Sta l'istante nella trama del tempo,
nel cuore di quella luce che accoglie
il prima e il dopo e custodisce
il ricordo e il presagio.
Antonio Prete, Se la pietra fiorisce

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Sta l'istante nella trama del tempo,
nel cuore di quella luce che accoglie
il prima e il dopo e custodisce
il ricordo e il presagio.
Antonio Prete, Se la pietra fiorisce
Nuda come una nuvola, muovevi
verso il bacio con un passo d’acrobata,
assorta, e il riso della pelle t’era
mantello e fuoco.
Del celeste rito
torna talvolta un lampo, e si dischiude
la festa del tepore: era velluto
la sera alla campagna, e nella stanza
dolce sorgeva e impetuosa la danza
delle carezze. Il grido della perdita
e del ritrovamento navigava
nel cielo senza tempo dell’amore…
Antonio Prete, da Se la pietra fiorisce
C'era il canto delle foglie nel vento, il sibilo dell'ape sull'anemone, c'era il grido della gazza che volava verso l'ulivo, stormiva a gran voce la primavera, ma c'era nel cuore del suono un grande silenzio, c'era nella musica degli alberi un silenzio che era specchio del cielo, dei suoi silenzi.
-Antonio Prete-
Antagonismi e opposizioni IL SEGNALE 125
È disponibile all’acquisto IL SEGNALE 125 cui ho partecipato sviluppando la traccia di seguito con un articolo Antagonismi e opposizioni di cui riporto l’incipit Diciamo: le stagioni della vita. Una messa in campo del tempo, del suo trascorrere. E tuttavia, nel ricomporsi dei ricordi è poi lo spazio che agisce fortemente: città abitate, viaggi compiuti. La geografia si stringe al calendario, lo…
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Tutti viviamo nella incompletezza. Non siamo onnipotenti. Solo se accettassimo la finitezza come nostro orizzonte la nostalgia potrebbe apparire come un elemento positivo. La nostalgia ci dice costantemente che tutto ciò che abbiamo vissuto, che abbiamo amato, che abbiamo coltivato nel passato, non tornerà più, non ci appartiene più…
Antonio Prete
E camminano i morti lungo le rive deserte di tempo. Non calpestano ghiaia né erba. Hanno del mondo solo un'idea, una nuvola-idea.
Una bolla è il mondo gonfia di niente che fluttua piano nell'aria sotto un cielo di stelle spente.
“La domanda è sovversiva, il silenzio disturba”: nel deserto, insieme a Edmond Jabès
Inalare il deserto. Confortare in labirinto l’alveo dell’alba. Chiudersi nell’anello di una indagine infinita. Non altra è l’iniziativa del poeta se non sporgersi verso la lama della lettera. “In un mondo come l’attuale in cui la parola è pronunciata in modo sempre più altisonante, declamatorio, più si parla basso, più si è di disturbo. Sta lì la vera sovversione. Allo stesso modo è sovversiva la domanda. Infatti chi interroga non urla mai, perché è insicuro… La domanda è sempre al di sotto dell’urlo… La parola del libro è sovversiva: perché è una parola dal silenzio”, dice Edmond Jabès, più maestro che poeta, ad Alberto Folin (l’intervista, del 1985, ora è in: Edmond Jabès, Il libro delle interrogazioni, a cura di Alberto Folin, con un saggio di Vincenzo Vitiello, Bompiani, 2015).
*
Se Yves Klein è penetrato in modo marziale nel blu, Edmond Jabès, interstellare profeta del mistero, si è conficcato nel bianco.
*
Non si è poeta se non nell’attimo del silenzio, dove la parola, a fior di labbra, può fiorire in qualsiasi alfabeto – perché il verbo è gesto prima che senso, canto che precede ogni norma, ogni sfida.
*
Nul L’Un, detta Jabès: intrico continuo, serpeggiante, tra Nulla e Uno; farsi nulla per entrare nell’uno. Si è unici unicamente annientandosi.
*
Il libro delle interrogazioni è il solo libro ‘di poesia’ che vada interrogato. Così: aprilo a caso, a occhi chiusi, dona sostanza al libro passando le dita, leviga la lingua sui denti, fermati al radioso mignolo.
“Sono la parola alla tua portata
e impaurita.
Tu mi chiami.
Saprei risponderti se tu cessassi di affermarlo?”.
Poco prima:
“Maestro, disse un giorno Reb Vidor a Reb Goetz, è vero che il deserto discende fino all’anima e che la passione, in origine pianta delle sabbie, ci spinge a lasciare il luogo del suo passato per una promessa di foresta o di giardino?”.
