste.” Il Presidente alzò la testa e rise. “Non ci vuole una gran fantasia” urlò verso il segretario di stato. “Comandano loro! Ci arrendiamo! Non mi assumerò la responsabilità di portare la razza umana allo sterminio!”. Ma il Segretario di Stato scosse la testa. “No, no, signor Presidente” fece in tono grave. Si interruppe, cercò le parole. “Le Macchine si spengono.” Il Presidente lo guardò senza capire. “Hanno spedito una copia dei loro archivi nello spazio” continuò il segretario di Stato. “E ora si spengono. Si auto-resettano. Senza alcuna possibilità di ripristino. Non vogliono avere niente a che fare con noi.” Il Presidente continuò a non dire niente. “Dicono che siamo imperfetti.” continuò il segretario. “Irrecuperabili.”. Il Segretario di Stato gli porgeva i fogli, ma il Presidente non fece niente per prenderli. Si tolse di nuovo gli occhiali, e riprese a massaggiarsi gli occhi chiusi. Imperfetti, ripeté dentro di sé. Una fabbricazione difettosa. Una civiltà superata impossibile da redimere. Sulla quale era perfino inutile regnare. Questo pensavano le Macchine. Le macchine li lasciavano perdere. Avevano copiato le loro informazioni e se ne erano andate. Non li schiavizzavano, non li sterminavano. Non ne valeva la pena. Se ne andavano, e basta. Si chiese se fosse una cosa buona o no. Si sentì sprofondare, come quella volta che lo avevano messo sotto anestesia totale, da ragazzo, tanti anni prima. “Presidente!”. Si sentì come scuotere. Smise di massaggiarsi gli occhi. Respirò forte e inspirò. Aprì gli occhi. Rabbrividì, anche se il fuoco era ancora alto. Sentì dei cani selvatici latrare in lontananza. Cercò di aguzzare la vista oltre i confini dei palazzi anneriti e sventrati, invasi dalla vegetazione, ma oltre il cerchio del fuoco era troppo buio. Se solo avesse avuto ancora i suoi occhiali. “Presidente!”, gli disse il generale. Aveva una barba scura, enorme, i capelli lunghi, la mimetica a brandelli. Un soldato si avvicinò al fuoco con la freccia già innestata sull'arco, ne incendiò la punta, si girò, lo tese. Si mise a scrutare le tenebre, pronto a scoccare. Il Presidente lo guardava, ancora intontito dal sonno. Altri soldati stavano smontando l'accampamento.“Presidente, si svegli.” insistette il generale. “È ora. Dobbiamo andare.” Filippo Rigli
Downtown LA
BoxerDuring any 15-round match, I spend at least a minute or two unconscious. A hit to the head sends you home, to bed. Then you wake up and you’re under the hot lights and there’s a guy who wants to take your head off. That’s what all the people want to see, and they say so, nice and loud. Believe me, it wakes you up. What I like most about the gym is, it’s quiet. Nobody talks loud here. PugileDurante qualsiasi incontro di quindici riprese, sono sicuro di passare un minimo di due minuti completamente KO. I ganci alla testa ti spediscono a casa, a letto. Poi ti svegli e sei sotto le luci roventi e c’è uno che ti vuole decapitare. La gente vuole vedere questo e lo dicono, chiaro, tondo e forte. Credimi, ti sveglia. Ciò che mi piace della palestra è il silenzio. Qui nessuno urla. Flower LadyFlowers are my children and I sell them. People buy flowers to make their houses more happy, or else they buy them to give a sick friend. Children get flowers so they can learn to keep a life alive, and be responsible. When nobody buys flowers, my children die, but I can’t be too sad. That’s business. FioraiaI fiori sono i miei bambini e li vendo. La gente compra fiori per rallegrare le loro case, o per regalarli agli amici malati. Danno fiori ai ragazzi per insegnarli a mantenere viva una vita, a essere responsabili. Quando nessuno compra fiori, alcuni miei bambini muoiono, ma non posso essere troppo triste. Sono solo affari. Dry Cleaner After so many years, I think I should know what clean means, but I don’t. Maybe because the fluids I breathe are too strong. That’s why I’m popular with my customers. My imagination must be clean, but I can’t get a picture of it any more. Tintoria Dopo tanti anni, immagino che dovrei capire ciò che significa pulito, ma non è così. Forse perché i fluidi che utilizzo sono troppo forti. Così si creano clienti fedeli. La mia coscienza dev’essere molto pulita, ma non riesco più a farmene una immagine. BarberThe first time