Blue monday
Alan Friedman
Blue fireball, 2009
seen from Saudi Arabia
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Blue monday
Alan Friedman
Blue fireball, 2009
My monthly crush this time is american-but-living-in-italy journalist Alan Friedman. I think he's very very cute and I sense a lot of gay vibes. What do you say?
Hmm... I'm not going to say I wouldn't do him. I just want to see what that body is like.
World in my Eyes by Depeche Mode from the album Violator - Director: Anton Corbijn
One could claim I made a weird pivot in my discussion on all these highly overproduced records from the 90's. I mean, I included Gloria Estefan and The Smashing Pumpkins, but they don't have much in common. Neither does Mariah Carey, though I have to explain – while these LPs do not share their sound, they do share their working ethos. If the 80's were about the unreality, then the 90's moved towards the hyperreality. Everything had to be this way, which explains either the embrace of electronica or the highly polished tone. For instance, a column I read on Stereogum mentioned that a major factor to Mrs. Carey's success could be the Milli Vanilli scandal. The latter were exposed as fake, so she became presented as the real deal. However, the 90's ethos also made sure we noticed that.
“A Little Fireworks” - Our Sun
by Alan Friedman (USA).
I don’t know if you celebrate xmas of hanukkah or anything else. And maybe you can’t be with your friends or family these days for whatever reason and maybe this social construct of forced having to be happy and jolly makes you sad and you rather hide.
Nonetheless I want to send to you all love, light & peace.
(and for those who do celebrate the coming days, have a good one!)
M
© Alan Friedman/Wintersun, 2012/tumblr
Trump non ha inventato la violenza americana. Ma l’ha sdoganata. Ha trasformato il vittimismo in ideologia, il risentimento in strategia elettorale, la crudeltà in spettacolo, la vendetta in metodo di governo. Ha capito prima di molti repubblicani che la paura mobilita più della speranza, che la rabbia crea legami tribali più forti dei programmi, che inventare nemici è più facile che risolvere problemi.
Così i nemici si sono moltiplicati. Immigrati. Giudici. Procuratori. Giornalisti. Università. Democratici. Alleati europei. Ex collaboratori che hanno detto la verità. Funzionari che hanno rispettato la legge. Addetti elettorali colpevoli di aver certificato risultati sgraditi.
Nell’universo trumpiano il dissenso non è legittimo confronto ma tradimento. Le istituzioni indipendenti non sono garanzie democratiche ma congiure. I fatti diventano negoziabili quando disturbano. Gli avversari vanno puniti. E la vendetta, per Trump, è un piatto da servire bollente.
La rottura decisiva arriva il 6 gennaio 2021. Un presidente sconfitto rifiuta il verdetto degli elettori, convoca i sostenitori a Washington, li incendia con le parole e poi osserva l’assalto al Campidoglio. In qualunque democrazia matura sarebbe la fine di una carriera politica. Nell’America di Trump è il preludio del ritorno.
Rientrato alla Casa Bianca nel 2025, Trump ha riabilitato molti protagonisti di quella giornata, definendoli patrioti, ostaggi, vittime di uno Stato corrotto. Alcuni sono stati graziati, altri riciclati politicamente. Uno dei condannati del 6 gennaio oggi corre perfino per il Congresso. Il messaggio è chiarissimo: la violenza al servizio della causa giusta può essere perdonata; quella in difesa del capo può perfino essere onorata.
È così che si spostano i confini morali. La Casa Bianca che minaccia un giudice non scandalizza più. Pubblicare l’indirizzo di un funzionario elettorale diventa attivismo. Molestare chi presidia i seggi viene ribattezzato da Maga come vigilanza civica. In un clima simile, il lupo solitario non nasce dal nulla. Nasce dentro una cultura in cui la disumanizzazione è diventata linguaggio ordinario.
Il veleno produce altro veleno. Nessun presidente americano in due secoli e mezzo ha incitato razzismo e ostilità quanto Donald Trump. Lo fa quasi ogni giorno, soprattutto attraverso i social media. E chi viene colpito da quei messaggi spesso paga un prezzo reale.
Gaffes (?)
Un opinionista economico come Alan Friedman può tranquillamente definire in diretta TV Melania Trump “escort” e, peggiorando le cose (pèzo el tacòn del buso), si trincera dietro il significato americano di “accompagnatrice”. Beh, pure io che di inglese non mastico una parola so che moglie si traduce con wife, ed è ben triste constatare che l’illustre maître à penser, residente in Italia da oltre…
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