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💧 Acqua del Rubinetto con Cattivo Odore o Sapore? Scopri le Cause e le Soluzioni Definitive
💧 Acqua del Rubinetto con Cattivo Odore o Sapore? Cause, Soluzioni e Sistemi di Filtrazione
Scopri perché l'acqua di casa può avere un odore sgradevole, sapore di cloro o retrogusto metallico e quali sono le migliori soluzioni per migliorare la qualità dell'acqua che utilizzi ogni giorno.
L'acqua del rubinetto è una risorsa fondamentale per ogni abitazione. Tuttavia può capitare di percepire un odore strano, un sapore poco gradevole oppure notare residui e macchie sui sanitari. In molti casi l'acqua rimane perfettamente potabile, ma questi segnali indicano che potrebbe essere utile valutare un sistema di trattamento acqua adeguato.
Perché l'Acqua Ha un Cattivo Odore?
Le cause possono essere diverse e spesso dipendono dalla rete idrica, dalle tubazioni domestiche oppure dalla presenza di sostanze naturalmente presenti nell'acqua.
Odore di Cloro
Il cloro viene utilizzato per garantire la sicurezza microbiologica dell'acqua. In alcune zone può risultare più percepibile e lasciare un odore o un sapore poco gradito.
Odore di Metallo o Ferro
Può essere causato da vecchie tubazioni, ossidazioni o dalla presenza di ferro nell'acqua. Spesso si accompagna ad un sapore metallico.
Odore di Acqua Stagnante
Se alcuni tratti dell'impianto vengono utilizzati poco, l'acqua può ristagnare e sviluppare odori sgradevoli soprattutto alla prima apertura del rubinetto.
Importante: un'acqua può essere potabile e sicura ma risultare comunque poco gradevole da bere a causa di odori e sapori indesiderati.
Perché l'Acqua Ha un Sapore Strano?
- Sapore di cloro - Sapore metallico - Sapore amaro - Sapore terroso - Retrogusto persistente
Ogni situazione richiede una valutazione specifica per individuare la soluzione più adatta.
Calcare e Residui Bianchi
Se noti incrostazioni sui rubinetti, aloni bianchi sui vetri della doccia o residui nelle pentole, probabilmente l'acqua è particolarmente ricca di calcare.
Il calcare può compromettere l'efficienza di:
- Caldaie - Scaldacqua - Lavatrici - Lavastoviglie - Impianti idraulici Un addolcitore correttamente dimensionato aiuta a proteggere l'impianto e a ridurre la formazione di calcare.
Microfiltrazione: Una Soluzione Pratica
La microfiltrazione consente di migliorare il gusto dell'acqua riducendo odori, sapori indesiderati e particelle in sospensione.
- Migliora il gusto dell'acqua - Riduce gli odori - Riduce l'acquisto di bottiglie in plastica - Ideale per abitazioni e attività commerciali
Osmosi Inversa: Acqua Affinata Direttamente dal Rubinetto
L'osmosi inversa rappresenta una delle tecnologie più avanzate nel trattamento dell'acqua destinata al consumo umano.
È particolarmente indicata per chi desidera un'acqua più gradevole per bere e cucinare direttamente dal rubinetto.
Addolcitore, Microfiltrazione o Osmosi?
- Addolcitore: protegge l'impianto dal calcare. - Microfiltrazione: migliora gusto e odore. - Osmosi inversa: offre un'acqua ulteriormente affinata.
L'Importanza del Corretto Dimensionamento
Ogni abitazione ha esigenze diverse. Il numero di persone presenti, la durezza dell'acqua e i consumi influenzano la scelta del sistema più adatto.
Per questo motivo è sempre consigliabile effettuare un sopralluogo tecnico prima dell'installazione.
Manutenzione dei Sistemi di Trattamento Acqua
Filtri, membrane e addolcitori necessitano di controlli periodici per mantenere elevate prestazioni e garantire una qualità costante dell'acqua.
Affidati a MV Service S.R.L.
MV Service S.R.L. si occupa di installazione, manutenzione e assistenza di addolcitori, impianti ad osmosi inversa, sistemi di microfiltrazione e trattamento acqua professionale.
Operiamo a Scafati, Pompei, Angri, Pagani, Sarno, Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Castellammare di Stabia, Torre Annunziata, Penisola Sorrentina, Costiera Amalfitana, Salerno e Napoli.