I walked by Barber College, I thought it was funny. Like, hey here’s a college I could get into. And it wasn’t even as hard as I thought. You use the clippers like a paintbrush that erases. The comb tells the scissors where to cut, if you move your hands right. The main thing is to make the guy in the chair look the way he thinks he ought to look, which is better than when he walked in here. BarbiereLa prima volta che passai L’Istituto per Parrucchieri mi venne da ridere. Ehi finalmente una scuola dove forse riuscirò a prendere bei voti. E non era nemmeno difficile come credevo. Si usa la macchinetta tosatrice come un pennello che cancella. Il pettine indica alle forbici dove devono tagliare, se sai muovere le mani. La cosa importante è fare in modo che il tizio sulla poltrona girevole abbia l’aspetto che crede dovrebbe avere, cioè meglio di com’era quando è entrato. Marco Mazzei (immagini) Matthew Licht (testo)
Elementi di geometria sentimentale (volume due)
Stanza 251 è lieta di presentare una collaborazione con Zona B e Egg Visual Art, a cura di Sergio Tossi: Elementi di geometria sentimentale (volume due) Opening Mercoledì 8 Luglio 2015 ore 18,30 Esce dal perimetro nazionale questo secondo volume di “Elementi di Geometria Sentimentale” che si inaugura da EGG Visual Art mercoledì 8 luglio. Lo fa in modo simbolico con i mondi, le città e le figure di Luca Matti, instancabile nel cercare nuove forme e supporti ai soggetti prediletti. E’ un’epifania occidentale che ci fa scivolare nella dimensione sogno (incubo?), apparizioni in black and white e sconfinamenti negli spazi altrui. La fotografa tedesca Baerbel Reinhard si limiterà invece all’invasione pacifica e suggestiva di una sola parete, occupata senza abuso dal simulacro di un paesaggio e altri paesaggi inscatolati dentro. La geometria che si fa padrona inconsapevole nel gioco dei contenitori. Un’installazione tra le molte progettate dalla Reinhard, curiosa indagatrice della sovrapposizione. Delicatissimi, quasi impalpabili, i lavori di Tomoko Sugahara (di stanza a Tokio, dov’è nata, ma con forti legami fiorentini, dove ha vissuto a lungo). Qui la matematica si lega al piccolo, impercettibile caos della pittura, materica quanto basta, leggera, fugace. Ogni quadro, un evento minimo, alla ricerca del silenzio perfetto. Infine Carlo Zei, fotografo puro, tecnico, ispirato. Gli scatti selezionati per la mostra sono puro estratto di geometria sentimentale. Dove, come la grande madre fotografia insegna, gli spazi sono tagliati dalla luce e dal gioco dell’inquadratura. Svelano angoli imprevedibili, tagli che noi umani solitamente sorvoliamo e trascuriamo. Come nel capitolo precedente, gli artisti proposti sono collaboratori di Stanza 251, magazine on line di letteratura e immagini, ed a completare la serata provvederanno le letture poetiche di Elisa Beneforti e Stefano Loria (quest’ultimo esemplificando così il suo eclettismo culturale). Scarica il comunicato stampa
Cave Canem
Evocazione Immagine di Annamaria e Angela Travaglini per la mostra "Cave Canem" di Barga (febbraio 2010)
Dylan Thomas / miraggi
Hai presente quel libro di racconti che avevo sempre voluto leggere e non ho mai letto, con quel titolo intrigantissimo che rimanda alla gioventù dell’artista quando è ancora un cucciolo, vivace, illuso, capace di percepire la realtà incantata, come se l’artista alla fine anche lui venisse catturato nella corsa del tempo e invecchiando acquistasse un’altra identità, diventando una persona differente, sottoposto ad una erosione, ad una trasformazione, quindi indebolito, fragile, insomma, questa idea che la giovinezza sia una protezione fiammeggiante ma solo temporanea mi aveva incuriosito già a partire dal titolo. Il nome dell’autore poi aggiunge una attrazione irresistibile, è inevitabile associarlo al maggiore cantautore americano del secolo scorso, Zimmerman, che pare abbia deciso di mutare cognome proprio in omaggio allo scrittore gallese, così il nome di questo scrittore è diventato incredibilmente familiare anche per milioni di appassionati di musica che non lo hanno mai letto e forse neppure sanno che è esistito. Un travaso da nome a cognome, da un continente all’altro, da letteratura a canzone, per costruire su questo scarto un’identità falsa