Breve recensione di “Fiammetta”, E.E.Abbadessa.
Spogliandolo della sovraccoperta – color di fiamma come la passione, color oro come l’accecante sole siciliano – Fiammetta è uno dei più bei libri che ho tenuto tra le mani. La copertina rigida in avorio evoca storie di altri tempi, affascinanti e contradditorie, di noti profili maschili e femminili che si deformano in tristi stereotipi. Fiammetta ha acceso le mie notti ed è metafora dei tempi d’oggi. L’amatissima maestra Renzi, d’impetuosa intelligenza, scrittrice di “poesiole garbate, versi ben quadrati”, conduce liberamente la sua umile e modesta vita lungo le rive dell’Arno; l’amore d’un tratto le sconvolge ogni quotidianità. Non tanto l’amore, mi viene da pensare, quanto l’ologramma dell’amore, ovvero l’ombra oscura della possessione che indossa il volto santo del più serafico dei sentimenti. Le poesie di Mario Velastro, siciliano, autore del Satana Trionfante, confondono la signorina Renzi, tanto da indurla a credere che la meraviglia del poetare coincida con la meraviglia dell’amare. Governare i versi, di riga in riga, immagina Fiammetta, denota bontà d’animo, spiccata sensibilità, vigore intellettuale, spirito compassionevole, e l’uomo che pian piano costruisce dietro i libri letti e amati diviene la proiezione di un radioso futuro condiviso. Cosa sperare se non la gioiosa felicità di anni passati a crogiolarsi nelle persuasioni della Letteratura, nell’impegno sociale che in essa si ravvisa, nell’architettura di una famiglia sorta come un roseto nell’educazione delle Lettere, in cui si affermano amore per se stessi e di conseguenza per il prossimo? D’altronde Fiammetta – che ambisce a occuparsi della Scrittura come primo attrezzo, in quanto talento, per riparare questo rottame arrugginito in più punti qual è la nostra società, facendone un luogo egualitario a tutela dei diseredati – non concepisce in altro modo l’amore coniugale se non come condivisione di tali onesti pensieri. Perché Fiammetta, appassionata sin nel nome in ogni gesto verso l’altro, tenta e tenta di correggere le storpiature del mondo nella maniera ostinatamente gentile che le appartiene. E di questa onestà e levatura morale investe lo stimato poeta, futuro marito, di lì a poco giudice sgradito. S’innamora delle parole, sirene che sibilano suadenti menzogne d’amore.
Come per Elena, ne L’amica geniale della Ferrante, e il suo libello sulla percezione maschile delle donne, e si potrebbe aggiungere l’inverso, ovvero la percezione femminile degli uomini, anche nel romanzo di Emanuela Abbadessa torniamo a indagare lo stereotipo maschile e quello femminile e a discutere di quanto questi ritratti fermino in un solo volto uomini e donne, per definizione soggetti identitari, distinguibili l’uno dall’altro per destino e peculiarità. Torniamo a chiederci quanto presto una donna si arresti nei soli ruoli di moglie e di madre e con quale facilità si perdano i tratti dell’uomo amato con passione in un marito. Torniamo a chiederci quanto spesso, per illusione di sentimento o superficialità o addirittura scarsa consapevolezza di sé, si commettano turpi errori di valutazione e quanto poco ci sforziamo di conoscere chi ci è accanto. Fiammetta ci interroga allora senza scuse sulla libertà di essere se stessi nella fragile comunità baumaniana e su quanto tale libertà non possa stare nelle sue maglie strette, se non soffocando in rigidi manichini senza vita il nostro autentico desiderio di essere. Noi donne abbiamo faticato tanto per conquistare una stanza che sia tutta per noi, in cui poter indossare i panni della nostra unicità, né quelli di madri né di mogli, ma di soggetti attivi, pensanti, tasselli fondativi della collettività. Fiammetta ce lo ricorda: si batte contro le donne che la vogliono come loro assuefatta al grigiore delle ipocrisie, contro le donne che non vedono altro in se stesse che una forma di schiavitù congenita – che si tratti di cameriere pronte a darsi o nobildonne senza coraggio incapaci di mostrarsi. Si batte contro quegli uomini che, pur adoperando le arti, pur servendo le Arti e le