L’officina delle Storie: intervista doppia a Chiara Marchelli e a Tiziana Rinaldi Castro.
A New York le acciughe fritte sono un miraggio. La pastella profumata e croccante, fatta di nostalgia e bei ricordi, gonfia le vele nel golfo grande di Napoli e in quello piccolo e delizioso di Gaeta. New York pullula dei versi di Federico Garcia Lorca e di fiati, sibili, rombi dell’anima, di coloro che per queste strade sono passati chissà quanto tempo fa. New York è una notte buia e pericolosa e un godurioso giorno di sole. New York è il delizioso minuetto tra bene e male, la stretta di mano e il pugno. New York è la città dai mille volti e uno di questi è di certo il tuo.
Chiara Marchelli e Tiziana Rinaldi Castro conoscono bene i cinque distretti della più nota e ambita Mela d’America e nei due romanzi, Le notti blu (Giulio Perrone Editore, http://www.giulioperroneditore.com/autore/chiara-marchelli/) e Come della Rosa (Effigie Edizioni, https://effigiedizioni.wordpress.com/2017/04/26/come-della-rosa/), hanno svelato due città diverse che però convivono, comunicano, si osservano l’un l’altra e infine si mescolano. Due scrittrici mature e apprezzate in Italia come qui, che hanno saputo raccontare storie italoamericane, di famiglie sradicate e ricomposte al di qua e al di là dell’oceano, a metà tra le mitiche tradizioni di Sala Consilina e le strade polverose di Harlem, tra le focacce di Genova e tramontana e scirocco e la cosiddetta “teoria dei giochi”. Ci siamo incontrate in un pomeriggio di maggio sulla dodicesima, la brezza dei giorni di aprile si era decisamente addolcita. Sono arrivata qualche minuto prima, ho rivisto le domande, ne ho cambiata qualcuna all’ultimo minuto. Un paio sono state drasticamente depennate. Io, Chiara e Tiziana abbiamo trascorso insieme oltre due ore. Abbiamo riso, scherzato, riflettuto, parlato dei due romanzi che abbiamo esplorato e da lì, dalle straordinarie pagine che mi hanno rapita ed emozionata e che caldamente vi consiglio, siamo partite per un magnifico viaggio al termine del quale mi sono sentita felice e frastornata. Come se fossi stata contagiata dalla gioia di scrivere. Così nasce questa intervista. A Chiara Marchelli e Tiziana Rinaldi Castro.
1. Nei vostri romanzi la morte è protagonista, nella stessa misura in cui lo è la vita con le sue complessità. In Come della rosa entriamo in un mondo spirituale e ancestrale in cui le storie sono parte della cura. In Le notti blu la sola cura è André, un pezzettino di vita che prosegue, almeno per Michele. Nel mondo in cui viviamo la morte è sulle pagine dei giornali tutti i giorni, ma non fa più parte della nostra quotidianità, della nostra profonda comprensione della vita. Quanto c’è di spirituale in un romanzo come Le notti blu, in cui il lutto porta con sé un dolore intollerabile, e quanto scetticismo c’è in Come della rosa, nella percezione di un mondo invisibile complesso e reale?
CM: La spiritualità ne Le notti bluè naturale, nel senso che Michele si avvicina – quando Mirko era vivo attraverso le conversazioni e dopo che Mirko è morto attraverso la memoria – si avvicina a qualcosa che può essere definito spirituale soltanto attraverso il contatto con la montagna, con il mare, che sono la religione del figlio, che era innamorato della terra. Sono talmente diversi: il mondo di Michele è tutto intellettuale, lo studio dell’economia, della teoria dei giochi, non sarebbe per lui naturale andare nella natura a cercare. Quindi forse è una spiritualità panteistica, in questo senso, perché pensa e ragiona su quanto la natura abbia delle leggi che sono imperscrutabili e intoccabili da parte dell’uomo soltanto nel momento in cui il figlio lo obbliga attraverso la sua morte. Quindi il livello di spiritualità nel libro io credo che stia lì, dentro la pioggia, il vento, la neve, i picchi, tutto ciò di appartenente alla natura che piaceva a Mirko. Non c’è un altro livello che loro due, Michele e Larissa, vivono come spirituale, soprattutto Larissa. Sono due atei in assoluto.
