“PIETROBURGO” di Andrej Belyj
Cosa può succedere nella tenebrosa San Pietroburgo agli albori del novecento? Ma è ovvio: avvengono intrighi, macchinazioni, congiure, fermenti rivoluzionari… e c’è tutto un sottobosco di segreti che svaporano fra le nebbie gelide di quella città indecifrabile. Una città che è lo specchio dell’animo russo, che ne riflette i tormenti e le contraddizioni, che ne alimenta le malinconie. Fra le nebbie, si materializzano dei misteri. Hanno le sembianze di uomini grotteschi e di donne sconsiderate. Sono tutti portatori di pericoli, diffusori di tensioni, catalizzatori di quelle stesse paure – o terrori – che già trovano terreno fertile nella mente suggestionabile del protagonista. È Nikolaj, uno studente che non studia perché ha altro a cui pensare: deve decidere se diventare un rivoluzionario, cominciando la sua carriera con un bel parricidio eclatante; o se rimanere rintanato in casa, ripiegato su se stesso, a ripensare alla fuga della madre con un amante squattrinato. Nikolaj ha un padre assurdo, una specie di nano ridicolo e odioso. Si chiama Ableuchov e fa il senatore. Rappresenta il vecchio mondo che tarda a togliersi di mezzo, rappresenta l’ottusità di una società bieca e inconcludente, discriminante. È un fallimento umano. Seguirlo nelle sue peripezie burocratiche fa ridere ma fa anche arrabbiare. Per spirito di ribellione, Nikolaj frequenta dei personaggi ambigui. Sono degli anarcoidi, incapaci di fare davvero sul serio. Per certi versi ricordano i protagonisti de “I Demoni” di Dostoevskij, ma hanno un’estrazione sociale meno elevata, un retroterra culturale più povero. Giocano a cospirare, si temono l’un l’altro, si guardano le spalle, non si fidano. All’improvviso appare una bomba e bisogna piazzarla… L’autore di questo romanzo è uno degli scrittori più originali del secolo scorso. Ha fatto ampio ricorso al simbolismo per raccontare questa storia che ha un duplice risvolto: una denuncia del contesto sociopolitico della Russia zarista e la trasposizione narrativa dei propri turbamenti giovanili. Nikolaj è un alter ego di Andrej. Ma l’originalità di Belyj si riscontra soprattutto nell’abbondanza di artifici letterari, nelle scelte stilistiche, nelle combinazioni di espressioni, locuzioni, aggettivi. Bellissime e suggestive le descrizioni della città, realizzate mediante magnifiche scelte lessicali. Belyj sa giostrare al meglio il proprio registro: lo eleva fino al lirismo e poi lo intorbida nel trivio, quando la narrazione lo richiede. “La brina gelata irrorava le strade e le prospettive, i marciapiedi e i tetti. Irrorava i passanti, prodigando raffreddori; infreddature e influenze si insinuavano assieme al pulviscolo della pioggia nel bavero alzato dello studente di ginnasio, di quello universitario, del burocrate, dell’ufficiale, dell’individuo in genere; l’individuo girava attorno lo sguardo malinconicamente; fissava la prospettiva; circolava nell’infinità delle prospettive senza fiatare – in un torrente di esseri simili a lui, fra rimbombi e frullio, ascoltando i gorgheggi delle automobili. E inciampava nel lungofiume, dove ogni cosa aveva un termine: i gorgheggi, l’individuo. Lontano-lontano, quasi più lontano del necessario, si erano abbassate le gomene e umiliate le isole: gli edifici se ne stavano anch’essi umiliati; pareva che le acque dovessero abbassarsi e che in quell’istante sulle isole si sarebbe rovesciata la profondità col suo limo verdognolo; e sopra questo verdognolo limo nella nebbia vibrando rumoreggiava il ponte Nikolaevskij…” Ne è venuto fuori un romanzo affascinante e divertente, una storia cervellotica ma appassionante, capace di carezzare l’animo del lettore ogni volta che si indugia romanticamente sugli scorci più belli di San Pietroburgo, sui sentimenti più nobili dei suoi personaggi. Ma è anche un romanzo profondo, ricco di spunti di riflessione e poi presenta delle scene dall’effetto decisamente comico. Insomma, nell’opera di Andrej Belyj (a proposito, è uno pseudonimo che significa “Andrea il bianco”) si ritrovano tutte le caratteristiche dei grandi classici russi dell’ottocento, ma sono elaborate con un sentire nuovo, un animo diverso e più moderno, novecentesco. E il punto di forza è decisamente lo stile. “Il tempo affila su tutte le cose i suoi denti – rosicchia il corpo, e l’anima, e i sassi.” Orazio C. Read the full article