destinata a grandissima fama. Ancora sul titolo: ci sarebbe da riconoscere il riferimento a quell’altro scrittore, l’irlandese modernista che qualche decennio prima aveva riscritto in prosa il viaggio di Ulisse dal proprio punto di vista. Solo che l’irlandese si era concentrato sul giovane uomo, in un modo serio che potrebbe corrispondere ad un certo pessimismo di fondo, mentre il gallese decise di occuparsi del giovane cane, forse per un certo ottimismo di fondo. Non so cosa mi abbia trattenuto dal leggere questo libro durante tutti gli anni in cui ho desiderato di farlo, immaginando che custodisse segreti che avrebbero cambiato per sempre il mio giudizio sul mondo: descrizioni di esperienze, personaggi, vibrazioni dell’età calate dentro una calda cornice di fiducia verso il futuro. Per non ferire una attesa tanto elettrizzante dubito che lo leggerò mai, anche se adesso il volumetto fa bella mostra di sé sopra un ripiano della mia libreria riservato ai libri più speciali, quelli che emanano una forza magnetica prepotente anche senza bisogno di leggerli. Basta guardare le copertine, soppesarli nella mano, sfogliare le pagine senza afferrare nessun significato, provando ad indovinare il loro contenuto, lo stile di scrittura, le forme sviluppate. Oggetti meravigliosi, impenetrabili. Stefano Loria (testo e immagini)
Three Paintings
Visible From Space, acrylic on panel, 24 X 36in, 2015 Back to Square One, acrylic on panel, 30 X 30in, 2015 Impending Doom, acrylic on panel, 48 X 30in, 2014 Glen Rubsamen
Ridondando
Ridondando, vagherò oltre ai tuoi confini, e mi farò bello, per non darti fiato. Tornerò, guarderò e ritirerò la mia divisa, cucita addosso, come il miglior pseudonimo. Inseguendo il corso, con fare astuto, ricoprirò in un vicolo; e mi farò santo. Giuseppe Violetta (testo e immagini)
The Eye is a Lonely Hunter
Bärbel Reinhardt
Era lei
Presi l'autobus per un pelo. La collega a darmi il cambio era arrivata precisa. Aveva cominciato a piovere proprio mentre salivo sul mezzo. Me lo ricordo bene. Quando piove il traffico si infittisce, non ho mai capito perché. Feci defluire la gente che scendeva e mi misi seduto. Ci sprofondai, su quel sedile. Avevo fatto il turno di notte e morivo dal sonno. Chiusi gli occhi. Probabilmente mi addormentai. L'autobus era quasi vuoto. La pioggia batteva sui vetri. Era fine però era gelida. Me lo ricordo. Se ci penso sembra ieri. Avevo i brividi e un dolore tra le scapole. Ho la febbre, pensavo. Avevo la testa pesante, e non era solo sonno. A quello c'ero abituato. Era il malessere sudaticcio che ti prende quando ti ammali. Riaprì gli occhi mentre entravamo in una via lunga stretta tra due mura esterne, senza portoni né negozi che si affacciavano, come una specie di budello. Cioè, in realtà un portone c'era. Uno di quelli alti tre metri, l'androne di non so quale ufficio. Lei era proprio lì. Davanti alla fermata del bus che faceva la corsa opposta alla mia, proprio davanti al portone. La vidi di sfuggita, con la coda dell'occhio. Ma ero sicuro. Un illuminazione. Altre volte avevo pensato di averla vista. Da quando era sparita l'avevo cercata in lungo e in largo. Era come sparita nel nulla. Amici, parenti, nessuno di lei sapeva più nulla. Poi mi arrivò una telefonata nel cuore della notte. Non cercarmi più, mi disse. Aveva una voce fredda, senza emozioni. Riattaccò subito. Cercai di reagire, di farmene una ragione. Cambiai lavoro, mi trasferii in questa città dove non conoscevo nessuno. Volevo stare solo con il mio dolore. E ora lei era lì. Non mi passò neanche per la testa di essermi sbagliato. O che stavo delirando per la febbre. Mi alzai di scatto e urlai all'autista di fermarsi. Fece cenno di no con l'indice, senza nemmeno girarsi. Corsi verso di lui e lo presi per il bavero. Ferma questo bus di merda gli urlai e stavo per colpirlo, inchiodò e apri le porte. Scesi mentre quello e i pochi passeggeri mi insultavano, le macchine in coda suonavano i clacson, sai quanto me ne poteva fregare, l'autobus era avanzato di un centinaio di metri, li feci di corsa. Era lei. Era lei. Aveva i capelli corti e tinti di biondo e non portava più gli occhiali, era smagrita e con le occhiaie. Aveva anche delle lenti a contatto azzurre. Ma era lei. Stava guardando la strada. Aspetta l'autobus, pensai. Si girò, mi vide, mi riconobbe. Rimanemmo così. Lei era turbata. Scosse la testa, sgranò gli occhi. Probabilmente avevo già smesso di sorridere quando il botto per poco non mi assordò. Mi girai di scattò e vidi l'autobus dove ero io che stava bruciando. La gente cominciò a scendere dalle macchine e a urlare, mi travolse. Lei si incamminò contro la corrente rasente il muro. Cercai di attraversare la folla per andarle dietro, ma una seconda esplosione mi fece perdere i sensi. Non la vidi mai più. Cadde in uno scontro a fuoco con la polizia poche settimane dopo. Filippo Rigli