TRC: Penso che la protagonista del romanzo, Lupo, è continuamente alla ricerca di una spiritualità che sia pervasiva, totale, ma che in realtà non lo è mai, perché lei è comunque una persona che dubita continuamente, tanto è vero che l’intero suo percorso è questa ricerca di andare oltre il dubbio, e quindi nello specifico di diventare sacerdote, sperando con il sacerdozio di arrivare a un momento di adesione a questo credo [culto yorùba, ndr]. Il credo in sé, poi come tutte le cose della vita, non è il fine, un po’ è anche il mezzo, rimane un percorso, anche arrivare al sacerdozio è soltanto l’inizio di una pratica che non finisce mai e comunque dovrebbe sempre essere pervasa dal dubbio, o si spera, altrimenti si diventa bigotti. Il dubbio è importante in genere, nella nostra vita, anche nel percorso spirituale Invece non è questo il percorso della protagonista, che parte da un’infanzia regolata da tutte e due le cose, il credo e il dubbio. È stata educata da una nonna atea che le ha instillato un’educazione laica, molto importante, perché è lì che si stabilisce il dubbio. Ma ha avuto anche un’altra nonna, che rappresenta la natura, l’amore, perché è una donna che ha vissuto di più a contatto con la terra in quanto contadina. Lì non c’è il contrario del dubbio necessariamente, però c’è l’abbandono, nel senso più bello del termine, cioè abbandonarsi alla realtà delle cose che ha anche una sua immediatezza. Queste due cose devono sempre andare insieme, io credo, nella vita. Nel caso del personaggio che ho costruito volevo prima una battaglia, poi che si arrivasse a una interazione tra le due cose. Non mi interessava né creare una Giovanna D’arco che sarebbe stata antipaticissima né tantomeno creare una persona dubbiosa fino alla fine, che non si abbandona. Invece, un abbandono visitato ogni tanto da dubbi, perché è così che noi siamo vivi. Ogni tanto ci chiediamo: ma sarà vero tutto quanto? Quindi anche rispetto a Dio, agli dei, alla religiosità, rispetto anche alla morte, rispetto a ogni cosa, bisognerebbe avere un atteggiamento di incantamento, essere presenti però incantati, e magari avere anche la speranza che tutto sia vero. Ma non è detto. E bisognerebbe ricordarselo sempre che non è detto affatto. Né che sia vero né che non lo sia. Mi piaceva, mentre scrivevo, mantenere questo contatto continuo, era interessante farlo ed era molto facile farlo, perché anche la mia vita per me, come italiana che è arrivata a una religione africana, ha rappresentato questa possibilità, cioè di rimanere sempre sulla sponda. Però viene un momento in cui bisogna lanciarsi. Perché altrimenti non si è seri. E invece bisogna affondare, perché se non affondi, te ne stai a casa. A un certo punto bisogna lanciarsi anche senza paracadute, sapendo che è possibile anche sfracellarsi. Questo significa credere. Le due esperienze, il dubbio e l’abbandono, devono andare insieme. Il vero mistico non è colui che crede, è colui che spera. Dubito che Giovanna D’Arco fosse una mistica e a un certo punto mi chiedo anche se lo fosse Teresa D’Avila. Mi piace di più pensare, per esempio, a San Filippo Neri che diceva ai bambini: “State buoni se potete”. Questo “se potete” mi riempie di gioia perché penso che tutti noi facciamo quello che possiamo, perché è impossibile pensare, quando credi. Noi siamo umani, la bellezza è questa, e Lupo si dibatte continuamente con queste grandi verità, o dubbi, e ci naviga come può dentro, senza mai perdere la speranza.
2. In Le notti blu la scrittura è tagliente, il ritmo frazionato, come fosse un singhiozzo, come se stessimo sempre precipitando in un vuoto, in una voragine. In Come della rosa la scrittura si avviluppa come fosse una spirale e si spinge verso l’alto. Nell’uno e nell’altro caso ho amato moltissimo la capacità di adattare la scrittura alla storia, come fosse appunto un abito, quello che calza bene. Come siete arrivate a maturare questo stile? È stata una ricerca o uno sviluppo naturale, una conseguenza inevitabile?
