The weekend.
La grinta di Gena Rowlands caratterizza il film, permette alla sentimentale monotonia di ravvivarsi di sferzate di colore e fa vacillare le emozioni di tutti i protagonisti del film. Pare che possieda le redini dell'umore di tutti i presenti e pare che sia in grado di guidarli tutti verso una via, per alcuni più limpida e per altri meno. Tuttavia, un personaggio di spicco è Tony. Credo che l'attore interpretandolo abbia fatto un ottimo lavoro, che abbia reso l'amore meno romantico e tuttavia egualmente profondo sia nei confronti di Lyle che nei confronti di Marion proprio per quell'apparente “ambivalenza” sentimentale nutrita verso entrambi con profondità ma soprattutto, per quella nota di riguardo e dolcezza nutrita nei confronti della moglie del suo fratellastro, donna per giunta, lui che è gay.
Tony è il centro della storia ed apparentemente l'unica colonna portante di quella famiglia, l'unico legame, l'unico filo che unisce i personaggi che si ritrovano ad una cena che tuttavia non vivono ma consumano in diparte, separatamente gli uni dagli altri preoccupandosi di raccontare la vita pur essendosi inizialmente raccolti per rammentare i freddi strati della morte accasciati sulla tomba dell'ormai defunto Tony.
E come in molte pellicole anche in questo film del 1999 si rivede l'altalenarsi della morte e della vita. Tony muore, e finalmente Marion riesce ad avere il bambino che da tempo tentava di avere. Tony muore e Lyle confessa a Marion di aver sperato che il suo uomo con la malattia potesse mutare in un bambino cosicché non potesse comprendere quanto il morbo lo stesse uccidendo.
La conclusione è quasi scontata oramai, bella e triste come triste è stato il motivo che ha condotto tutti a trovarsi in quella casa vicino al lago.









