« Posso offrirti un altro scotch prima di dirti che ho incontrato Sebastian? »
Proferito opportunamente tutto d`un fiato, con una nonchalance invidiabile, lo sguardo che slitta al suo bicchiere di scotch prima che una manina si allunghi a scipparglielo da sotto il naso prima che possa farlo lui. L`intento sarebbe quello di buttar giù un sorso generoso, così da giustificare il bisogno del secondo bicchiere che lei vorrebbe offrirgli.
Inspira. Espira. Deglutisce. La guarda, cercando un minimo accenno di scherzo, di battuta, ma vede solo serietà e quel minimo di indifferenza sua solita, con la sua faccetta da schiaffi. «Non basterà uno scotch. Che voleva?» chiede con durezza, staccandosi leggermente da lei, ma rimanendole aggrappato alla schiena con una sola mano.
«Vuoi la versione obiettiva o quella interpretata?»
«Voglio semplicemente sapere quello che ti ha detto e cosa voleva da te».
«L`ho incontrato per caso in ospedale, mentre ero in pausa e... abbiamo chiacchierato un po`» un po` di contorno glielo concede, utile a chiarire che quantomeno non abbiano fissato un appuntamento. Magre consolazioni, mentre lei addenta nervosamente il bordo di vetro del bicchiere ormai vuoto.
«Per caso?» Una leggera punta di ironia si può notare nel tono della voce. «Sa benissimo che lavori in ospedale».
«Beh, sì... ma va anche dalla Magipsicologa una volta ogni...» non lo sa più ogni quanto «tanto» stringendosi nuovamente nelle spalle e prendendo tempo.
«Pure uno psicopatico» si lascia sfuggire a voce bassa. «Dovevo immaginarmelo». Attende ancora, la ascolta, mentre sa benissimo che sta prendendo semplicemente tempo per cercare le parole giuste da dirgli, magari: non poche volte si sono fraintesi.
«Ilary... Che vi siete detti?»
chiede di nuovo, come a sapere che la risposta è di vitale importanza, per lui, per quella giostra su cui si è ritrovato. E ora quella ruota sta prendendo man mano velocità, esattamente come il suo battito cardiaco.
«Niente! cioè...»
rotea gli occhi al cielo nel rendersi conto, con una certa dose di spazientimento, che a lui manchi un pezzo che non ha avuto modo di dirgli. Avrebbe dovuto? Alla sua sollecitazione deglutisce, inspira e col coraggio a due mani sputa fuori tutto.
«Mi ha scritto verso fine maggio per... perché aveva fatto un`altra delle sue bolidate, una grossa a giudicare dall`impellente necessità che ha sentito di dire quanto gli mancavo, che si scusava e... addio?» incerta, o più che altro scettica nei riguardi dell`intera lettera. «... gli ho fatto presente di rivolgersi a qualcun altro a meno che non fosse una questione che solo io potevo risolvere. Non mi ha più risposto. Solo che... ecco... ho ancora questo magiorologio e... diciamo che potrei» potresti? «aver controllato la sua lancetta, giusto per esser sciura non fosse in fin di vita o in ospedale. Sai... ho fatto comunque un giuramento a Saint Mungo» certo. «E... così quando l`ho visto in ospedale mi sono» preoccupata? «preoccupata di dove fosse ricoverato e di come stesse e... e così ho scoperta che era solo dalla magipsicologa. L`ho incontrato per caso in terrazza e stava piangendo e... lo sai...» lo sa? Rotea gli occhi al cielo. «Beh, non sono così senza cuore da ripagarlo con il suo stesso galeone, sono decisamente migliore di una megera dal cuore arido e rancoroso; così gli ho parlato un po`» tutto qui, suggerisce l`ennesimo stringersi nelle spalle. «Mi è parso di capire che ci fossero problemi in paradiso, dunque d`improvviso deve essersi ricordato del nostro matrimonio e di aver perso l`unica persona sulla faccia della terra in grado di mettere le sue bolidate e i suoi bisogni prima di se stessa» e da come lo dice, non sembra che lo consideri esattamente un merito. «Ha davvero una pessima stima di me se ha pensato che una cosa del genere potesse sul serio rifunzionare. Come se avessi scordato che lui pretende devozione assoluta pur essendo incapace di garantire altrettanto» il tono a farsi un pelo più stizzito. «Comunque» tornando a noi «lui ha almeno avuto la decenza di levare le piante» tende «quando gli ho detto che non avremmo parlato dei problemi con il suo ragazzo» lo sguardo a farsi allucinato, quasi divertito dall`assurdità della sua faccia tosta. «Ho solo cercato di rimettergli in prospettiva un paio di cose, un`abitudine dura a morire, è stato il mio lavoro per anni e...» no, non è un eufemismo, ma ormai che sta parlando tanto vale concludere.