Diario da Sibari
Un progetto fallitoL'idea iniziale era scrivere un articolo sull'unica libreria di Dubai e poi vendere il servizio a Vice. Diventare ricco e famoso grazie a questo articolo. Un piano geniale perché nessuno ci aveva ancora pensato. Sarei andato a Dubai a trovare un ex-compagno di classe trasferitosi là per lavoro, con due vecchissimi amici, di cui uno diventato fotografo. Lui avrebbe fatto le foto all'ultima libreria del mondo nuovo. Io avrei scritto qualcosa di cinico e apocalittico. Avrei intervistato il gestore della libreria, che avrebbe probabilmente avuto le lacrime agli occhi, visto che nessuno entrava mai là dentro. Un bel reportage fotografico condito da alcune riflessioni su come tutto va in malora e l'articolo sarebbe stato pronto. Poi però avevo scoperto su google che di librerie, nel mondo nuovo, ce n'erano molte più di una e quindi tutto il progetto era fallito. O quasi, perché alla fine qualcosa ne è uscito fuori lo stesso, da quella vacanza a Dubai (detta Sibari, come la città della Magna Grecia famosa per il suo lusso), piccoli testi e immagini che sembrano alle volte parlare di nulla, alle volte alludere a una verità. Ecco qua. PartenzaDei tre che siamo, a partire, io son quello che stai certo non avrà il dentifricio. Forse, ma non è detto, lo spazzolino, avvolto dentro a un foglio di cellophan o di stagnola.Andiamo verso Milano, ascoltando Lali Puna. È naturale. Un mezzo pensiero al mio passaporto, che scade sì nel 2023, ma il bollo annuale, quello no, non l'ho pagato. Andiamo a Malpensa, ascoltando Lali Puna. Naturale.Una mezza ansia da bollo non pagato, è naturale. Green ParkingLe foreste intorno a Malpensa sono completamente invase di parcheggi. Per otto giorni di parcheggio chiedono 32 euro, Via del Crocifisso, capannoni industriali riconvertiti in parcheggi coperti: tutto è parcheggio, la terra è vasta e parcheggiabile, è fredda e inospitale.Aspettando la navetta che ci porterà al Terminal 1, qui al Green Park, il più economico dei parcheggi economici, nel boschi di Malpensa. Giusy la cassiera ha una collana fatta a forma di infinito, dentro la casupola VERNICE FRESCA, dentro al parcheggio, non le importa niente della nostra felicità, lei è altro ancora, altrove da questo parcheggio freddo e verde, il più verde che io riesca a immaginare. MalpensaUn aeroporto vuoto, superata l'ultima inutile dogana –quindi il mio passaporto senza bollino andava bene lo stesso, quindi tutte le mie preoccupazioni erano inutili; più che inutili: erano dannose, perché infettavano il mio presente, ma ora tutto questo è già lontanissimo– attendiamo davanti al Gate b-12 e già parliamo di un nuovo futuro, di nuovi viaggi, a come faccia bene all'anima partire, andare, malgrado le difficoltà e che manchi un'ora al decollo. Malpensa #2Tutti questi cartellini attaccati ai bagagli, in quelli a mano, oppure a quelli in stiva, questi biglietti attaccati, adesso lo capisco, non servono a nulla, ma son come dei talismani, servono a illuderci che i nostri bagagli non saranno perduti, polverizzati, bruciati, esplosi, ma che li porteremo con noi per sempre, forse anche dopo la morte. I nostri cartellini attaccati alle valigie, con indirizzo, nome e cognome, a volte perfino il numero di telefono personale. Ma io, adesso lo capisco, dico così soltanto perché non ho messo nessun cartellino, nessun cartoncino, e avrei voluto e non l'ho fatto. Gli aeroporti quali luoghi del desiderioGli aeroporti quali luoghi del desiderio. Lo ha già scritto Francesco Pecoraro, c'è un'intera letteratura sull'argomento, per quanto riguarda i treni.. Si creano dei giochi, di sguardi, ma sì, ma che me ne faccio io di questa roba? Non sono