“ Per i palermitani la peste non era affatto cosa nuova, basti pensare che la loro santa definitiva, se lo era diventata, cancellando quasi del tutto il culto delle prime arrivate, doveva baciare sulle labbra proprio quel male. Secoli prima, è vero, ma, seppure modesta, su questo punto la memoria cittadina non sapeva scherzare, funzionava a occhi chiusi come un cilicio di legno e fil di ferro.
Intanto, nonostante i cinema, i teatri, le gelaterie e i caffè aperti, le persone si ritrovavano in piazza a gesticolare a tema fisso: la profilassi, la paura del contagio, le probabilità di fuga, il dubbio che non fosse vero niente, l'esistenza di un volere superiore, il lavoro sporco e pressoché invisibile degli untori.
Tuttavia, per la maggior parte dei cittadini il sonno da psicofarmaci impastato al fatalismo restava il rimedio più sicuro cui fare ricorso nell'attesa che quei giorni smettessero d'essere stati vissuti.
Solo gli sfaccendati, coloro che il giornale agli sgoccioli definiva tragici buontemponi che ignorano la gravità delle circostanze, poco meno che dementi, figli degeneri, coglioni, trovavano il tempo di immaginare alcune allegorie non proprio scientifiche della peste, forse l'unico lascito della memoria televisiva.
Fra questi c'era chi sosteneva che tutto sarebbe cessato quando, improvvisamente, avremmo visto saltare il coperchio di una brutta tomba fra le tante, nulla a che vedere con quella di Serge Gainsbourg, e da lì sorgere l'uomo che in una pubblicità trascorsa spiegava i progressi della lotta alla carie.
Secondo questa immagine, Palermo era il dente, il nero del tartaro la peste, il fondale millimetrato dove le figure prendevano forma il teatro generale della storia momentaneamente buia. Sicuramente era un modo spiccio per rendere ancora più evidente la paura e l'impotenza che governava la maggior parte degli abitanti; o magari soltanto un esorcismo in effigie.
Il dramma è che il dente palermitano sul serio si anneriva giorno dopo giorno sempre peggio, come nei sorrisi affissi in strada, dove non manca mai qualcuno, magari proprio lui: l'untore, pronto col pennarello a riempirlo di scuro. “
Fulvio Abbate, La peste bis, Bompiani, 1997¹; pp. 35-36.