CM: Per quel che mi riguarda, stavo per dirti: non è tanto il mio stile che si adatta alla storia, perché io scrivo così. Però no, ci sono tutte e due le cose. Ci sono io che sto camminando, come scrittrice, e tendo sempre di più a togliere, perché a me piace così, perché io sono così, perché mi piacciono gli scrittori che scrivono così. Perché io credo che dentro una parola ci stia esattezza e abbiamo sufficienti parole per essere esatti scegliendone una, che ci sia talmente tanta suggestione dentro una parola – storia, colore, profumo – che non c’è bisogno, quando non ce n’è bisogno, di aggiungere a quella singola parola, se l’hai trovata o se esiste nella tua lingua, perché magari esiste in inglese e non in italiano, o il contrario. Quando hai la fortuna di trovarla, è impagabile. Non ho bisogno di descrivere il profumo di un certo tipo di legno se conosco la parola che definisce il profumo di quel tipo di legno. Valla a trovare! Quella è la complicazione. Era una storia così difficile da raccontare, questa qui, perché non l’ho vissuta e non sono madre. Rischioso lo era, forse era anche presuntuoso, decidere di raccontare una storia che non ho mai vissuto e di cui non so assolutamente niente. Quindi uno degli strumenti a mia disposizione era la precisione e il rispetto e la Letteratura non è mai rispettosa, non deve essere rispettosa. La Letteratura ti deve soverchiare, ti deve far pensare, ti deve far soffrire, gioire, ti deve muovere, sennò non è Letteratura. Ma il tuo strumento, il tuo impegno, deve essere decente, l’unico modo che avevo di essere decente era il linguaggio, non fare sciacallaggio emotivo, non mettere la frase che sapevo avrebbe toccato, emotiva, perché lo sai, se sei uno scrittore che ha studiato, sai qual è il giro di frase facile, sai come far scendere la lacrima o sai come far sorridere, che è più difficile. Io sono generalmente onesta nel mio approccio con le cose, con le persone, ma soprattutto con la scrittura, non è una cosa che avrei fatto, a maggior ragione in questa storia qui. Ho ricevuto mail di madri che hanno perso figli così che mi hanno detto: tu hai raccontato quello che si sente. Quando una madre su cento ti dice che lo hai fatto, se non altro sai di aver obbedito alla tua regola di onestà. Per me quindi era fondamentale non usare una parola di più per rispetto nei confronti della storia che ho raccontato.
TRC: Uno scrive così come scrive. La scrittura viene prima del romanzo, però è anche vero che la scrittura in realtà si piega alle esigenze del romanzo. La mia èuna scrittura lirica. Una delle lezioni più importanti nella mia vita è stata disciplinare. Non riuscivo mai a pettinare i miei capelli ed è una metafora pertinente anche per la scrittura, che da sempre cerco di pettinare. Però penso anche, in questi ultimi anni, di esserci riuscita. Sono arrivata se non altro ad accettare che è questa la mia scrittura. Tolti tutti i “fleur de lis” che c’erano prima, non diventerò mai una minimalista, non mi pertiene, non fa parte di me, non mi abita. Non è vero che non mi piaccia però. Una delle mie scrittrici preferite è Agota Kristof, quindi puoi immaginarti, l’opposto di me, una scrittura scheletrica. A un certo punto ho fatto pace con questo mio lirismo. Ho anche riconosciuto la sua matrice, che era sicuramente la poesia, che amo tanto. Però in Come della Rosa la scrittura è particolare, deve esserlo, proprio per quello che abbiamo detto prima, perché parla di dei, di morti, di magia, di un mondo che si misura costantemente con l’irrazionalità. Se l’avesse scritto Chiara, il libro, avrebbe avuto un’altra scrittura, però quella che appartiene a me ha dovuto poi adattarsi a quel tipo di contenuto. Negli altri libri la mia scrittura è meno colorata ma è anche vero che la scrittura cambia naturalmente con lo scrittore, che si evolve continuamente. Per esempio intanto che mi misuro con profondità e attenzione con la lingua inglese, il mio stile sta cambiando di nuovo. Ho sempre parlato e scritto letteratura scientifica o tecnica in inglese, per cui non mi sono mai preoccupata di misurarmi con lo stile. Ora che lo sto facendo, perché sto scrivendo Letteratura, racconti, fiction, cambia anche il mio rapporto con la lingua italiana scritta. Nel momento in cui dai attenzione a una cosa, cambia anche quella che dai alle altre, cambia il valore, la qualità dell’attenzione che dai alle altre. Cambia lo sguardo sulle cose, e quindi anche sulla lingua. Quello che mi interessa rispetto alla scrittura è come i personaggi vivono e parlano. Noi tendiamo a parlare sul personaggio, in qualche modo a fagocitarlo e la scrittura è la prima cosa che usiamo per mangiarci il personaggio e bisogna rimanere in ascolto perché questo non accada. Per farti un esempio: il mio ultimo romanzo italiano, che non è ancora uscito, ha due narratori, una è morta e l’altro è vivo, e sono due persone completamente diverse. Poiché li lascio parlare con la forma dell’io, ecco che bisogna cambiare il registro ogni volta. Se prestiamo attenzione e ascoltiamo come parlano loro, non faremo confusione, come il direttore d’orchestra che ascolta tutti gli strumenti insieme, ma al contempo uno per uno. È il personaggio stesso che ci rammenta qual è la sua voce, la sua lingua. che non è quella la sua voce, la sua lingua se sbagliamo.
CM: Una delle qualità fondamentali di uno scrittore è essere un buon ascoltatore. Devi starti zitto e ascoltare, sennò non saprai mai riprodurre una voce che non è la tua.
