Brevetti
Ci trovavamo dopo la pioggia con le nostre biciclette, aspettando che le strade, attorno a noi, si asciugassero. Di solito sceglievamo la pensilina della fermata del pullman, l’ultima della valle. Era stata appena costruita e due giorni dopo i vandali erano arrivati con le loro scritte, le loro gomme da masticare attaccate alle panche di ciliegio. Alcune gomme da masticare, in un secondo momento, vennero bruciate: un istinto piromane ci caratterizzava. C’era chi aveva la mountain bike nuova ed io ero uno di questi. Dondolavamo annoiati sui nostri mezzi, rimanendo coi piedi piantati a terra e tenendoci ai manubri. Andare in bicicletta era indispensabile per potersi muovere su quella conformazione territoriale. Anche il paese era mollemente adagiato su una pendenza, come se fosse uno straccio gettato sulla pila di vestiti da mettere in lavatrice: era tutto un saliscendi di stradine che costeggiavano massi, stalle, case diroccate, campi di ortiche. Passando sotto archi e torri, sbucando nelle campagne. “Poi questa ha il Brevetto Ursus”. Simone mi indicò lo stemma regale, che sembrava un timbro in ceralacca, inciso su una giuntura del manubrio della sua Bianchi Predator verde e nera. I suoi occhi azzurri reggevano due foltissime sopracciglia bionde. “Beh, bello!”, gli risposi, senza sapere nemmeno che cazzo fosse, il Brevetto Ursus. Pensai fosse sicuramente qualcosa che arrivasse da qualche congregazione torinese, alla fine dell’autostrada. Le sue sopracciglia si aggrottarono, come per farmi capire che avesse inteso stessi fingendo una reale stima nei suoi confronti. Dopo la pioggia, in montagna, si sentono, tra le nuvole che si aggrappano ancora ai costoni cercando di scaricare le ultime cartucce d’odio, cascate che di solito non esistono. Si sentono scrosciare lontane, illuminate dal sole: sembrano tanti squali che risalgono in superficie per cacciare l’ingenua preda. Non riesci subito a scorgerli, devi passare con lo sguardo ogni anfratto della valle che ti circonda, per riuscire a trovarli. La vita di questi corsi d’acqua improvvisati non dura molto, di solito un giorno o poche ore, se la pioggia cessa anche in quota, sopra le nuvole. In quel lasso di tempo, però, stravolgono l’equilibrio dell’intero paesaggio che siamo soliti assorbire. In queste giornate di pioggia sembra strano, d’estate, udire gli uccelli cantare.
Vorremmo smettessero, per far loro conservare la voce per le giornate di sole, che prima o poi arriveranno. Vorremmo anche che gli acquazzoni facessero sparire i rumori della natura, lasciando spazio solo a quelli delle macchine, allo strepitare delle tapparelle che vengono abbassate, dei cancelli che si chiudono alla domenica sera quando torni a casa dopo essere stato dai tuoi genitori. Ounas nasce nei paesi della Loira, quei luoghi da gita delle superiori, la prima gita, tra le prime. Le gite scolastiche fuori città e internazionali, durante le quali i pranzi sono sempre, tassativamente, al sacco e dei costretto a mangiare panini con il formaggio che ti si attacca ai denti e la frutta diventa marcia, se non la finisci a tempo debito, prima di arrivare all’ora di cena. i sacchetti sono di carta, bianchi. L’acqua è calda. Poi passa al Bordeaux, ai Girondini, nella terra dove Dordogna e Garonna si uniscono per creare un estuario chiamato Gironda. Uno dei più grandi del monto, per giunta. I Girondini, durante la Rivoluzione Francese, erano paragonabili ai moderni liberali, i bottegai, i banchieri. Quelli che non scioperano, quelli che hanno sempre da lamentarsi. Invisi ai Montagnardi, i più radicali, i più materialisti. Nel suo vagare, Adam Ounas non ha avuto ancora l’occasione, di diventare un Montagnardo. Per un squadra sola, per una fede che non sia quella africana. Ci vorrebbe un minimo di coerenza, per evitare il disamore. Dove nasce la Garonna? Sui Pirenei, vicino a Lourdes, penso, non ne sono così sicuro. Ci sono passato una volta, da Lourdes, era notte e credevo di vedere, attraverso il finestrino dell’automobile, le sue luci. Me le ricordo bluastre, disperse sul crinale della collina o della montagna che fosse. I Pirenei hanno avuto il merito di conservare tra le loro vette, vivi, gli ultimi esemplari di Gipeto, un rapace che fa cadere le ossa dei cadaveri per farle sfracellare al suolo e poi essere in grado di succhiarne il midollo. Ounas nel frattempo sceglie di giocare per l’Algeria, come hanno fatto moltissimi giocatori della sua generazione, nati in Francia ma maghrebini di origine. I Fennecs, così li chiamano, gli algerini della nazionale di calcio. Che giocano con Ounas e Mahrez sulle fasce, ma anche con dei centrali di centrocampo con piedi buoni e coraggio da vendere come Feghouli e Bennacer. Un’Olanda sahariana, capace di giocare al pallone e formata da volti cupi, che hanno dovuto effettuare delle scelte per poter fare ciò che li faceva stare bene. Pranzo al sacco o meno, gita scolastica nei Paesi della Loira o no, io il Brevetto Ursus me lo sognavo, all’epoca. Avrei dovuto, innanzitutto, capire a cosa servisse, ma non credevo di avere tempo per farlo.
“Ho scelto con il cuore, non ho dovuto pensarci molto. Molti giocatori scelgono sin da subito la nazionale francese, ma per me non è stato così”.