*
Edmond Jabès fa fiorire, nei suoi libri, rabbini rari, cauterizzati dal sogno, il caglio di una sapienza astrale. Jabès sta all’incrocio tra Borges e Beckett, deviandoli: non celebra la cultura, la infiamma; cava dal non-senso un bagliore da parola ultima, il tremore bianco.
*
Nasce al Cairo nel 1912, il 16 aprile, in una famiglia ebraica, abbiente. La sorella Marcelle, più grande, muore nel 1924, “Quel giorno ho capito che c’era un linguaggio per la morte, come c’è un linguaggio per la vita. Non si parla a un morente come a un vivo. La sua parola è diversa”. Nel 1964, a Roma, si suicida il fratello, più grande anche lui. Come la vita, anche la morte sancisce un multiplo esilio nell’esistere di Jabès: “Al cimitero di Bagneaux, nel dipartimento della Senna, riposa mia madre. Al vecchio Cairo, al cimitero delle sabbie, riposa mio padre. A Milano, nella morta città di marmo, è sepolta mia sorella. A Roma, dove, per accoglierlo, l’ombra ha scavato la terra, è sotterrato mio fratello. Quattro tombe. Tre paesi. La morte conosce frontiere? Una famiglia. Due continenti. Quattro città. Tre bandiere. Una lingua, quella del niente”. Dopo l’infanzia di “cielo azzurro – senza ricordi”, gli studi, tra Egitto e Francia, la scoperta di Rimbaud, l’amicizia con Max Jacob. Viaggia a Gerusalemme durante la Seconda guerra – è antifascista, i suoi posseggono passaporto italiano. Lascia l’Egitto, nel 1957, per sempre, per la Francia, optando per una tenda nell’esilio – diventa cittadino francese dieci anni dopo. Nel 1992, la morte. Restano libri esigenti, distillati d’incertezze, radici che sondano le tibie di Dio: Il libro della sovversione non sospetta, Il libro dei margini, Il libro dell’ospitalità, Uno straniero con sotto il braccio un libro di piccolo formato.
*
Di Jabès hanno scritto in moltissimi, da Blanchot a Derrida, perché la sua scrittura è, in effetti, una abitazione. Vuota. Il poeta ha fatto uno scavo, il vuoto, una raggiera di cunicoli, per far sì che altri lo abitino. Nel 1977 di lui ha scritto Paul Auster, sulla “New York Review of Books”: “Negli ultimi anni nessun poeta francese ha ricevuto più attenzione critica ed elogi di Edmond Jabès… A partire dal primo volume de Le Livre des Questions, pubblico nel 1963, Jabès ha creato un nuovo e misterioso modello di opera letteraria, sbalorditiva, di difficile classificazione. I suoi scritti hanno un posto tanto centrale che Derrida si è esposto a dire che ‘negli ultimi anni nulla è stato scritto in Francia che non abbia il suo precedente nei libri di Jabès’”. In Italia, l’esegeta straordinario di Jabès è Antonio Prete, che ha scritto: “Il Libro per Jabès modula in mille modi l’assenza di Dio, un’assenza irrevocabile, originaria, costitutiva dell’essere, e questa privazione diviene ritmo dell’apparire, anima stessa delle cose. Il Libro replica l’esilio dal senso, l’orfanità delle parole. Un’orfanità da cui muove l’apertura della domanda, lo stato di ascolto lungo il cammino”.
*
Per talento di Gianni Scalia, Il libro delle interrogazioni viene in Italia nel 1982, nella traduzione di Chiara Rebellato, edito da Marietti. L’introduzione a quei tomi è di Massimo Cacciari che in un saggio dal titolo sbilenco (Il bianco e il nero) scrive: “La scrittura di Jabès è assolutamente lontana da quella ‘mistica’ cui siamo abituati, che è una scrittura procedente per aneliti, desideri, rimandi, attraverso l’emotività profonda dell’alludere. Quella di Jabès accosta parola a parola, proposizione a proposizione; la sua sonorità è mono-tona; ‘guarda vivere la parola’ distaccata dalla frase; fa-deserto intorno ad ognuna; distende un interminabile, accecante bianco tra nota e nota”. Piuttosto, la poesia di Jabès non è ‘liturgica’: egli dispone l’aula al rito, senza saggiarne le leggi e gli analecta, sarai tu, lettore, a doverlo adempiere.
*
Intendo dire che la poesia di Jabès non è poesia – è canto ininterrotto. Non c’è possibilità di indulgere nel giudizio, non c’è indulgenza. Bisogna animare il canto per far accadere qualcosa – si è nella gola del canto, ingoiati.
*
Non si viene a capo di nulla, non c’è cima ma l’incipit dello smarrimento – come si sonda, se non snodando l’alfabeto fino a una millesima quota d’acqua, una pozza, dove ghepardo e angelo, specchiati, sono lo stesso?