TRC: Io penso sempre alla lingua – tutte le lingue che amo, l’inglese, l’italiano, lo spagnolo, il greco antico – come a una pianta rampicante, che mi ricorda anche la canzone napoletana. La mia lingua è un continuo avvilupparsi su sé stessa, una canzone continua, un po’ come l’Odissea. Proprio le parole: una va nell’altra.
3. “Tu saprai cosa significa avere il tempo di un altro tra le mani.” Dice Mama. Uno dei sentimenti che ho letto nelle vostre pagine, e che accomuna queste due storie, è la nostalgia per il tempo perduto. Perduto per via dell’alcolismo, delle incomprensioni del tutto umane, di una possibile cecità di cui siamo vittime nel conoscere l’altro, anche quando è nostro figlio. L’altro è sempre fuori da noi, anche quando nasce dal nostro grembo. Quanto conoscete i vostri protagonisti? Cosa avete perduto durante la stesura dei vostri romanzi?
TRC: Sono contenta che mi fai questa domanda, fino a un certo punto, però, perché è abbastanza spaventosa la risposta. Io ne ho due di protagonisti, e uno dei due, Lupo, lo conosco apparentemente un po’ meglio dell’altro, nel senso che mi è più chiaro, perché l’ho potuto interrogare a fondo per tanti anni. Non è detto però che uno conosca molto bene una persona solo perché ce l’ha qui o dentro: nascondersi o mentire è facile, soprattutto a sé stessi. Quando ho iniziato a scrivere questo romanzo tanti anni fa, il personaggio di Emiliano faticava ad emergere. Era imbrigliato nella persona reale a cui si ispirava ma quest’ultima era oscurata da memorie dolorose, che lo mantenevano ostaggio a sua volta. Ho capito, in un processo complesso, che per costruire il personaggio dovevo liberarlo della persona ma per poter fare questo, dovevo compiere un lavoro di immersione e riemersione doloroso, andare a ripescare la persona da un pozzo scuro, verosimilmente senza fondo come è in genere la memoria. Interrogare i morti è assolutamente devastante, e non è facile soprattutto se l’intento è di riportarli in vita. Spesso, scrivendo di lui, soprattutto nella stesura definitiva del romanzo, mi sono anche chiesta quanto me lo ricordassi realmente, quanto lo avessi cambiato durante gli anni, e quanto lo stessi reinventando. È una domanda legittima ma solo se si è più affezionati alla persona che al personaggio, se si vuole scrivere una biografia piuttosto che un romanzo. E questa domanda ha avuto delle risposte importanti quando infine ho deciso di mettere una maschera al personaggio, dandogli appunto un nome fittizio, Emiliano. In quel momento, il personaggio si è svelato e sono venuti a galla tantissimi ricordi completamente seppelliti per più di vent’anni, di questa persona che ancora non riusciva a diventare personaggio. E che lo è finalmente diventato in questo ultimo processo di riemersione, nel senso che me ne sono anche distaccata, riuscendo a reinventarlo una volta che ce l’avevo tutto di nuovo intero di fronte, nella sua essenza. Quindi non più un abortito racconto della verità che passava attraverso memorie dolorose e poco abitate. Fondamentalmente non è giusto raccontare una persona all’interno di un romanzo, è giusto invece dare vita ai personaggi attraverso una costruzione attenta. E se, come è successo a me, il personaggio nasce da una persona, bisogna superare la memoria, entrando attraverso di essa nella finzione. Una cosa interessante, credo, è il fatto che il personaggio di Emiliano è un cantastorie, così come lo era la persona dietro la maschera di Emiliano, ma è stato solo dopo l’assebramento della memoria e dell’invenzione insieme che quest’ultimo, diventando personaggio, si è lasciato raccontare in quella veste, in altre parole che lui stesso si èsvelato, “ricordandosi” a me. È stata un’esperienza travolgente che spero di non dover fare mai più, come scrittrice. Cos’ho perso? A parte il sonno, niente. Al contrario, mi sembra d’aver guadagnato tanto. Ho soprattutto fatto i conti con un momento della mia vita con cui non riuscivo a chiudere e finalmente ho lasciato andare.