«Non ho idea di come gestire queste cose con te. Non è che mi vada di parlarne, però posso farlo se a te serve...solo non capisco se ti serve. Forse dovresti spiegarmi le regole di questo gioco, perché io non ho...» il tono ad abbassarsi ridicolmente, per metterlo a parte di questo oscuro segreto con uno sguardo angustiato e serissimo: «Non ho mai avuto un ex prima di ora».
Deglutisce ed espira allo stesso tempo. Si stacca da lei e incrocia le braccia, stringendole al petto come un abbraccio a se stesso; di nuovo si chiude a riccio. Ora è davvero insicuro? Rimane impassibile, cercando di trovare le parole giuste, per non ferirla, per non farsi fraintendere. Abbassa lo sguardo sulle punte delle sue scarpe solo per un attimo, poiché subito dopo protende la mano verso il banconista.
«Mi fai uno scotch, per favore? Offre lei».
Ora si concentra completamente su di lei e annuisce appena. «E su quell'orologio c'è anche la MIA di lancetta?» Oi oi. Gelosia. Permalosità. Ma a quell'abbassamento di tono, anche lui si ammorbidisce; un tiepido sorriso, nel guardarla, mentre le mani si posano sulle braccia della donna, stringendo appena la carne chiara.
«Da quel che ne so... » Fonti? «Chi sta in una coppia... » coppia? «Può parlare di tutto all'altra persona». Le sorride dolcemente, così tenera. A quando risale la sua ultima ex? «Ci auguro che Waleystock sia l'ultimo» aggiunge divertito, servendosi di un goccio di scotch per smorzare la tensione.
«Perché, ti serve?» una lancetta, si capisce. «Pensi di tentare il suicidio nei prossimi giorni?» che tradotto significa: no, per tua fortuna non c'è. Per mia fortuna non devo farti da baby sitter.
Gli occhi aperti fissi su di lui, l'iride a dilatarsi progressivamente, fino a che il respiro non si ferma e lei torna a manifestare un principio di terrore atavico che non sembra lasciar presagire niente di buono. Coppia?
«Are we?» in a couple?
Too fast? Le vertigini come vanno? I piedi tirano? Il cuore batte? Troppo forte? E' un bene o un male? «Da quel che ne so io... » ondeggiando appena in avanti, forse a volersi avvicinare un altro po'. «... Si può anche chiedere tutto, all'altra persona» in una coppia. Lo sguardo eloquente sembra volergli suggerire qualcosa:
«Non ho chiesto se io potessi parlare di tutto, ho chiesto se tu avessi bisogno di sapere Qualcosa. Lo so che ho... un passato un po'... ingombrante».
Ma quasi non fa in tempo a finire che quella constatazione pericolosa e importante arriva, spingendola ad assecondare l'impellente necessità di sganciargli un pugnetto punitivo nello stomaco. «Sir Duffany, non pensate che augurarvi di essere l'ultimo sia un po' come strappare un biglietto per le montagne russe?»
«No, ma... Non mi dispiacerebbe che mi tenessi sul tuo polso... » Oh, anche romantico. Fissato da quegli occhioni, l'adolescente di trent'anni si avvicinerebbe nuovamente per fissarle sulle labbra un nuovo bacio morbido e affamato.
«Che ne pensi?»
Sono seriamente una coppia? E da quando?
