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cantautorato rap - opinioni su Willie commentate da Peyote.
Le scene musicali di località atipiche riescono spesso a produrre versioni, per così dire, disinibite e peculiari dei generi sonori in voga. Si è fatto un gran buzz per la Latina di Calcutta (già, ancora lui…) anche se personalmente l’ho trovata un po’ una forzatura. Opinioni. Vorrei proporvi invece un rapper torinese: Willie Peyote, un trentunenne… ”Di anni ci terrei ad averne 3O fino al 28 agosto, così giusto per vezzo. Grazie”. Ok, trentenne, in giro già da un po’ con un passato come batterista d’estrazione punk. Ecco, non so voi, ma io Torino l’ho sempre vista più suonata che scratchata, più punk-hardcore che rap; e se penso al capoluogo piemontese mi tornano in mente i Belli Cosi mica Ensi, gli Arturo e non certo Kiffa. Sarà di sicuro una mia pecca. Non credo ma tutto è possibile, non è certo un mistero che la mia testa sia più ancorata ai ‘9O che al presente ma è proprio per questo che uno come Willie riesce a incuriosirmi.
Dicevamo, Torino. Quindi né Roma né tanto meno la Milano nota ai più, ma neanche la Napoli sempre legata al mondo hip hop (li chiamavano “negri del Vesuvio” ed erano ancora gli anni ‘7O). Willie, che poi sta per Guglielmo, questione non da poco se si pensa ai Cosimo divenuti Gué Pequeno, è pienamente cosciente di potere essere l’eccezione. Lo afferma già nel primo singolo del suo secondo album (Educazione Sabauda, del 2O16) e lo ribadisce schietto non appena la traccia glielo concede (”Io non sono come gli altri, gli altri sono come gli altri”). La differenza è la stessa che dieci anni fa si portava in giro uno come Metal Carter (“Io per l'hip hop cultura porto Sepultura”, ex-musicista anche lui) ma sotto una veste sì più morbida, forse ruffiana, ma non meno interessante. In Interludio Willie afferma: “Partito da zero ma per davvero non tanto per dire, e io suonavo mentre voi salvavate il vinile. E c’hai da dire? No, ma fammi capire. Ah già, suonare non fa parte delle 4 discipline”. Chapeau. Così il discorso si fa doppio e, per come la vedo, più interessante. Da un lato, l’autore di Non è il Mio Genere, il Genere Umano (uscito due anni fa) ribadisce una personale faida verso il suo genere stesso di appartenenza. Sì, c’è qualche attacco ad personam come di routine in questa guerra tra poveri che è la scena italiana (”Nesli è il nuovo Vasco, Federico è il nuovo Jova, serve un Checco dei Modà con più tattoo e più coca ma esisti solo sui social, sei il nuovo Povia“ da Peyote 451) anche se Willie mi precisa che ”Non è un attacco a loro due come artisti, ammesso che lo siano, ma alle etichette discografiche che ragionano per prodotti cercando di aggiornarli al tempo e non aggiornandosi loro al tempo che cambia”. E poi ci sono pure quei tre o quattro featuring senza i quali pare manchi l’aria a chiunque si ponga come brotha (il citato Ensi, Paolito, Tormento e Godblesscomputers) ma poi sembra non andargli proprio giù l’idea di finire nel “rap” in toto - cosa che non fatico a capire - e l’etichetta che gli verrà comunque messa addosso (”Ok gentaglia questo è un disco rap. Ci sono pezzi rap che parlano di rap, non è una novità”).
Perché? Perchè nel suo lavoro c’è veramente di più. In primo luogo i fiati, vecchia scuola Digable Planets, Tribe Called Quest o giù di lì, ai quali aggiunge (perdio!) altro rispetto al solito caleidoscopio di sponsorizzazioni ai giochi per la Playstation e signorine di dubbio gusto a cui dare della troia. C’è Tenco, c’è il piccolo cult di Santa Maradona, c’è Natalino Balasso, ma c’è pure un impeto sbilenco à-la Iosonouncane nel chorus in un pezzo come L’Outfit Giusto. Willie a tal proposito ammette candido: “Non l’avevo mai ascoltato prima di scrivere questo disco e sinceramente spero proprio di non avvicinarmici più, io mi prendo molto meno sul serio e ritengo che la musica vada presa sul serio, non noi in quanto sedicenti artisti”. Eppure per me gli ha fatto un gran bene. Ci sono le chitarrine tex-mex à-la Pan del Diavolo e exploit da loser con gusto à-la Ex-Otago in Willie Pooh. Da qui, l’espressione rap cantautorale che - a ben vedere - gli potrebbe cazlare a pennello. Questo ci permette di passare al secondo punto della questione. Pure se può sembrare un assurdo storico, ora come ora, ad ascoltare Rap sono veramente pochi. A orecchie opportunamente modernizzate una traccia come The Message di Grandmaster Flash suona probabilmente sbagliata - per non parlare del look che l’accompagna. Magari “storica”, “memorabile”, “importante” e nemmeno a dirlo “rivoluzionaria” ma comunque sbagliata. Un po’ come quelli che sono cresciuti con il new metal dei SOAD che, sentendo roba crossover come i Fishbone, non ci si ritrovano. Troppo minimali, troppo poco rifiniti, troppo scarni e lo-fi. Perché da lì a un attimo la storia della rap-music si era già spostata, sul pop, il jazz, il funk, l’elettronica, il metal, il punk, eccetera. Solo qui da noi c’è questo attaccamento quasi morboso nell’affermare una propria autenticità - anche se rispetto a cosa non si sa ancora bene. Chi stona (vedi J-Ax, o Neffa nel Paleolitico) viene