CM: Parto dalla seconda, che ha una risposta identica a quella di Tiziana, salvo l’aspetto di un liberarsi di un passato che non c’entra così tanto intimamente con me. Credo che scrivendo io non perda mai niente e acquisisca sempre qualcosa; di solito è conoscenza, quella che acquisisci. La mente funziona in un modo tale per cui scrivendo raggiungi dei livelli di concentrazione che ti permettono di andare a recuperare ricordi che non sapevi di avere oppure di mettere su carta conoscenze che non avevi capito di aver assorbito perché non le hai elaborate e invece sono lì. È straordinariamente affascinante come funziona il cervello. Io non credo che noi scrivendo facciamo un’opera di canalizzazione di energie che arrivino da chissà dove. Io credo che ci sia un tale livello di concentrazione di armonia con la natura umana, con le esperienze, che diventi sì canale e filtro che distilla la vita, ma perché c’è un atto di attenzione nei confronti dell’esterno. “L’attenzione è una forma di religione”, diceva Gertrude Stein, e io condivido questo punto di vista. Secondo me l’attenzione deve essere totale, soprattutto se sei qualcuno che vuole poi restituire quello che guarda, se sei uno scrittore, un pittore, uno scultore, qualcuno che maneggi le discipline artistiche. Se fai attenzione, se ascolti, se guardi, se elabori, acquisisci necessariamente informazioni, profondità, anche emozioni o sfumature di emozioni che non credevi di avere nel comprensorio a tua disposizione, che non credevi di avere come strumento. È sempre un arricchimento, non perdo mai nulla, anche quando soffro. E adesso arrivo alla prima parte della domanda. Questa storia che ho scritto – Le notti blu– non è la mia, però l’idea di questa storia è nata come un omaggio a una persona che invece l’ha vissuta e questa persona mi era molto vicina. Era una madre, non era un padre, che ha perso un figlio in questo modo qua, [suicidandosi, ndr] e queste due persone mi erano molto vicine. Ma non è me. Non è mio fratello, non è mio figlio. Da lì io sono partita per fare un omaggio a quella sofferenza e a quella condizione. Me ne sono distaccata. Primo perché non conoscevo così tanto bene queste persone. Non conoscevo la storia di lui. Io non capisco ancora oggi perché sia successo. Per cui ho messo una distanza intellettuale da questo, ho costruito una storia completamente diversa, ambientata in un altro posto, la madre è diventata un padre, e quindi non ci sono più delle connessioni immediate tra queste due storie, tra questi personaggi e queste persone. Ma ho provato a spiegarmi perché e quindi rendere concreto il mio omaggio e allora lì ho sofferto, ovviamente. Ma si soffre sempre, perché, anche se non parli di un personaggio che si ammazza, comunque quando scrivi vai dentro di te, anche se non parli di te vai dentro di te. Gioisci, soffri, insomma metti in campo tutto l’armamentario di emozioni che hai a disposizione. Aumentate, perché si concentrano: stanno in uno spazio piccolo e ci stai dentro giorni, notti, mesi per poi tirarne fuori un paragrafo, ma tu lì ci hai perso… Forse tu lì perdi, ma in realtà non perdi nulla. Però ci sei stato con tutto te stesso se sei uno scrittore serio. Ho conosciuto benissimo i miei personaggi, perché li ho inventati e prima di scrivere io devo avere ben presente chi sono loro, anche se poi uso un quarto di quello che ho pensato per loro. Io devo sapere che mestiere fanno, devo studiare il loro mestiere, che spesso non è il mio, anche se poi magari non ne parlo. Di Larissa io ho parlato poco. Ho parlato poco del suo passato, della sua famiglia, ma io so benissimo quanta gente c’è nella sua famiglia, cosa faceva suo padre, in che anno si è spostato dall’Europa dell’Est. Ma tutto questo nel libro non c’è perché non serviva. E quindi credo che sia anche normale arrivare a conoscere più i tuoi personaggi che le persone, perché i personaggi, per quanto noi li sentiamo vivi, sono dei personaggi. Per quanto ti abitino, sono sfaccettature della natura umana, ma non esistono, anche se per noi sono realissimi. In realtà non esistono. È quindi più facile capirli, perché sono tuoi: sei un po’ la divinità che li ha creati. Io credo che ci si possa conoscere benissimo, ma c’è sempre qualcosa che ci può sorprendere, e quindi un aspetto inconosciuto ancora di noi. Per fortuna si cambia. Arrivano le esperienze a cambiarti, la profondità di conoscenza di te aumenta. Io sono contenta che il tempo, se ha una direzione, o almeno l’età ha una direzione, che è quella dell’avanzamento, io sono contenta di questo, perché ti permette di conoscerti sempre di più e di fare esperienze sempre più vaste a seconda di come ti poni nella vita. Torno a quello che ha detto prima Tiziana: se hai sempre dubbi oppure se non ti butti, poi ti fermi, ti chiudi, muori. Invece avere la possibilità di avere la vita per andare avanti, quindi morire quando poi hai finito e non perché hai smesso, questo fa sì che davvero tu non ti possa conoscere fino in fondo perché ce n’è ancora, ce ne sarà sempre finché non finisce. Con un personaggio non è così: nel momento in cui finisci una storia, nella tua immaginazione quello poi può andare avanti, ma hai finito. Io ho la religione della Letteratura ma non l’ossessione. Quando il libro è chiuso è chiuso. Poi posso portare questi personaggi dentro di me perché mi fanno tornare alle persone a cui si sono ispirati. Le persone resteranno sempre, i personaggi dopo un po’ no.