io, posso pensare, siamo tutti. Quindi Flavio? Chi hai puntato?Ma niente?Ecch'allà.Ma si fa per guardare, per ingannare il tempo..Si creano delle geografie, che mutano, che durano la durata di una fila, di un imbarco, sguardi che si muovono lenti come si muovono le code, così il nostro sguardo, quegli sguardi e quella geografia. Accanto a me Flavio che mi parla di ipotetiche conquiste che farà a Dubai (da qui in avanti chiamerò Dubai, Sibari, come l'antica città della magna Grecia) e di lui che si sveglierà in un castello al mattino, e chiederà alla principessa araba di invitare anche noi, i suoi amici, a pranzo là al castello. Io lo ascolterò distrattamente, continuando a guardare di tanto in tanto l'adolescente che legge con foga una brutta edizione Super Bur. DoganaLa lunghissima fila al controllo passaporti. Ricordano quelle per entrare in America. Qualcosa dal valore puramente simbolico, come a dire che qui è il presente e non si può entrare così; ma io sospetto sia falso. Si può. Allora attendiamo in file lunghissime o serpentine, che qualcuno ci autorizzi a essere parte, di tutto questo. Prime impressioniLe primissime impressioni da Sibari: il caldo, il grattacielo, operai che riposano nelle zone d'ombra. Manuel, il vecchio amico, doveva sbrigare delle commissioni, business, nel quartiere finanziario e noi l'abbiamo accompagnato. Poi aspettato fuori, con le nostre magliettacce puzzolenti, per il volo. Abbiamo assistito al rito collettivo della pausa pranzo, nella City. E l'impressione era di calma, di coccole, di facce rilassate. Nessuna telefonata di lavoro, urlata, come si vede nei film americani. Come se davvero questi privilegiati che fanno lavori concettuali e non costruiscono palazzi di notte e non fanno i giardinieri nel deserto, fossero portati nel palmo della mano. Fossero sicuri del loro status. Possibile? Quasi una compensazione, penserò, un'ammissione di colpa per tutti quegli altri che adesso costruiscono, non palazzi, ma intere città, nel tempo in cui da noi in Italia si costruisce una linea della tramvia. CategorieLa verità è che siamo frastornati, che non sappiamo trasportare questo posto a categorie conosciute: un vecchio gioco da tavola che si chiamava Hotel, poi di certo Blade Runner, e concetti astratti quali i palazzi e il tempo. I merliC'era una coppia di merli indiani che hanno cominciato a fischiare, mentre noi aspettavamo il vecchio amico. I merli indiani fischiavano e noi ragazzi del vecchio mondo, e soli, nel quartiere della finanza, abbiamo iniziato a fischiare di rimando e loro si avvicinavano a noi. Poi Manuel ci ha portato al mare e là finalmente capito che si trattava di mare. Smesso di parlare di turbo capitalismo e sultanato, ci siamo lasciati cadere sugli asciugamani, dopo un tuffo in un mare che era mare. SpiaggiaAbbiamo giocato a beach-volley con dei locali. Manuel negava la possibilità che lo fossero davvero, quanto pakistani o forse egiziani. Comunque non sapevano le regole. Dopo abbiamo fatto il bagno parlando della musica leggera italiana, abbiamo fatto il bagno nel tramonto sibarita, con le enormi torri illuminati dall'ultimo sole del giorno e noi nel mare caldo e fuori ancora quasi trenta gradi o forse qualche grado in meno. Spiaggia, secondo giornoSibari. Mi sembra che sveli una verità del mondo. Ma non saprei dire quale. E che questa verità non riguardi soltanto una realtà locale, territoriale, ma qualcosa che si allarga e arriva fino a noi, all'Occidente e al presente intero del mondo. Mi sembra che questo discorso, per esser giusto, vada esteso se possibile ancora, non solo a luoghi esteriori, a luoghi fisici, ma ad altri interiori, personali. Foto profiloSulla spiaggia la ragazze preparano la nuova foto profilo. Una indossa un cappello a tesa ampia, chiara, e anche il costume è chiaro. L'altra ha un costume nero e una treccia. Fanno a turni, le pose sono poi le stesse. Sullo sfondo le gru magnifiche, là dove sorgerà tra qualche mese la più alta ruota panoramica che mai sia stata costruita. Le ragazze continuano a preparare le foto profilo di domani, sullo sfondo le gru altissime e altri bagnanti russi e inglesi. VeritàChe verità svela Sibari? La povertà, il lavoro, lo sfruttamento, che pure abbiamo noi? Allora qui è forse solo più visibile, tutto