parole, vili le impiegano come scudo per non dover mostrare la propria mostruosità, ovvero la gretta cecità che li rende schiavi degli istinti. Anche Fiammetta vive con passione, con istinto, con ferocia se vogliamo, ma è una passione fertile, feconda, mai sterile. Fiammetta è figlia di Virginia Woolf, in una Catania di fine Ottocento che considera le donne come un pezzo di argenteria da lucidare, da mettere lì in bella mostra, di cui poter usufruire quando e come si vuole. Nessuna di noi si reputa più tale. O no? Poiché la sfida di Fiammetta è capire quanto coraggio ci sia in noi donne per dire: no. Per urlare “no” a chi tiene il palmo alzato o il pugno pronto a colpire per un’ora di sesso andata a male. Per dire “no” a chi vuol tenerci in casa ad appassire come fiori recisi. Per dire “no” a chi vuol metter mano e becco sul nostro utero, sui nostri seni, nel nostro ventre, e spiegare a noi, noi che abbiamo il dono della creazione, cosa significhi generare. Per dire “no” a tutte coloro che hanno la presunzione di decifrare in ciascuna la santa o la puttana, pur sapendo quanto policromo e complesso sia l’universo che ci portiamo dentro. Allora, la questione che giace dietro ogni riga è quanto una donna può o è libera, ancor oggi, di essere. Di essere se stessa fino in fondo, di contenere una forza maschile che si amplifica con la straordinaria potenza femminile. Di essere intelligenza e braccia per smuovere il terreno fangoso in cui faticosamente avanziamo come specie, di non far sbiadire la propria immagine dietro un focolare domestico e qualche biberon. Di non perdersi, perché se perdiamo noi stesse perduto è il mondo intero, e soprattutto quel mondo verghiano fatto di bimbi senza infanzia e nella più totale povertà. Perché le donne sono pianta e frutto, muro e mattone, sono terreno fertile. Sanno prendersi cura di chiunque e far crescere rose nel deserto. E Fiammetta indossa la sua potenza femminile, che si riverbera nella bellezza esteriore, sfrontata e visibile agli invidiosi. C’è femminismo e socialismo in Fiammetta, l’uno e l’altro a ricordarci che talune battaglie non saranno ancora vinte finché ci occuperemo di femminicidio e di infanzia violata, finché dovremo giustificarci per i nostri desideri o ambizioni, finché dovremo scegliere tra ventre e fiuto per gli affari. Questo è un romanzo di libertà e schiavitù e avendolo letto sono qui a chiedermi quanti, guardando se stessi allo specchio, vedano nel fondo delle pupille la fiamma della propria anima o un corpo vacante, anestetizzato. E quanti possano considerarsi liberi o schiavi, poiché è libero colui che non ha paura di mostrarsi, di palesare se stesso, con inquietudini, pensieri, sentimenti. Il mondo è suddiviso tra coloro che hanno la fortuna e la ricchezza di cedersi e concedersi e coloro che schiavi degli altri e fissi nei propri ruoli rinunciano a vivere. Affermare la propria libertà non è solo godere e conquistare i nostri spazi senza invadere quelli altrui, ma è anche scegliere ciò che si vuol essere infischiandosene sonoramente di ciò che chiunque possa volere da noi, o con fare presuntuoso e abietto voglia leggere in noi.
Fiammetta è una maestra, svolge un mestiere in apparenza comune ma che è il fondamento di ogni individuo e cittadino. È strumento di Dio, della Provvidenza, adopera i propri valori come baluardo alla vacuità e alla calunnia. Del poeta mitizza ogni virgola e di questa illusione diviene prigioniera, in poche terzine schiava. Ma è negli sguardi semplici, affatto pretenziosi, che si annida l’amore – “privato deve restare l’amore”, scrive l’Abbadessa. Non in quello sfuggente e isolato di Velastro, né in quello tronfio e vanitoso di Greco, ma in quello preoccupato e limpido di Stefano, calda luce nel buio della solitudine. Fiammetta spinge a pretendere la propria libertà, verso la quale nessuno ha alcun diritto, essendo disposti a pagare il prezzo più alto: quello di perdere tutto. Ma anche di guadagnare l’unico sentimento che rende vivo e degno ogni essere umano: l’amore.
Federica Piacentini
Photos by Federica Piacentini