4. Avete scelto Manhattan, New York, come Mirko e come Lupo. Ci sono scorci di Liguria e di Irpinia, l’Italia che da qui sembra irrinunciabile. “E dire che è lui, il ligure. Mirko no, Mirko era nato a Manhattan, ma conosceva la terra di suo padre meglio di lui. Gliela spiegava come fosse sua. Con l’amore specifico di chi sceglie.” Cito dal testo di Chiara. Quale sentimento nutrite per questa città che pure avete scelto?
CM: Stamattina pensavo a questa cosa e pensavo a te, Tiziana, che dici, o hai detto, che per te NY è una moglie. Per me NY è un marito. Ho sempre pensato a NY come a qualcuno di cui ti innamori tanto, che poi conosci e poi non lo sopporti. Credo che sia il sentimento che sviluppi dopo quasi vent’anni che stai in una città, il sentimento che sviluppi in qualsiasi città in cui decidi di andare a stare. NY è poi particolarmente difficile, stimolante, energica, feroce. Io, nella NY dell’immaginario, ho costruito un quotidiano molto tranquillo, normale, silenzioso, quieto – perché la mia natura è questa – dal quale esco per andare a usare NY quando mi serve. È composta, questa città, da ciò che io ci metto: dai miei amici, dal mio lavoro, dalla mia casa, dalle mie corse, la vivo meno di quanto la vivi tu (rivolgendosi a Tiziana, ndr). Tiziana ha un rapporto con la città quasi carnale. Io per un periodo ho vissuto qui perché ci stavano tutti quelli come me. Gli sradicati come me. Quelli che non avevano radici così certe. Nel momento in cui invece ho scoperto di avere delle radici molto certe, ero qui già da diciotto anni. Avevo già avviato il mio essere qua, il mio essere cittadina. La cosa che temo è di non riuscire a staccarmi da NY e non la vedo una cosa fichissima da dire in una conversazione. “NY mi piace così tanto che non riesco ad andare via!” No, è una prigionia! Spero non sia il mio caso. Spero di poter essere libera abbastanza di poter dire un giorno: sai che c’è? Mi son stufata, ti lascio. Invece penso che tante persone siano succubi del mito di NY: bisogna stare qui perché è la città migliore del mondo, perché dove altro vuoi andare. Io sono sicura che non sia un ragionamento di persone poco intelligenti, perché è vero che NY è uno dei posti migliori in cui stare perché c’è tutto, però è una città prepotente. Io non vorrei che la sua prepotenza sia superiore alla mia. Sono profondamente innamorata di questa città ma non voglio, come nei rapporti poco sani in cui uno dei due prevarica, non voglio trovarmi qui tra dieci anni e dire: sarei dovuta andare via in quel momento là e adesso non posso più. Credo che sia un po’ insidiosa NY in questo.
TRC: Concordo con te, Chiara, è una città che può essere insidiosa. Questa città è un mio grande amore e ho con lei un rapporto fortissimo, carnale. Ho questa passione di camminarla, perché si fa camminare. Non ho mai vissuto altrove con tanta ricchezza, con tanta gioia, come ho vissuto qui a NY, eccetto forse per un periodo brevissimo a Napoli, in cui mi sono molto divertita. Napoli è una città altrettanto bella e difficile, ma con meno risorse. NY è un grande amore, ed è un amore particolare. È come se fosse una compagna. A me capita di umanizzarla. Per cui a volte, quando non mi sento tanto bene, dico: esco, mi vado a confidare. Faccio queste lunghe passeggiate, mi confido, certe volte parlo pure da sola, anche se io sono convinta di parlare con NY. Soprattutto se sono vicina all’Hudson. Mettici anche che per me il fiume è la divinità del fiume. Per cui, in maniera panteistica, sto parlando un po’ con tutti. Sto parlando con Osùn, la divinità fluviale, con Ogùn, il dio del ferro. Dappertutto vedo gli dei, perché la città li rappresenta tutti, nei ponti, nei crocevia, nel mare, nei parchi, nel cemento. Non riesco a separare il misticismo della mia religione da questa città che per me è abitata da tanti morti, morti eccellenti come Alexander Hamilton, Herman Melville, Walt Whitman, Audre Lorde e altri ancora, che percepisco come parte organica di questa città che è così perché anche loro sono stati qua. Quindi torno a casa con la netta sensazione di essere stata assolutamente compresa da Brooklyn o da Manhattan.