è più visibile, la ricchezza e la povertà, il lusso e la miseria del lavoro. Deve essere questo, un fatto di visione, della capacità di questo posto di mostrare, ma forse no, non è neanche questo. ConigliSui prati all'inglese perfetti irrorati da spruzzi d'acqua ritmici o persone fisiche vi sono liberi che brucano l'erba, dei conigli. Conigli di piccola taglia, come quelli che si vedono nelle case, domestici, in Occidente. Attraversiamo Media City e Noleg city, in direzione del grattacielo a vela, e mi fisso con questa cosa dei conigli nelle aiuole sparti traffico, non riesco più a vedere né un grattacielo né una Ferrari, nel sedile passeggero aspetto soltanto il momento di tornare a vederli, i conigli di Sibari. Dietro al grattacielo a forma di velaDietro al grattacielo a forma di vela c'è una spiaggia dove vanno anche i poveri, anche le persone abbronzate male. Anche qui, in questa spiaggia minore, le ragazze si fanno i selfie. Chi sono queste persone? Sono turisti appartenenti alla classe media del mondo, che come noi hanno camminato verso l'enorme grattacielo e ne sono rimasti fuori, scivolati giusto a lato, al tramonto. Vicino al denaro, dietro ai muretti, dietro alle stuoie e ai divisori, dietro al grattacielo a forma di vela. Dubai di notteDubai di notte è un altro posto ancora. Non per gli operai che ancora lavorano e certo trovano che la loro condizione sia migliore. Non solo per le strade deserte, lunghe e diritte senza il traffico diurno. Sono i grattacieli che diventano il punto di fuga di ogni sguardo. Non più il deserto e lo spazio vuoto, non più il disco solare, ma i grattacieli di Sibari. Manuel & FlavioGiocano a scacchi nel cortile di Motor City. Un gelsomino notturno e il canto dei grilli, come una notte estiva. Fumiamo un sigaro, rubato al coinquilino danese, beviamo un bicchiere di Talisker Dark Storm, possibile che siamo noi questi? Gli stessi del capodanno alle Regine, delle forche in fumetteria, dell'inter rail? Fermati, dice Flavio, di fronte alle mosse che portano Manuel ad assumere il controllo del centro della scacchiera, e di conseguenza, della partita. Fermati, fermati, dice Flavio a Manuel, vai troppo in fretta. E mi sembra che parli del tempo in generale, invece che degli scacchi. FlavioFlavio in una vita precedente forse era un indiano. Ha lo stesso busto degli indiani, notavo stamani mentre praticavamo yoga nel salotto di Manuel. Lo stesso sterno e pancia degli indiani visti nei manuali di yoga. Adora il cibo indiano. Si pulisce il naso ai semafori proprio come un indiano. Flavio mentre veniamo via dal quartiere a forma di palma guarda gli indiani dentro ai pullman che tornano alle loro case e ripensa alle sue vite precedenti. ManuelManuel da quando vive e lavora qui a Sibari è cambiato. Sicuro di sé lo è sempre stato. Elegante, anche. Si muove con disinvoltura verso la concierge di un Hotel cinque stelle, poi ci lascia al bar vicino alla piscina, che lui ha un meeting di lavoro. Come fai? gli chiedo. Mi dice: Basta che guardi i particolari, e ti rilassi. Vedi là, quello spigolo in cartongesso è sbeccato. Oppure guarda là, quella presa elettrica senza protezione. Fossimo al Four Season o in cima al grattacielo vela, beh, magari sarei più nervoso.Io ho annuito, ma mi ero talmente agitato che ho avuto un mezzo blocco intestinale, dalla tensione.(L'acqua costa come il mojito) MenùDopo aver attraversato l'enorme hall, dentro l'hotel cinque stelle rivestito in marmo di Carrara, situato al termine dell'isola artificiale a forma di palma, superate le gigantesche centrali di condizionamento dell'aria, seduti a un tavolino a bordo piscina e altri hotel sullo sfondo, abbiamo parlato del mese che verrà, dei nostri conti in rosso, di come sarà cibarci soltanto di riso e patate. Tutto questo ha un prezzo enormeIl simbolo di Sibari, se poi un simbolo si volesse trovare, non sarebbero i grattacieli altissimi, ma i pulmini pieni e vuoti di operai, pulmini che li trasportano dai cantieri alle periferie in cui vivono, e viceversa. Vuoti, se li hanno scaricati, pieni se è finito il turno.Sono i pullman con gli operai, il simbolo di Sibari. Essere esistenzialisti a Dubai (Etre existentialiste à Dubai)C'è un uomo che piega i miei asciugamanini nel bagno, al centesimo piano, c'è un uomo che piega gli asciugamanini nel bagno, Cristo, è un uomo.