*
Tutto sta a definire il diverso tra deserto e ghiaccio, tra esodo e Antartide – da un lato Dio inspira, dall’altro espira. Scrivere come costruire una sedia – senza comodità, nel quadrivio del comando. (d.b.)
***
Nuovi dialoghi tra sapienti e invitati occasionali con la partecipazione di Yukel Sérafi
Disse: Il bene ci colma, il male fa il vuoto. E pensava: Il niente è il male.
Disse: Il male è talvolta l’abito del bene. E pensava: La stella è l’ornamento e il bottone dell’ampio manto delle notti.
Disse: Il bene è la nudità – per opposizione al manto. E pensava: Il bene è il dono del vuoto; il male, l’abbandono.
Disse: Il niente votato al niente, è il male. E pensava: Il vuoto allacciato al vuoto, è il bene?
Disse: Il male è il naufragio, l’incendio. E pensava: L’acqua non è il bene? E il fuoco?
Disse: Il fuoco non brucia il cielo? La pioggia non affoga il cielo? Così, il fuoco, la pioggia, l’ombra sono il male. E pensava: Il bene è il mattino degli occhi, la pioggia fertilizzante e l’ombra del sonno.
Disse: Il bene e il male hanno le stesse carte, godono delle stesse complicità, possiedono le stesse armi. E pensava: Il male è l’avversario del bene. Nemici giurati, gemelli nell’uomo e nel mondo, il loro potere è uguale. La loro astuzia, la loro temerarietà, identiche.
Disse: Possiamo essere il male o il bene. Siamo l’uno e l’altro; ora la punta della spada, ora la venatura della foglia. E pensava: Così, il disordine è lo sradicamento dell’ordine; così la menzogna è il vento contrario che la verità affronta. L’ordine nasce dalla piaga medicata e la verità, dalla ferita inferta alla tempesta.
Disse: Così, l’amore è la fortuna dell’amore.
Disse: La rivolta, colle della collera – Reb Assayeh non ha scritto: Guarda. Il colle è il vaso dove si schiude il pugno di Dio? – domina le nostre esistenze. E pensava: Si può raggiungere la cima del colle?
Disse: Il pugno di Dio, minacciando il sole, abbaglia la morte. E pensava: La rivolta è la vertigine del sogno, dove fonde l’acciaio dell’ascesa.
Disse: Più in alto, dove l’oggetto s’innamora del bastimento, prossimo ripiano di virtù. E pensava: Dove il culmine contesta la propria altezza, la morte abolisce l’assurda misura.
Disse: L’oggetto è l’alba, il getto. E pensava: La rivolta che si nutre di eccessi è figlia della morte.
Disse: La vita riduce la rivolta a grano di riso. E pensava: La morte abbraccia la risaia.
Disse: È l’uomo capace di un vasto respiro? E pensava: Il petto dell’uomo è prigione di vita.
Disse: L’uomo si compie nel superamento di sé. La morte lo rende l’uguale di Dio. E pensava: Là dove la morte ci trascina, l’impossibile diventa possibile.
Disse: Non sorridere più, non è essere morti? Cessare di pensare, non è esere morti? Avere gli occhi chiusi, tacere, seppellire le mani, non è non vivere più? Rinunciare al cammino, non è aver perduto la terra? E pensava: Abbiamo camminato senza segnare il suolo. Abbiamo fatto il giro del mondo. La morte ci ha confuso. Lo sguardo, il sorriso, il gesto sono faro, ripiano, tappa, dove la vita ci consuma.
Disse: La morte è la vita piena proposta a chi dispera di vivere. E pensava: La morte, dove Dio va miracolosamente incontro a Dio.
E Yukel disse:
Il cerchio è riconosciuto. Spezzare la curva. Il cammino raddoppia il cammino. Il libro consacra il libro.