Richiedi un Sopralluogo Gratuito
Tecnico Massa Vincenzo MV SERVICE S.R.L. 📍 Via Alessandro Manzoni 105, Scafati (SA) 📞 339 299 2684
Soluzioni professionali per addolcitori, osmosi inversa, microfiltrazione e trattamento acqua.
Ti sei mai chiesto se si potesse letteralmente "mungere" le nuvole per ottenere acqua potabile?
Sembra la trama di un film di fantascienza, vero? Eppure, in Etiopia, c'è una torre di bambù alta 10 metri che fa esattamente questo! Immaginate un gigante buono, elegante e naturale, costruito con materiali che la terra ci offre, come il bambù e la canapa. A prima vista, potrebbe sembrare un enorme cesto intrecciato, ma la sua bellezza sta nella sua semplicità e nella sua armonia con l'ambiente.
Ma come fa questa struttura, apparentemente così semplice, a trasformare l'aria in acqua pura? Il suo segreto è come una spugna invisibile: una rete interna finissima che cattura l'umidità delle nuvole, della rugiada e della nebbia, proprio come le ragnatele raccolgono le goccioline del mattino. Non serve elettricità, né macchinari complessi: è la natura stessa a fare il lavoro, con la gravità che guida queste gocce preziose, come lacrime purissime, fino a un serbatoio alla base.
Ed ecco la sorpresa che ti fa cadere la mascella: dietro questa meraviglia c'è un italiano, l'architetto Arturo Vittori. La sua "Warka Water Tower" è una vera e propria fabbrica d'acqua naturale, capace di raccogliere fino a 100 litri di acqua potabile al giorno!
Pensate: con del semplice bambù e un ingegno che sembra uscito da un libro di fiabe, un nostro connazionale sta letteralmente salvando vite in alcune delle zone più aride del mondo. Sta portando acqua pura dove prima c'era solo sete, liberando donne e bambini da ore di cammino per fonti spesso contaminate e pericolose. Ma non è solo acqua: la Warka Tower diventa un vero e proprio punto di incontro, un'oasi dove le persone possono riunirsi, imparare e costruire un futuro migliore, proprio come l'albero Warka da cui prende il nome, simbolo di comunità in Etiopia.
Ecco cosa succede quando il genio italiano incontra la natura: nascono soluzioni che sembrano magia, ma sono pura intelligenza umana al servizio dell'umanità. Un vero orgoglio!
Fluorizzazione dell'acqua abbassa le capacità mentali
Fluoro nell’acqua potabile e il legame con il quoziente intellettivo dei bambini secondo uno studio governativo Usa. Uno studio governativo statunitense ha trovato un legame tra alti livelli di fluoro nell’acqua potabile e un quoziente intellettivo più basso nei bambini. Nonostante il fluoro sia noto per rafforzare i denti, questo rapporto mette in evidenza un potenziale rischio neurologico. Un rapporto del governo statunitense ha concluso che il fluoro presente nell’acqua potabile in una quantità doppia rispetto al limite raccomandato è collegato a un quoziente intellettivo più basso nei bambini. Il rapporto, basato su un’analisi di ricerche precedentemente pubblicate, segna la prima volta che un’agenzia federale Usa ha stabilito – «con moderata sicurezza» – che esiste un legame tra livelli particolarmente elevati di esposizione al fluoro e un QI più basso nei bambini. Anche se il rapporto non è stato concepito per valutare gli effetti sulla salute del fluoro contenuto nell’acqua potabile, si tratta di un riconoscimento di un potenziale rischio neurologico derivante da alti livelli di fluoro. Come già è noto, il fluoro rafforza i denti e riduce la carie sostituendo i minerali persi durante la normale usura, secondo lo studio statunitense. L’aggiunta di bassi livelli di fluoro nell’acqua potabile è stata a lungo considerata una delle più grandi conquiste in termini di salute pubblica del XX secolo. «Penso che questo (rapporto) sia cruciale per comprendere» questo rischio, ha affermato Ashley Malin, una ricercatrice dell’Università della Florida che ha studiato l’effetto di livelli particolarmente elevati di fluoro nelle donne incinte sui loro figli. Secondo Malin, il rapporto è stato condotto nel modo più rigoroso possibile. Il tanto atteso rapporto, pubblicato recentemente, proviene dal Programma nazionale Usa di tossicologia, parte del Dipartimento della salute e dei servizi umani. Riassume una revisione di studi, condotti in Canada, Cina, India, Iran, Pakistan e Messico, che conclude che l’acqua potabile contenente più di 1,5 milligrammi di fluoro per litro è costantemente associata a un quoziente intellettivo più basso nei bambini. Una riduzione da 2 a 5 punti Il rapporto non ha cercato di quantificare esattamente quanti punti QI potrebbero essere persi a diversi livelli di esposizione al fluoro. Ma alcuni degli studi esaminati nel rapporto suggerivano che il QI fosse da 2 a 5 punti più basso nei bambini che avevano avuto esposizioni più elevate. Dal 2015, i funzionari sanitari federali hanno raccomandato un livello di fluorizzazione di 0,7 milligrammi per litro d’acqua, e per cinque decenni prima l’intervallo superiore raccomandato era 1,2. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fissato un limite di sicurezza per il fluoro nell’acqua potabile pari a 1,5. Il rapporto afferma che circa lo 0,6% della popolazione statunitense – circa 1,9 milioni di persone – utilizza sistemi idrici con livelli di fluoro presenti pari o superiori a 1,5 milligrammi. «I risultati di questo rapporto sollevano interrogativi su come queste persone possano essere protette e cosa abbia più senso fare», ha detto Malin. Il rapporto di 324 pagine non è giunto a una conclusione sui rischi di livelli più bassi di fluoro presenti nelle acque, affermando che sono necessari ulteriori studi. Inoltre, non ha spiegato cosa potrebbero causare negli adulti alti livelli di fluoro. Le critiche della American Dental Association L’American Dental Association, che sostiene la fluorizzazione dell’acqua, era stata critica nei confronti delle versioni precedenti della ricerca condotta dalla Malin. Alla richiesta di un commento, un portavoce ha inviato un’e-mail nel tardo pomeriggio di mercoledì informando che gli esperti dell’organizzazione stavano ancora esaminando il rapporto. Il fluoro è un minerale che esiste naturalmente nell’acqua e nel suolo. Circa 80 anni fa, gli scienziati scoprirono che le persone le cui riserve idriche contenevano naturalmente più fluoro avevano anche meno carie, innescando una spinta per convincere più americani a utilizzare il fluoro per una migliore salute dentale. Nel 1945, Grand Rapids, nel Michigan, divenne la prima città degli Stati Uniti che ha iniziato ad aggiungere fluoro all’acqua del rubinetto. Nel 1950, i funzionari federali approvarono la fluorizzazione dell’acqua per prevenire la carie e continuarono a promuoverla anche dopo che, diversi anni dopo, i marchi di dentifricio al fluoro arrivarono sul mercato. Sebbene il fluoro possa provenire da diverse fonti, l’acqua potabile è la fonte principale per gli americani. Livelli ridotti dal 2015 I funzionari hanno abbassato la raccomandazione sui livelli di fluoro nell’acqua potabile nel 2015 per affrontare una condizione dei denti chiamata fluorosi, che può causare macchie sui denti e stava diventando sempre più comune negli Stati Uniti. bambini. Separatamente, l’Environmental Protection Agency ha stabilito un requisito secondo cui i sistemi idrici non possono contenere più di 4 milligrammi di fluoro per litro. Questo standard è progettato per prevenire la fluorosi scheletrica, una malattia potenzialmente invalidante che causa ossa più deboli, rigidità e dolore. Ma sempre più studi hanno sottolineato un problema diverso, suggerendo un legame tra livelli più elevati di fluoro e lo sviluppo del cervello. I ricercatori si sono interrogati sull’impatto sullo sviluppo dei feti e dei bambini molto piccoli che potrebbero ingerire acqua di rubinetto con il latte artificiale. Studi sugli animali hanno dimostrato che il fluoro potrebbe avere un impatto sulla funzione cellulare neurochimica nelle regioni del cervello responsabili dell’apprendimento, della memoria, delle funzioni esecutive e del comportamento. Nel 2006, il National Research Council, un’organizzazione privata senza scopo di lucro con sede a Washington, D.C., ha affermato che prove limitate provenienti dalla Cina indicavano effetti neurologici nelle persone esposte ad alti livelli di fluoro. L’organizzazione ha richiesto ulteriori ricerche sugli effetti del fluoro sull’intelligenza. Dopo che ulteriori ricerche hanno continuato a sollevare dubbi, nel 2016 il Programma nazionale di tossicologia ha iniziato a lavorare su una revisione degli studi disponibili che potrebbero fornire indicazioni sulla necessità di nuove misure di limitazione del fluoro. Read the full article
Tecnica per una miglior desalinizzazione dell'acqua di mare
