47. Alberto Garutti
Torre dell’Acqua di Angiolo Mazzoni / via Giovanni Giolitti
Parlerò dell’incontro con un’architettura che si trova sul perimetro della stazione Termini e che fin dal mio primo viaggio a Roma, ormai tanti anni fa, mi seduce e mi meraviglia ad ogni mio ingresso in città in treno. L’edificio si trova vicino ai binari: è una solida costruzione in travertino con una svettante torre idrica cilindrica corredata da una scala esterna che l’avvolge fino in alto. La sua imponenza e le sue forme parlano dell’epoca fascista: il progetto originario della stazione, di Angiolo Mazzoni, risale al 1938. L’architetto è riuscito a utilizzare il linguaggio formalmente retorico di quegli anni in modo rivoluzionario, caricandone gli elementi di significati altri e rendendolo portatore di nuovi mondi. La pesantezza e la grandiosità di questo episodio architettonico riescono paradossalmente a smaterializzarne la fisicità, sino a renderlo un’evocazione capace di condurre l’immaginario altrove. Con leggerezza porta il pensiero a intrecciarsi in allusioni continue alla pittura metafisica, a vagare in quegli scenari urbani percorsi da innumerevoli enigmi. Riesce a narrare la meravigliosa monumentalità di Roma attraverso rimandi duplici, capaci di contenere ad un tempo l’idea dell’antico e quella del moderno. Le sue forme regolari hanno un fascino autorevole, quasi simbolico: questo luogo è l’accesso alla capitale, città in cui gli strati della storia si sovrappongono da tempi lontani e dove si concentrano i poteri civili della nazione. Questa sintesi accidentale di simboli, figure antiche e forme pure fa sì che questo luogo quasi trasfiguri. Diventa altro da sé, spazio silente di natura dechirichiana: scenario urbano di ciminiere e orizzonti vaghi, architetture regolari e senza tempo. Trovo una corrispondenza sottile tra quest’angolo di Roma e i paesaggi enigmatici occultati dietro ai muri di quei dipinti, interi scenari suggeriti da pennacchi di fumo che fanno immaginare il passaggio dei treni ed indefinibili lontananze. “Ciò che più conta nell’arte è la misteriosità dell’evento visivo”; qualcosa rende questo edificio inafferrabile, i limiti delle sue superfici vengono forzati e si smarriscono oltre lo spazio in cui si trovano; sotto i miei occhi le forme cambiano pur rimanendo se stesse e si sovrappongono a scenari irreali. Nel divenire di questo immaginare si percepisce un legame con l’idea dell’arte, con i suoi percorsi indicibili e tutto il mistero che in essa è contenuto.
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I will speak about an encounter with an architecture that is located on the perimeter of the Termini station and that since my first trip to Rome, many years ago, seduces me and which marvels me every time I enter the city. The building is located near the tracks: it is a solid construction in travertine with a cylindrical water tower accompanied by a staircase that winds up to the top. Its grandeur and its forms speak of the Fascist era: the original design of the station Angiolo Mazzoni, dates back to 1938. The architect managed to use the formal rhetorical language of those years in a revolutionary way, by loading it with other meanings and making it the bearer of new worlds. The heaviness and grandeur of this architectural episode paradoxically manages to dissolve physicality until it becomes an evocation which takes the imaginary elsewhere. It gently brings thought to tangle in continual allusions to metaphysical painting, wandering in those urban landscapes crossed by countless puzzles. He manages to evoke the wonderful monumentality of Rome through dual references, which at the same time can encapsulate the ancient and the modern. His regular shapes have an authoritative charm, almost symbolic: this place is access to the capital, the city in which layers of history overlap from ancient times and where civil powers of the nation are concentrated. This accidental synthesis of symbols, ancient figures and forms also makes this place almost transfigured. It becomes something other than itself, the silent space of De Chirico's nature: urban landscape of smokestacks and vague horizons, regular and timeless architecture. I find a subtle correspondence between this corner of Rome and the enigmatic landscapes hidden behind the walls of those paintings, whole scenarios suggested by the smoke plumes that make you imagine the passage of trains and indefinable distances. “The most important thing in art is the mysteriousness of the visual event.” Something makes this building elusive. The limits of its surfaces are forced and stray beyond the space where they are located. The shapes change while remaining themselves before my eyes and unreal scenarios overlap. In the becoming of this image you feel a bond with the idea of art, with its untold paths and all the mystery that is contained in it.










