Di quando mio padre mi presentò Giovanni Galeone
Vent’anni fa esistevano ancora le vacanze aziendali. Nel senso, le grandi ditte davano la possibilità ai propri dipendenti di poter usufruire di prezzi speciali in villaggi turistici che normalmente sarebbero stati fuori dalla portata dei loro portafogli. Solitamente il periodo era da scegliersi durante la bassa stagione, ma poco importava. Si trattatavi di luoghi che, altrimenti, in pochi si sarebbero potuti permettere. Anzi, era persino meglio: niente turisti che affollavano spiagge, musei o ristoranti, clima ancora sopportabile e prezzi, in generale, nettamente più coerenti.
Così, nel giugno del 1996, grazie all’offerta riservata ai dipendenti ENI, andammo per due settimane a Stintino, in provincia di Sassari. Mare azzurro come non lo avevo mai visto, da cartolina, spiagge bianche, gente che si divertiva, famiglie intere a spasso tra le case basse. Prendemmo il traghetto e stavo leggendo, in quei giorni, “Per chi suona la campana”. Le pagine erano sgualcite, ma chiudendo gli occhi e pensandoci intensamente riesco, tutt’oggi, a ricordare il loro profumo. Mi misi nella mia cuccetta dopo cena per leggere qualche pagina, ma mi addormentai quasi subito, che la nave bianca e blu della Tirrenia aveva appena abbandonato il porto di Genova. Mi risvegliai la mattina seguente con il sole che entrava dall’oblò e un gran viavai tra i corridoi. I rumori delle valigie che venivano appoggiate sulla moquette e le corse dei bambini. Eravamo arrivati.
Partimmo veramente presto, quel giugno, perché mi ricordo che dovetti chiamare un mio compagno di classe da una cabina telefonica per sapere i risultati finali degli scrutini: promosso senza nemmeno una materia da recuperare. Quell’anno scolastico era trascorso veramente liscio, tra le prime libertà di orari al sabato sera, i primi concerti, il Novara Calcio retrocesso in C2 per colpa di un gol di Jimmy Fialdini nel pareggio di Pistoia ai playout, i primi dischi e le magliette di Pearl Jam, Smashing Pumpkins e NoFX indossate sopra improbabili felpe col cappuccio.
La villetta a schiera dove alloggiavamo faceva parte di un residence molto elegante, con tante palme, tre bar, due negozi che ti vendevano di tutto, due piscine, i campi da tennis e tre ristoranti. Occupava praticamente tutta la dorsale est della collina che sovrastava il paese. La nostra, era una piccola casa gialla con il balconcino in mattoni e una scalinata ripida. Dal balconcino potevamo scorgere l’Asinara, dove stavano i brigatisti. Si vedevano il carcere e le luci, di sera, delle imbarcazioni che vi portavano i secondini. Prima di cena, tornati dalla spiaggia (riservata alle famiglie dei dipendenti anche quella) mi mettevo ad ascoltare musica e a guardare le navi che, in lontananza, attraccavano al porto di Sassari. Altri vacanzieri, altre macchine, altro divertimento al quale non ero abituato.
Mio padre si alzava sempre prima di tutti, di mattina. Non è mai stato un amante del mare, e la sua vacanza ideale in una località marittima come quella consisteva unicamente in passeggiate col cane, partite a tennis e qualche ristorante di pesce. Spiaggia, poca. Andava a piedi sino all’ingresso del complesso e comprava il giornale, portandoci dei dolci da uno dei bar.
Una mattina, mentre facevamo colazione, mi ragguagliò sui suoi giri mattutini.
Eravamo circa a metà della vacanza, era già passata una settimana e avevo nostalgia di casa. Mi mancavano i miei amici su in città. I giorni immediatamente successivi alla fine delle scuole erano, per noi del cortile, i più divertenti e spensierati di tutto l’anno. Senza impegni e senza scuola, passavamo il nostro tempo, dilatatissimo, giocando a pallone per tutti i campi del vicinato, parchetti o prati che fossero, uscendo di casa appena dopo pranzo e facendovi ritorno giusto prima di cena, sfruttando le giornate più lunghe dell’anno per fare, essenzialmente, ciò che più ci faceva fare. Erano giorni infiniti, ma che duravano poco: a fine giugno, infatti, c’era già chi partiva per le vacanze, chi si spostava al Sud per raggiungere i parenti al mare, chi andava in vacanza studio obbligato dai genitori. Tornati a settembre, sarebbe ricominciato di nuovo tutto da capo. Non trascorrere con gli altri quel periodo mi metteva angoscia, era come se mi stessi perdendo qualcosa di fondamentale per la mia vita.