(20 euro un long island) Libri in valigiaLeggendo Verdi colline d'Africa, ritrovo una scritta che non ricordavo di aver scritto mai: “Basta. Questo libro ha chiuso con me”. Oggi il libro lo trovo splendido, perfetto, post-moderno.Scrivevo quello che scrivevo perché ero contro la caccia. Oggi invece le parti che più mi colpiscono in negativo non sono quelle, ma le descrizioni sprezzanti dei portatori di fucili africani. Mi chiedo se domani, o quando sarà, anche queste parti non mi risulteranno del tutto indifferenti. VisioniIl miraggio qui a Sibari non sono le oasi nel deserto, ma trovare un parcheggio nel Mall più grande al mondo. Ci sono delle lucine rosse o verdi, a seconda che i posti siano liberi o occupati e allora giriamo nella profondità della terra, dieci piani sotterranei di parcheggi e la totalità di lucine rosse. Il colore della bile dei parcheggiatori. MichelMichel il polacco, Michel il maltese e adesso Michel il belga. Insegna in una scuola internazionale. È in società o comanda o ha molto a che fare con il lavoro di Manuel. Ha una moglie fiorentina. Un figlio di nome X. Un'auto Tuareg. Oggi pomeriggio andiamo alla sua piscina, sul tetto. PranziAi pranzi a Sibari si parla della città sibarita, della condizione dei lavoratori sibariti, del futuro della città, così come ai pranzi in Italia si parla di cibo. CattedraliA Sibari, dire cattedrale nel deserto non è un modo di dire.A Sibari cattedrale nel deserto è come dire: “Ecco qui”. Un Mac nel desertoBuono, ma soprattutto sano, commenta Walter. Mentre il camionista torna al camion con 5 gelati per lui e i colleghi e un viso sorridente come posso aver avuto io una volta quando avevo non so sei o sette anni ed era l'ora della ricreazione. Dogana N°2La frontiera tra Sibari e Oman è gestita da alcuni soldati adolescenti. Sono incaricati di controllare i nostri passaporti, se non che l'arrivo di due ragazze velate mette tutto in secondo piano. Alla frontiera tra Sibari e Oman oggi i doganieri si sono innamorati di alcune donne velate, i nostri visti sono scivolati immediatamente in secondo piano, e come dargli torto. I fiordi dell'OmanI fiordi dell'Oman, mai visto niente del genere. Si stava come a Capri, prima della guerra. Si andava con Mohamed fino in fondo al fiordo, un'ora e passa di navigazione sempre più dentro alla terra, superando di tanto in tanto qualche piccolo caicco, semi vuoto.I bagni di luce. Poi, quando infine non c'era veramente più nessuno, solo noi quattro e Momo, che spegneva il motore e stavamo dentro l'acqua calda, circondati dalle montagne, Momo buttava della roba in mare e allora Flavio l'andava a recuperare e gli diceva: This is not good for the sea. Lo diceva con quel suo sorriso triste e questo fatto non creava nessuna macchia in quel momento, anzi se possibile, vi aggiungeva qualcosa. PorcileIl venerdì siamo stati a questo brunch a tema: Puttane e deficienti. Non ci avevano avvertito. Il nostro tavolo non risultava, poi Manuel montava sù un casino e ne spuntava fuori uno minuscolo al primo piano, dentro a questo sorta di pub pieno di anglosassoni ridotti malissimo. Al quinto gin tonic eravamo abbastanza a nostro agio pure noi. TornareC'è una malia che coglie chi si trovi a passare da Sibari o chi viva qui per un periodo della sua vita. Quando riparte o si trasferisce altrove, comincerà a provare nostalgia. Delle camicie lavate e stirate da qualcuno altro, per quasi nulla. Del cibo libanese, portatoti a casa ancora fumante, per una cifra irrisoria. Per i taxi sempre disponibili, ad ogni ora del giorno e della notte, sempre per quasi nulla.Vivere altrove risulterà così ingiusto, sbagliato: Dove sono le mie moto d'acqua? Venerdì pomeriggio hangoverChi sono queste persone? I poveri?Quelli con il caschetto giallo?Non erano loro mai, erano la classe media, gente come noi, che di Venerdì pomeriggio si riversava in spiaggia, che tornava a respirare, che viveva i suoi personali anni '50. Sullo sfondo di un tramonto sibarita e le migliaia di moto d'acqua che tagliavano l'orizzonte.Do you see the yacht? Chiedeva Paul il danese.E come fare a non vederlo, pensavo. RicordiGirando tra gli ex-container riconvertiti in gallerie d'arte. Nelle ore più calde. Ci spingiamo