accusato d’alto tradimento. Ed è qui che Willie, per gli amici Guglielmo, se ne tira fuori con classe e stile. A lui di questa gara a chi l’ha più lungo all’interno di una scena che finge d’essere dura e pura mentre nel resto del mondo rapper e producer giocano da sempre a mischiare le carte, giocare sporco, confondere le idee e vincono, beh, non interessa nulla. E non teme di mostrarlo. Se ne esce così quindici sfumature di songwriting-rap (per quelli che amano etichettare sempre generi nuovi) che setacciano il suo background e quello ascoltato dai suoi genitori o dai nonni. Jovanotti e Jannacci. Morricone e Bassi Maestro. Problemi? Scegliendo cosa portare con sé in questo viaggio ai confini del hip hop-culture. E non si parla tanto della Zulu Nation degli Afrika Bambaata solo perché seminale o della NY dei Public Enemy solo perché storicizzata, ascoltandolo non credo siano nelle sue corde. Come non annuso l’acqua ossigenata di Eminem o il suon di pistole di Notorious e 2 Pac. Anche se “A onor del vero senza Eminem, Biggie e Fibra io non rapperei, i loro dischi mi hanno notevolmente ispirato anzi nell’ambito rap sono gli artisti da cui ho tratto la maggior ispirazione. E’ che ascolto poco rap ecco”. Non sembra il suo però. E non è questo quel che traspare. Si fatica persino a credere che tra le sue influenze ci sia proprio Fibra - neanche Microspasmi, proprio Fibra solista. “Ecco, l’ho appena detto”. Perché Peyote vive il rap, ma in più con una costante amarezza (nel cartonato scrive arguto: “Le lettere dei suicidi sono semplici liste di nomi come i ringaziamenti nei dischi”) quasi di scuola genovese (e non stiamo parlando di rap ovviamente) che gli permette di mettere Ko gran parte dei contemporanei.
Ne viene fuori un sound felpato. Smooth. Molto suonato con l’elettronica più nascosta dell’acustica, linee di basso avvolgenti e qualche sax a scaldare l’ambiente. Un disco strano che mantiene lo status di hip hop per il flow ma che potrebbe stare tranquillamente nella sezione “indie”, visto che mai come in questo caso lo stile è funzionale a una forma canzone: nichilismo borderline e situazioni del cazzo incrociate ieri, guerre personali più o meno immaginarie e altre sbavature di questi anni Zero. Willie qui mi ferma e pensa bene di dirmi la sua: “Questo punto ci tengo a sottolinearlo, per il mio background di ascoltatore e di musicista il mio intento con questo disco era proprio quello di creare un legame vero e forte tra il rap e l’indie, di cristallizzarlo in qualche modo perché in fondo non sono sicuramente l’unico della mia generazione ad aver mischiato ascolti dei due generi e ad essersi rotto il cazzo dei compartimenti stagni con cui si analizza la musica in questo Paese. Il rap che faccio io, e non sono l’unico, è decisamente più indie dei cantautori più quotati del momento. Tutti”. I suoi infatti sono testi e concetti semplici espressi in modo incisivo e in battaglia come e ci piace che sia. Nulla a che vedere con i rap-conti sofisticati e sofisticabili di Murubutu: qui non c’è la boria (spero che nessuno si offenda ma non mi viene altro termine) del romanziere ne la sofisticazione da letterato. Ci sono tracce in cui l’aspetto dominante è dato dal beat (ad esempio Giudizio Sommario o E Allora Ciao) e i testi vivono in generale su un antagonismo tipico della scena - quello in grado di fondere sberleffo a denuncia sociale - ma c’è una varietà di registri che vanno dal pop (di Che Bella Giornata) al trip hop (della umbratile Etichette, che per alcuni versi ricorda persino i Bachi da Pietra dell’asciutta Baratto), dalla correità hardcore (di Nessuno è il mio Signore) all’electro-funk (di Giudizio Sommario) e un notevole senso dell’ironia e dalla frase per tutto il disco. Non era facile andare oltre quanto realizzato e cementificato nel sound del bum-bum-chà nostrano. Riprenderlo e riassemblarlo un’altra volta. Un uomo soltanto poteva riuscire nell’impresa,e probabilmente quell’uomo si chiama Willie Peyote. E se ”L’analisi non è sempre in linea col mio pensiero”, come mi viene fatto notare, “è sempre bello scabiare considerazioni parlando di musica senza filtri e sapendo di cosa sta parlando”. Se poi si riesce a incuriosire e a farvi spostare di mezzo cm dalla vostra inossidabile concezione di rap all’italiana, o quantomeno provarci, oltre che dilettevole per me sarà stato anche utile. Come credo lo sarà ciascuno di voi. Ps. L’illustrazione è come sempre un contributo di Mariano De Biase.
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lisa x bart
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“Fuggono tutti,inclusi quei tre o quattro stronzi infelici che tu chiamavi amici.”
-thegirlwithdeadeyes-
Ma voi la conoscete una persona veramente felice?
scappandodaquestarealta.
Non ho mai capito cosa fossimo, a volte eravamo amici, altre qualcosa di più e altre ancora solamente estranei.
Isabel Celima
8.
Stavo in uno spazio piccolo in quel letto enorme. Avevo paura di espandermi.
E so di non essere un tipo perfetto, in realtà odio spesso me stesso durante la giornata, ma quando sono con te non mi odio più così tanto. Mi piace averti intorno.
BoJack Horseman