<< Sai chi ho incontrato giù, all’edicola? Galeone, l’allenatore, lo conosci? >>
Mi ero appena svegliato. Il sole, in direzione del mare, era già alto. Volevo andare in spiaggia.
Certo che lo conoscevo, Giovanni Galeone. Nella stagione appena terminata aveva allenato il Perugia ed era stato esonerato prima di Natale, sebbene la squadra fosse saldamente al di sopra della zona retrocessione. Il presidente Gaucci, d’altronde, lo conoscevano già tutti. Nevio Scala ne prese il posto da gennaio e i Grifoni, a fine stagione, retrocessero in Serie B. Il Perugia era una di quelle squadre che mi erano sin da subito state simpatiche non appena salite nella massima serie. Andavo già allo stadio a tifare il Novara in quegli anni, ma ovviamente il campionato di Serie A, tra i miei coetanei, la faceva da padrone. Eravamo dei veri e propri nerds in materia.
<< Sì, l’allenatore? Cosa ci fa qui? >>
<< È qui in vacanza. Secondo te cosa ci fa uno, in un villaggio turistico?! >>
<< Non credevo fosse davvero lui, così gliel’ho chiesto. Abbiamo fatto due chiacchiere sul cane. Gentilissimo, tra l’altro. >>
Il cane in questione era il nostro, un incredibile meticcio giallognolo che stava simpatico a qualsiasi essere umano vi si avvicinasse.
Ci pensai su un attimo, alle parole di mio padre, perché ero sempre stato affascinato dalla persona, percepita attraverso uno schermo, di Giovanni Galeone. La sigaretta e il cappotto lungo, sembrava un attore di un film noir. Le maniere burbere e diametralmente opposte ai suoi colleghi, sempre azzimati e cordiali, anche nelle situazioni più difficili e critiche. Tutti ne parlavano come un innovatore, come uno Zeman di casa nostra, che non aveva paura ad attaccare ma che fondava il suo gioco sul fiato e le gambe dei due mediani, che aveva sempre avuto a disposizione e sempre preteso. Aveva riportato il Perugia nella massima serie dopo vent’anni e aveva forgiato la squadra in modo da creare un ambiente sano e duraturo. Avevo persino comprato Roberto Goretti e Federico Giunti al Fantacalcio, quell’anno, i due fari del suo centrocampo: arrivai secondo di un punto dietro un mio compagno che aveva praticamente tutta la Juventus. Me lo ricordavo a Pescara, ovviamente, e mi ricordavo anche della squalifica di un anno in cui incappò cinque anni prima per delle cose poco chiare riguardo a una partita, dicevano, inutile.
Il giorno dopo, mio padre, questa volta a pranzo, mi disse che aveva ancora incontrato Galeone, sempre all’edicola del villaggio, a far scorta di giornali. Lui comprava sempre “L’Unità” e ci tenne a sottolineare, con fare ironico, la diversità di vedute politiche con il mister. Avevano parlato del fatto che fosse senza squadra, e che fosse lì a Stintino in vacanza con sua moglie per un paio di settimane, a campionato chiuso e a ritiri non ancora iniziati. Aspettava una chiamata per ritornare in panchina.
<< Spero lo chiamino! >>, dissi. Ma non ne ero molto convinto. Più che altro mi sentivo abbattuto per a situazione di quel signore, che non avevo ancora conosciuto ma che aveva avuto modo di incontrare mio padre.
<< Guarda che non so quanto rimarrà qui ancora, se vuoi domani mattina te lo presento >>.
Erano diventati amici quindi, se si trovavano a fare due chiacchere ogni mattina. Mio padre amico di un allenatore di Serie A.
Avrei potuto seguirlo durante le sue passeggiate mattutine sin dall’inizio del nostro soggiorno, ma la pigrizia aveva sino a quel momento vinto in maniera preponderante sull’orario da rispettare. Decisi così che una levataccia mattutina poteva valere la candela.
Arrivammo al bar accanto all’edicola e in effetti Giovanni Galeone era lì, shorts bianchi e felpa in acetato, a parlare con il barista, all’ombra della tettoia del chiosco. Il sole picchiava già forte e non era nemmeno un orario così impossibile da sopportare.