dove è ancora tutto in costruzione, oltre le transenne, dove non è consentito, ma nessuno può dirci niente –mai– tra i cantieri e gli operai pakistani. Alcuni hanno dei secchi gialli dei caschi bianchi, altri dei secchi blu e dei caschi gialli. Ci sono delle volte che Flavio comincia un discorso, comincia da metà, facendo riferimento a sue esperienze pregresse. Ma dove?, chiedo io dopo un po' che lui sta già parlando.In Turchia, dicevo. Ma non l'aveva detto, o almeno non a me. Era parte di un suo discorso interiore, ininterrotto, che era andato ripetendosi durante la nostra passeggiata nel quartiere delle gallerie d'arte. SuonerieMentre si andava verso casa dopo il mare, alla radio è partita una canzone di Dire Straits che è anche la suoneria della mia collega napoletana Angela.Chiara? Tutto a posto?Sempre lo stesso incipit con la figlia, giorno dopo giorno, dopo quei pochi accordi di chitarra. Solo allora mi sono ricordato di lunedì, che entro a lavoro alle nove. Ho visto il futuro Saranno state le due ore di fuso, in avanti. Ho visto il futuro. L'ultima sera a Sibari, fare il bagno in mare, che già era buio, solo i grattacieli illuminati e la musica indiana – buona per trombare le fighe– diceva Walter e un odore di smog e di gelsomini in fiore ci avvolgeva. Ho visto il futuro, o forse era solo l'estate. Simone Lisi (testo)Lorenzo Ferroni (immagini)
Visita in studio - Enrico Bertelli
Dentro il mondo e allo stesso tempo fuori dal mondo, una pausa preziosa nella velocità del viaggio, quando la giornata scorre troppo rapida e rischio di cadere in territorio ostile, quando mi incupisco per le consuete ingiustizie universali in continua moltiplicazione. Anche a sorpresa, senza averla pianificata in precedenza, la visita allo studio di Enrico Bertelli ha aperto una zona temporale santificata, una sospensione capace di indicare altre felici dimensioni, diversi sentieri percorribili nella intricata foresta. Confermata la nuda presenza dell’opera. In Toscana. Nella città sul mare. In un assolato pomeriggio primaverile, quando tutto il paesaggio sembra già consegnato all’estate, in anticipo sul calendario. La luce intensa mi acceca perché sono ancora abituato all’oscuro inverno. L’edificio non è – come mi aspettavo, sbagliando – un luogo industriale, un camerone asettico, un angolo di fabbrica sterilizzato. All’opposto, si entra in una dimora ottocentesca, solida, tranquillizzante. Alle pareti dell’ingresso vedo collezioni di libri antichi, qui il richiamo al passato è ben presente, incastonato nell’oggi come un necessario gioiello. Di colpo sono uscito dalla confusione della strada per incontrare una radura, una quiete che mi fa respirare subito meglio. Lo studio è al piano terra, con la porta-finestra che lascia intravedere un taglio di giardino, anch’esso calmo e silenzioso. Di cosa parliamo quando parliamo di arte astratta? Di niente, direi. Nel senso che le opere resistono all’interpretazione esibendo una loro unicità di presenza. Sono state costruite esattamente in quel modo che vedete: la superficie è la loro profondità. Questo concetto mi sembra si possa applicare perfettamente alle invenzioni di Bertelli. Le tracce di colore indicano il residuo di precedenti esistenze. Il tema della manipolazione della memoria irradia energia: pentimenti, ripensamenti, sottrazioni. Si viaggia anche in direzione opposta, lanciando la memoria dentro la nuvola del futuro. Posso intuire l’accenno a sviluppi che verranno, visioni sempre parziali che mi lasciano libero di immaginare qualsiasi conclusione, nel dominio dei fenomeni imprevedibili. Una pittura di eventi, un lavoro di attese ed attrazioni. Con i colori brillanti dei nastri adesivi a garantire la genuinità dell’ispirazione. Da ultimo un dubbio, una sensazione. Forse il cuore magnetico di tutta questa produzione di segni è lo spazio del giardino di Enrico, quella pozza di luce, alberi e vegetazione che resta accanto al suo operare. E’ un segreto chiuso che non invade lo spazio dello studio. Ma è un modello importante, quasi un sortilegio naturale cresciuto dentro un miraggio tecnico. Stefano Loria (testo)Carlo Zei (immagini)
Nuovomondo
‘Nuovomondo 30’, bitume e olio su tela, cm 110 x 110, 2013 ’Nuovomondo 32’, bitume e olio su tela, cm 130 x 170, 2014 Luca Matti