La desalinizzazione con l’osmosi inversa fa un passo avanti. Un supercomputer ha calcolato che l’osmosi inversa a bassa reiezione del sale rappresenta un’opzione economica per la desalinizzazione. Nei 130 mila scenari analizzati, quasi sempre la desalinizzazione risulta accattabile In un mondo che sta sperimentando siccità sempre più gravi e frequenti, occorre sviluppare soluzioni innovative per la desalinizzazione. Ci ha pensato il consorzio di ricerca della National Alliance for Water Innovation degli Stati Uniti. In un nuovo studio pubblicato su Desalination, i ricercatori hanno analizzato una forma emergente di osmosi inversa, chiamata osmosi inversa a bassa reiezione del sale. Una tecnica che potrebbe trattare anche acqua altamente salata, rendendola potabile. Siamo ancora a livello teorico, e per questo lo studio si sviluppa attorno a un modello matematico per valutare l’impatto reale di questi sistemi. Con l’aiuto di un supercomputer, il modello valuta il costo, la produzione di acqua pulita e il consumo energetico necessario ad effettuare la desalinizzazione.
In molti casi, il risultato è incoraggiante. L’osmosi inversa a basso residuo di sale risulta infatti la scelta più conveniente. Il costo complessivo della produzione di acqua pulita risulta ridotto fino al 63%. Il calcolo viene fatto tenendo conto di 130 mila potenziali scenari differenti. Sembra un controsenso, perché l’osmosi a bassa reiezione del sale dovrebbe filtrare meno severamente l’acqua in ingresso. Per questo consuma meno energia. Le membrane fanno passare più acqua e serve meno potenza per gestire il processo. Tuttavia, qui subentra l’idea di combinare questo metodo con l’osmosi inversa standard. Quando il residuo salino – ancora troppo alto – è abbattuto da un primo passaggio, basta ricacciare indietro l’acqua attraverso le membrane (osmosi inversa standard) per ottenere acqua potabile. Quante membrane garantiscono un filtraggio ottimale? Quanti cicli dell’acqua sono necessari? E quanta energia impiega ciascuno di essi? Ecco a cosa serviva il supercomputer: a rispondere a queste domande nel modo migliore e più rapido. Invece di impiegare 88 giorni per ottenere un quadro di tutti gli scenari, la macchina li ha analizzati in un’ora. Ne emerge che l’osmosi inversa a bassa reiezione del sale potrebbe superare i suoi concorrenti sia in termini di costi che di consumo energetico, almeno per l’acqua contenente meno di 125 grammi di sale per litro. Read the full article
L'Italia ha bisogno di investire in infrastrutture idriche
Acqua, gli investimenti dell’Italia lontani dalla media Ue: invasi vecchi, perdite di rete e scarso riuso dei reflui aggravano gli effetti della siccità. Nella giornata mondiale dell'acqua il nuovo Blue Book, monografia completa dei dati del Servizio idrico integrato presentata da Utilitalia, quantifica il gap infrastrutturale e di investimento tra Nord e Sud Italia, i diversi modelli di gestione e le priorità per ridurre l'enorme spreco, ormai insostenibile in tempi di cambiamenti climatici. Gli investimenti realizzati in Italia nel settore idrico raggiungono i 56 euro all’anno per abitante, in crescita del 17% dal 2019 (quando era a 49 euro) e del 70% dal 2012, ma il Paese è lontano dalla media europea (a quota 82 euro) e il miglioramento della qualità del servizio segna una netta differenza tra Nord e Sud. Un gap dovuto alla diversa capacità di investimento tra le gestioni industriali e quelle comunali ‘in economia’, dove gli enti locali si occupano direttamente del servizio idrico, diffuse soprattutto al Meridione. Nel frattempo, solo l’11% dell’acqua piovana viene trattenuta dagli invasi esistenti, che hanno un’età media di 62 anni, il 60% della rete idrica ha più di 30 anni e il 25% ha più di mezzo secolo. Per non parlare del riuso diretto delle acque reflue depurate in agricoltura fermo al 4%, contro un potenziale del 23% e di 1,6 milioni di italiani privi del servizio di depurazione, soprattutto nel Sud e nelle isole. Tutti fattori di vulnerabilità che rendono il Paese impreparato rispetto ai cambiamenti climatici e alla loro influenza sul ciclo idrologico. D’altronde la disponibilità media di acqua degli ultimi 30 anni (circa 133 miliardi di metri cubi) è diminuita del 20% rispetto al periodo 1921-1950. Lo ricorda il nuovo Blue Book, monografia completa dei dati del Servizio idrico integrato, presentata da Utilitalia per la Giornata Mondiale dell’Acqua e realizzata dalla Fondazione Utilitatis con la collaborazione di The European House – Ambrosetti e con Istat, Ispra, Cassa Depositi e Prestiti, il Dipartimento della Protezione Civile e le Autorità di Bacino.