<< Buongiorno, lui è mio figlio, Andrea! >> erano davvero entrati in confidenza, sembrava che mio padre mi stesse presentando a un suo amico di vecchia data. L’allenatore si girò verso di noi e salutò prima il cane, che stava scodinzolando già diversi metri prima. Ero stato derubricato anche dal quadrupede.
<< Buongiorno, Andrea. >> E gli strinsi la mano.
<< Giovanni, ciao. Finalmente hai accompagnato tuo papà a fare una passeggiata, lo vedo sempre in giro da solo! Ora che parto domani mi raccomando, accompagnalo tu! >>
Sorridemmo tutti e tre, lui ordinò un caffè appoggiando al bancone in marmo rosa la pila di quotidiani, sportivi e no, che aveva sottobraccio. Capii le dissonanze politiche dai nomi delle testate che aveva comprato, ma non importava. Io ordinai una bottiglietta di acqua frizzante e lo guardai più attentamente: non sembrava nemmeno uno di quei tanti allenatori di calcio italiani che si vedevano in televisione. Capello, Lippi, Trapattoni. La carnagione scurissima e quel modo, sicuro e metodico, di afferrare gli oggetti. Mi aspettavo si accendesse una sigaretta da un momento all’altro ma niente, non riuscii a scorgere nemmeno il pacchetto nelle tasche della felpa rossa e nera che indossava. Sembrava, in ogni suo movimento, a suo agio e non lasciava trasparire la malinconia che ero abituato a percepire quando mi capitava di vederlo in televisione, la domenica sera, intervistato.
Parlammo del luogo dove ci trovavamo, delle vacanze degli operai come lo era mio padre, di come fossero belle le spiagge e del fatto che erano ormai più di tre settimane che non buttasse una goccia di pioggia, in quelle zone. Non mi fece domande, non mi chiese come andassi a scuola o se giocassi a calcio: ascoltava e parlava con noi delle cose di cui parlano tutti gli esseri umani in vacanza.
Tre mesi dopo, io ero sui banchi di scuola ad affrontare una difficilissima seconda mentre lui, purtroppo, non aveva ancora ricevuto nessuna chiamata. A novembre arrivò a Napoli ma venne ulteriormente esonerato, ancora una volta con la squadra collocata ben lontana dai pericoli della retrocessione.
Ripensando a quei momenti, crescendo, non mi ero perso granché di quei giorni di giugno in città. Le vie del mio quartiere erano e sarebbero rimaste sempre le stesse anche senza di me, anche negli anni a venire. Mi accorsi che la mia presenza non fosse così fondamentale, anzi. Qualche palazzo nuovo, qualche lavoro di rifacimento dei marciapiedi, qualche targa commemorativa messa a caso nei parchetti dove giocavamo a pallone. Ancora oggi, però, quando vado a trovare i miei genitori, dopo essermi spostato da anni, avverto un senso di inadeguatezza, come se fossi in un paese straniero, o che abbia tradito. È come se quei luoghi fossero andati avanti correndo al doppio della velocità rispetto a me e rispetto ad altre zone della città. Come se mi rifiutassero, se mi ostracizzassero. Quando incrocio per caso qualcuno che conoscevo in quegli anni, qualche mio coetaneo con cui abbia condiviso dei momenti di gioco, l’unica emozione che riesca a provare è un misto di tranquillità e sollievo nel constatare che stia ancora bene, che abbia trovato una moglie, che abbia dei vestiti puliti e che si viva la sua vita in una casa accogliente. Non sono mosso dall’istinto di chiedergli che lavoro faccia, come stia di salute, dove abiti.
Quella mattina d’estate in Sardegna, io, mio padre e Giovanni Galeone non discutemmo di calcio, anche se la sera prima di incontrarlo mi ero ripromesso di chiedergli, ad ogni costo, se secondo lui Carmine Gautieri fosse più forte di Francesco Moriero, o se gli mancasse il suo pupillo Milan Rapaìc.
Non ne sarebbe valsa la pena.
Tornammo a casa che giugno si avviava ad attraversare le sue giornate più calde e sarei rimasto da solo. avvertii questa sensazione strana appena saliti sul traghetto del ritorno, nella pancia della nave bianca e blu, parcheggiando l'auto nel caos e nel rumore di altre centinaia di automobili. Settembre sarebbe arrivato come ogni volta velocissimo, portandosi dietro gli strascichi di mesi di speranze e sogni da adolescente. Sarebbero tornati presto i pullman di linea affollati, la spesa del sabato, i compiti in classe, la pioggia che ti appiccica le foglie morte sotto la suola delle scarpe pesanti.