«D'accordo... vorrei chiederti di scendere dalla ruota, visto che comunque soffri di vertigini, e... di salire su un carosello, che rimane a terra e supera le 5 miglia orarie. Non necessariamente le montagne russe».
«Ti tengo già al polso» gli fa notare con un sorrisetto, sollevandosi sulle punte per rubargli un morsetto sul naso. "Che ne pensi?". «Penso...» nel tempo che si prende, le sue parole le strappano un sorriso di rimprovero. «Okay. Mi sembra una buona idea aumentare la velocità tornando a terra, prima di unire alla velocità le grandi altezze, ma.... non stavo parlando di chiedere in generale, ma di... chiedere del mio passato, insomma...» sbuffa, sbrigativa. «Okay» lo ripete, dando una leggera scrollata al rever della sua giacca prima di allisciarlo distrattamente.
«Non ti ho mai chiesto nulla per non pressarti, perché vedevo che avevi difficoltà a parlarne, a fidarti, a ricominciare da capo. Non ho indagato ulteriormente per rispettarti, per aspettare te e il tuo bisogno di elaborare la cosa. Mi hai cambiato, perché non sono mai stato un tipo paziente». So deep, Duffany.
«Beh, ti ringrazio della premura,
ma… non ci sono solo io».
«Dannazione, Wilson» gli esce, più duro di quanto pensasse. «Senza che tu me lo abbia mai detto, so che non hai passato bei momenti».
«Harry» un sorriso non può fare a meno di scapparle, un po` stanco, ma di quella stanchezza buona, che ti fa crollare sul divano dopo una giornata al mare. Il richiamo per nome oculatamente inserito per riacciuffarlo. «Guarda che non era un rimprovero, solo un invito». Dolce, come le mani che risalgano ai lati del suo viso per riportarlo don delicata fermezza su di sè. «Credo solo che ci sia un ponte molto lungo e largo fra il non chiedere niente e il pretendere di voler sapere tutto» ci si può fermare in moltissimi punti nel mezzo.
Il sentir pronunciare il suo nome da quella voce morbida lo fa tornare negli occhi della Wilson. «Ripeto, non ti ho chiesto nulla per rispettare te» continua. Il cuore martellante sembra voler uscire dal petto, sebbene la sua postura dimostri l`opposto. Fermo e irremovibile, ammorbidito, sorridente, adolescente.
«E credo che se sapessi davvero tutto, andrei da lui a spaccargli la faccia, per rendergliela simmetrica con un`altra cicatrice».
«E io ripeto che ho capito» dolce è anche il verso che gli fa, nel tornare a guardarlo. «Volevo che sapessi che lo so, e che puoi chiedere. Non-non sarà una mancanza di rispetto». La voce a tremolare appena nel sorriso acquoso che ora gli rivolge. «Mi piace il condizionale» sorniona, tanto per chiarire che condivide l`impulso ma gradirebbe non venisse portato a compimento.
«Il dispetto più grande è lasciargli l`asimmetria, credimi».
La dolcezza che Ilary utilizza in quel “ho capito” gli arriva come un cazzotto nello stomaco, piacevole e stringente, si sente quasi in colpa -ora- per aver pensato diversamente; forse poteva chiedere davvero. Forse può farlo anche ora. Ma come uno struzzo ancora rimane sulle sue, e decide di non indagare. Anche nella penombra del locale, si accorge degli occhi umidi della ragazza e un tremante sospiro fuoriesce dal naso. «Ma la soddisfazione sarebbe più grande» leggermente più duro nel tono di voce.
Un bacio segna il concludersi di quel discorso, e quel sussurro che va a interromperlo fa sorridere Duffany a pochi millimetri dalle labbra di lei. Non risponde al suo grazie ma va a baciarla nuovamente, perché è quasi certo che il giro sulla ruota sia completo e quello sul carosello sia appena iniziato. Un celato “andrà bene” unito a un abbraccio, a un`unione di sapori e a quella stretta che si fa sempre più stretta, le mani che percorrono la schiena minuta fino alla nuca e ai capelli in cui affondano dolcemente le dita.
Andrà bene davvero.