La gestione frammentata – Al centro dell’analisi le differenze tra Nord e Sud e, soprattutto, tra diverse gestioni. In gran parte del territorio italiano, il servizio idrico è integrato e gestito da un unico operatore industriale: questo avviene in 5.759 Comuni (il 76% del totale) per una popolazione di circa 47 milioni di persone (l’82% del totale), ma è un sistema maggiormente diffuso al Nord Est e al Centro (rispettivamente per 98% e il 92% dei Comuni) e in misura inferiore al Sud (il 52%). In alcune realtà, invece, la filiera del servizio idrico è frammentata, seppur gestita da operatori industriali. Si tratta di 343 comuni (circa 2,3 milioni di persone, il 4% della popolazione nazionale). Alcuni Comuni gestiscono ‘in economia’ il servizio idrico, con in capo allo stesso Comune almeno una delle attività di acquedotto, fognatura e depurazione (o tutte, laddove il servizio è integrato). Funziona così in 1.519 Comuni (il 20% rispetto al dato nazionale) pari a circa 8,2 milioni di abitanti serviti (circa il 14% della popolazione nazionale). La maggior parte di queste gestioni ‘in economia’ interessa il Sud: 1.206 i Comuni, per una popolazione di circa 7,7 milioni di persone. E tutto questo ha delle conseguenze.Il gap degli investimenti e l’urgenza – Perché se con l’avvio della regolazione ARERA, nel 2012, dopo anni di instabilità gli investimenti registrano un incremento (per il 2021 si stima un valore pro capite di 56 euro) sul territorio ci sono enormi differenze. Quelli realizzati dai gestori industriali per il Centro Italia sono di 75 euro l’anno per abitante, seguito dal Nord-Est (56 euro) e dal Nord-Ovest (53 euro). Decisamente più bassa la stima per il Sud, fermo a 32 euro l’anno. “Ancora bassissimi – si spiega nel Blue Book – i dati relativi alle gestioni ‘in economia’, con cui gli investimenti medi annui si attestano a 8 euro”. Solo che negli ultimi 9 anni la temperatura nelle principali città italiane è aumentata di 1,3°C e nel 2022 è stato dichiarato lo stato di emergenza per deficit idrico in dieci Regioni: Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Lazio, Liguria, Toscana, Marche. Per superare il divario territoriale e migliorare il grado di resilienza delle infrastrutture alla luce degli effetti dei cambiamenti climatici in corso sono necessari ulteriori investimenti. “Gli effetti dei cambiamenti climatici sulla disponibilità della risorsa idrica – aggiunge il presidente di Utilitalia, Filippo Brandolini – sono sempre più evidenti e danno luogo ad eventi che non si possono più considerare eccezionali”. Utilitalia stima che i gestori investiranno, nei prossimi anni, almeno 10 miliardi di euro (la metà dei quali entro il 2024) aggiuntivi rispetto agli interventi finanziati con circa 4 miliardi di euro dal Pnrr, per un volume complessivo di acqua recuperata stimato in circa 620 milioni di metri cubi. Il nodo dei consumi – Il primo passo, però, spiegano gli esperti è la riduzione dei consumi. Secondo i dati Istat, dal 2015 al 2019 in Italia sono stati prelevati circa 30,4 miliardi di metri cubi di acqua per i principali settori d’uso. Il 56% è stato prelevato per l’irrigazione, seguono l’uso civile con il 31% e il settore industriale manifatturiero con il 13%. Nonostante la riduzione dello 0,4% rispetto al 2018, la verità è che l’Italia si conferma, ormai da più di un ventennio, al primo posto tra i Paesi Ue per la quantità, in valore assoluto, di acqua dolce complessivamente prelevata