CM: Il mio atto religioso è la corsa. Io non corro in palestra, non corro al chiuso, corro sempre fuori anche in inverno, nella natura, perché quella è la mia preghiera. Capisco quello che dici, perché quando corro nel mio parco, vado lì, arrivo e lo saluto sempre, e gli parlo. Deve esserci questo elemento naturale. Forse anche perché arrivo dalle montagne. Le montagne in Valle d’Aosta ce l’hai lì, ce l’hai addosso. Io ho sempre un po’ rifiutato questo elemento, invece ora sto finalmente abbracciando, in genere, quindi anche l’elemento naturale. Quando mi trovo a correre – il gesto più fisico possibile, insieme a quello del sesso – quando metti in movimento tutto il tuo corpo, dentro la natura, di NY, c’è questa conversazione con la città, e quando invece corro nei quartieri di Brooklyn c’è la conversazione anche lì. Non parlo con le strade mentre parlo con gli alberi. Sento una rispondenza.
TRC: La ragione per la quale parlo è che io sento che la città mi risponde, mi ha sempre risposto, e non posso dire che mi abbia risposto Bologna, che pure ho amato nei pochi anni in cui vi ho vissuto. Nessuna città mi ha mai risposto come NY ed è quello che rende difficile la partenza. Delle volte ci sarebbe da dire: ma forse sarebbe il caso di non passarci la vecchiaia in una città così difficile, poi mi pongo il problema: qualce altro posto mi risponderà?
5. Narrare è il viaggio per eccellenza: ci si sente monchi, interrotti, e si va in cerca del pezzo mancante. Si parte per sentirsi di nuovo interi, per recuperare una parte di Sé che è andata perduta, si è guastata, è finita nel mondo di sotto o semplicemente è svanita. Torniamo cambiati, trasformati, benché il ritorno sia già una nuova partenza. Qual è il vostro vero viaggio: scrivere o vivere?
CM: Tutt’e due. Uno non esiste senza l’altro. Di cosa scrivo se non vivo? E di cosa me ne faccio di tutto questo vivere se non ne scrivo? A differenza di Tiziana, negli anni mi sono preservata, ho cercato di preservarmi. A differenza sua, che si è buttata in tutte le esperienze, che non ha avuto resistenze, io ho voluto ripararmi per paura di essere di nuovo urtata, di nuovo ferita in un certo modo che in un certo punto della mia vita è stato troppo violento e non credevo di poter mai sostenere una sofferenza di quel tipo lì. Quando questo accade, vivi il resto un po’ distorta e quindi cerchi di sottrarti alle possibilità di offesa, di dolore, di patimento. Non è possibile. Operi delle scelte. Privandoti del sangue, diventi anemico. Privandoti del cibo, diventi secco. Per fortuna, dico, la vita va avanti. Perché, se ti è dato, c’è sempre il tempo di recuperare, di uscire, di abbracciare, di vivere, di mangiare, di sporcarti, di bagnarti, e mi sono anche resa conto che, da una parte, se faccio così sto meno nel mondo, quindi conosco meno, e quindi sono meno in grado di scrivere; dall’altra, vivere così è stato l’unico modo per me perché io potessi diventare uno scrittore, perché io sono convinta, insieme a molti scrittori, che per essere uno scrittore tu debba conservare una distanza tra te e quello che racconti. Graham Greene diceva che ogni scrittore deve avere una scheggia di ghiaccio dentro al cuore. Quello ti permette di fare poi quello che fai quando scrivi, cioè di prendere tutto questo fuoco e ridurlo a una materia che sia toccabile, maneggiabile, che sia qualcosa che tu puoi trasformare dentro una storia. Perciò mi viene da dire, da una parte, che non sarei potuta essere una scrittrice se non avessi vissuto come ho vissuto e poi dall’altra parte mi dico: sì, vabbè, ma io ho vissuto, nel senso che ho viaggiato, mi sono sempre messa, per paradosso, in situazioni talmente rischiose, talmente dolorose, per sfidare quella che si ritraeva, che ho fatto lo stesso, senza ordine, senza controllo a volte. Questo per dire che forse la vita è più forte in ogni caso, la forza vitale positiva è più forte di tutto. La vita, con tutte le sue sfumature, con tutte le sue esperienze, ti raggiunge anche se ti cacci sotto questa scrivania, perché lì sotto anche ci sta la vita. Credo che le due cose siano amalgamate profondamente dentro di me. Ci sono scrittori che hanno cominciato a scrivere tardi, perfettamente consapevoli di quando hanno cominciato a scrivere. Per esempio, Jean-Philippe Toussaint, questo scrittore belga, ha cominciato a scrivere a 21 anni perché giocando una partita di scacchi ha deciso che avrebbe cominciato a scrivere, prima non lo faceva. Giordano, altri scrittori, non hanno sempre scritto, sono arrivati alla scrittura abbastanza giovani, ma non hanno sempre scritto. Io ho sempre scritto, quindi non ho un ricordo del giorno in cui mi sono detta: da grande voglio fare la scrittrice. Quindi la scrittura per me è stata anche il modo di uscire da un incaglio primitivo, primario, ed è diventata poi il mio linguaggio con tutte le possibili strategie che possa aver tentato di mettere in campo per difendermi o per andare avanti. Sono intimamente legate, queste due cose.