per uso potabile da corpi idrici superficiali o sotterranei. In termini pro capite, l’Italia (155 metri cubi annui per abitante) si colloca in seconda posizione, preceduta solo dalla Grecia (158) e seguita a netta distanza da Bulgaria (118) e Croazia (113). E il maggiore prelievo di acqua per uso potabile avviene nel distretto idrografico del Fiume Po: 2,80 miliardi di metri cubi, pari al 30,5% del totale nazionale. Perdite di rete (157 litri al giorno per abitante) e interruzione dei servizi – L’incremento degli investimenti osservato negli ultimi anni emerge dagli indicatori della qualità del servizio idrico, come dimostrano i dati sulle perdite di rete (da circa il 44% del 2016 al 41% del 2021) o sulla frequenza degli sversamenti e allagamenti in fognatura (dai 12 eventi l’anno ogni 100 chilometri di rete del 2016 ai 5 del 2021). Resta ferma la distanza tra Nord e Sud. Per esempio nel numero di interruzioni del servizio, che nel Meridione è di due ordini di grandezza superiore rispetto al Settentrione e nelle perdite di rete, che nelle regioni del Sud sono a circa 47% contro il 31% del Nord-Ovest. Il risultato? Istat stima che la quantità di acqua dispersa sia di 157 litri al giorno per abitante: “Calcolando un consumo pro capite pari alla media nazionale, il volume di acqua disperso nel 2020 soddisferebbe le esigenze idriche di oltre 43 milioni di persone per un intero anno”. Secondo i dato Istat, nel 2020, in nove regioni le perdite idriche totali in distribuzione sono state superiori al 45%, con i valori più alti in Basilicata (62,1%), Abruzzo (59,8%), Sicilia (52,5%) e Sardegna (51,3%). Di contro, tutte le regioni del Nord hanno registrato un livello di perdite inferiore a quello nazionale, ad eccezione del Veneto (43,2%). Il Friuli Venezia Giulia, con il 42,0%, è in linea con il dato nazionale. In Valle d’Aosta, il valore minimo di perdite (23,9%), seppur in aumento di circa due punti percentuali rispetto al 2018. Un percorso a step: “Partire da riuso, diversificazione, cuneo salino e gestioni indistriali” – Utilitalia sottolinea, quindi, la necessità di adottare un approccio preventivo, dove le cosiddette ‘5 R’ – Raccolta, Ripristino, Riuso, Recupero e Riduzione – costituiscono le azioni non più rinviabili. E lancia otto proposte in diversi step: entro 3 mesi favorire il riuso efficiente, contrastare il cuneo salino, diversificare la strategia di approvvigionamento e sostenere la presenza di gestioni industriali. Il riuso delle acque depurate a fini agricoli o industriali è un potenziale enorme: circa 9 miliardi di metri cubi all’anno, di cui soltanto il 5% viene sfruttato (475 milioni). Per quanto riguarda le fonti di approvvigionamento idrico, in Italia, per esempio, le acque marine o salmastre ne rappresentano solo lo 0,1%, contro il 7% della Spagna e il 3% della Grecia. In questa direzione vanno i progetti che puntano a produrre acqua potabile dal mare attraverso la dissalazione. Le altre proposte, da attuare entro 6 mesi, sono quelle di rafforzare la governance dei distretti idrografici e semplificare la realizzazione degli investimenti, per poi promuovere l’uso efficiente dell’acqua, incentivando la riduzione delle perdite di rete e i comportamenti virtuosi. Infine, la realizzazione di opere infrastrutturali strategiche, come interconnessioni delle reti, grandi invasi multifunzionali e piccoli invasi a uso irriguo. Read the full article
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