TRC: Come te, Chiara, anche io ho scritto sempre da quando ero bambina. Però ci tenevo a dirti che non mi hai mai dato l’impressione di essere una che si risparmia. Magari sei sempre stata una persona riflessiva, non impulsiva, questo sì, questo è un tuo pregio. Certo, le sofferenze ti fanno creare delle armature, però per fortuna la vita, fa tutto lei. Ci riprende, ci riporta fuori. Vivere o scrivere. È una domanda importante perché c’è un rischio nell’essere scrittori fino in fondo, che però io e te non abbiamo, credo: lo scrittore diventa un voyeur, e lì è un problema. Va benissimo essere un voyeur come uno che presta attenzione alle cose che fa o che guarda. Quello che non sarebbe bello è se noi fossimo non soltanto con un po’ di ghiaccio nel cuore, ma che fossimo persone che pur di scrivere si scordano di vivere o magari calpestano la vita degli altri, rubano la vita degli altri. Mi viene in mente l’episodio sconcertante di Thomas Mann il quale si accorge a un certo punto che forse proprio i figli, non ricordo esattamente ora, stavano infilandosi in un incesto e invece di fermarlo, lui lo osserva nella sua curiosità morbosa di scrittore. Di fronte a una cosa così, be’, meglio essere uno scrittore mediocre che mandare allo sbaraglio i tuoi figli. C’è questa cosa del rispetto di cui si parlava prima: la Letteratura deve essere irrispettosa perché deve scuotere, deve essere una sfida ma non bisogna spiare il mondo dal buco della serratura. Io personalmente ho fatto una promessa umana, dell’essere sempre etica e morale, e di non perdere mai questa moralità. E c’è il rischio, come scrittore soprattutto, di perderla, se non stai attento. Allora lì io sono molto attenta. C’è modo di farlo con rispetto. Per esempio, Le notti bluè scritto con grande rispetto. Non è che uno viene e ti dice: come ti sei permesso di scrivere la mia storia. Riguardo il discorso del vivere o scrivere, ho un’altra teoria. La mia teoria è: ora vivo, più tardi scrivo. Per il momento mi butto e me ne frego, tanto poi si può scrivere dopo. Ho scoperto questo di me: quando mi succede una cosa terribile, spaventosa, dolorosa, io ho un meccanismo di difesa che passa attraverso la scrittura. Alla fine è anche uno strumento di cura. È velocissimo, rapidissimo, ho finito per collaudarlo, ma in realtà è istintivo, e cioè nel momento in cui mi succede qualcosa, capita delle volte che nel giro di qualche ora o delle ventiquattro ore successive io scriva di quello che è successo in terza persona. Lo oggettivizzo, lo racconto, e in questo modo lo trasformo. In genere mi piace inventare, questa è secondo me la mia natura migliore e in questo senso Come della rosa è stato un romanzo particolare, diverso dagli altri romanzi e dalla mia idea di letteratura. Anche in ciò che inventi è chiaro che ci sono delle parti che sono accadute. Ma è straordinaria questa cosa, del vivere e dello scrivere, perché proprio per trovare quella distanza che non saprei come dare altrimenti anche alle cose più terribili, oggettivizzo la storia mettendola in terza persona. Così facendo mi libero nello stesso modo in cui me ne libererei scrivendo un diario. Me ne sono accorta durante una grave malattia di mio marito: ho riportato piccoli dialoghi con lui, in cui io ributtavo tutta la vita, diventavo appunto una terza persona. Chissà se le userò, non le userò, non importa. Ormai non sono più io. È stata fatta una separazione. Per quanto riguarda il ghiaccio nel cuore, ci penso spesso. Io non ce l’ho, però ho una distanza che mi viene dal famoso dubbio di cui prima. Non prendo mai niente sul serio, che è la ragione per la quale piango così facilmente. Così come mi commuovo facilmente e abbraccio la vita, così me ne distacco, perché so bene che tutto si perde in un attimo. Come diceva Mama, di tutto si deve ridere. Niente è così sacro da non poterci ridere su e tuttavia ogni cosa ha una cifra di sacralità: anche un girasole deve essere lasciato stare. Noi non siamo essenziali, a nessuno e a niente. E dunque è la mia capacità di distanziarmi piuttosto rapidamente dalle cose che mi permette poi di scrivere, perché altrimenti come fai a smettere di scimmiottare la realtà e a raccontare invece una storia vera?