Edmond Jabès
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“Stare nella poesia è un modo per stare al mondo senza essere del mondo”: dialogo con Antonio Prete
Qui, quindi, la poesia diventa cenacolo, celebra l’amicizia, il contatto con i morti, l’esattezza dell’adesso e il modo in cui il verbo puntualizza il divenire in destino. Tutto è sempre ora (Einaudi, 2019) ha certamente la cadenza dell’omaggio (And all is always now canta T.S. Eliot nei “Quartetti”), ma è, per lo più, credo, cifra verbale che è legge, norma poetica: il poeta è quello per cui il tutto è nel frammento (mimo von Balthasar), sul palmo di una mano; è quello per cui è sempre adesso, è sempre l’allerta dell’ora, è sempre il momento culminante, definitivo. “Il transito, la cenere, l’aurora,/ tutto è sempre nel respiro dell’ora”, è il distico che chiude Nel respiro dell’ora. Il poeta ammette, non annuncia, semmai si annienta nell’adesso, dando chiarore al creato, carisma al “tempo che è solco/ di conchiglia e fuga di comete”. Non c’è distanza di sguardo tra l’Antonio Prete studioso di cose letterarie (quello de Il pensiero poetante, Nostalgia. Storia di un sentimento, Il cielo nascosto. Grammatica dell’interiorità) e il poeta, grammatico della meraviglia: tenerezze, crisi, crismi, sono i medesimi. Così, questa raccolta puntellata di fraternità – da Celan a Wallace Stevens, da Edmond Jabès a Eliot – è nello stesso tempo – per competenza, tensione lirica, ricorrenza di temi – un asteroide del Novecento e un azzeramento, quasi che il secolo fosse un ago (“All’ombra// del menhir la ricordanza è aspra”: torna una parola-emblema, Menhir è la raccolta di Prete edita per Donzelli nel 2007, la ricordanza ci riarma a Leopardi). A poesie elette al vento della Storia (“La ferita ha memoria, e ha sapienza/ pareva dicesse una voce nel celeste/ del mattino domenicale a Harlem”), Prete ne alterna altre, presocratiche, dove si guarda tutto come mai prima, come al primo o all’ultimo giorno (ci sono alberi, cieli, la neve, le creature piccole e “sopra, invisibile, la corsa dei mondi/ lungo sperdute ellissi”), le più belle. E ci sono tante stelle, in questo libro, dappertutto (compresa la prosa Dire la stella), come se si desiderasse un altro cosmo, come se fosse il bene alzare gli occhi, perché, in fondo, poesia è enumerare gli astri, e narrarne l’estro, la storia, l’esito. (d.b.)
Fin dal titolo, l’annuncio di un ‘rapporto’ con i poeti che ama, immagino, che ha studiato, da Eliot a Celan al grande Jabès. Dunque la poesia è anche un contatto, un rapporto incessante con ciò che si è letto?
Sì, proprio come dice, la poesia è contatto – tutti i sensi sono chiamati a raccolta – con la poesia di altri poeti, ed è rapporto con una lingua che ha una storia, ha luoghi vertiginosi, abissi, estensioni estreme del dire e del sentire, del vedere e dell’immaginare. La poesia come amore della lingua. Mi viene in mente un aforisma appunto di Jabès, che certo non è stato un formalista, ma uno che si sporgeva sul tragico dell’epoca: “La poesia ha soltanto un amore: la poesia”. In questo, forse più che negli altri miei libri, è dichiarato il rapporto con i poeti, dico con i grandi nomi della poesia. Le imitazioni e alcuni versi usati come epigrafi sono per dir così la dichiarazione esplicita: una cifra visibile di un rapporto che è fatto, come accade sempre nella poesia, di dialoghi formali, di rispondenze, di riprese, di repliche.
D’altra parte, non mi pare che lei sia stato ‘vampirizzato’ dai poeti che con pazienza incessante studia. Come ha trovato, districandosi dal groviglio delle ‘fonti’, la sua propria voce?
In effetti, qui è il punto. Che è analogo al punto che mi è accaduto di osservare tante volte quando mi sono avventurato nella traduzione della poesia: come trovare nel dialogo un proprio timbro, nell’ascolto un proprio modo di sentire, come approdare a una propria lingua dopo la navigazione nella lingua di altri. Sono convinto che anche nella scrittura poetica a un certo momento accada una sorta di insorgenza quasi miracolosa, i cui passaggi è difficile spiegare e ripercorrere, perché appartengono al profondo del nostro sentire: la vocazione stessa alla poesia nasce dalla lettura della poesia, così la voce – la voce che chiama – diventa col tempo una propria voce. Credo che la familiarità stessa con la poesia a un certo punto chieda di essere come inverata in una sorta di distacco, un distacco che è insieme eredità e cominciamento.
La poesia Compianto è scritta, lo denuncia, dopo il naufragio “del peschereccio che era salpato dal porto libico di Misurata (3 ottobre 2013)”. Le chiedo, allora, come può misurarsi la poesia con la tragedia, senza cadere nel grottesco dell’occasionale, senza imbarbarirsi alla cronaca?
Ripenso spesso a quel che dice Hölderlin : “Quel che accade sia per te un’occasione”, dove occasione ha con sé il senso forte della partecipazione, il sentimento di un’appartenenza all’accadimento che è com-passione. Per questo non penso a un’opposizione tra poesia civile e poesia diciamo lirica o sperimentale: si tratta di formulette che usa chi vuol procedere per classificazioni e schieramenti. Per me il verso è la lingua che ospita l’accadere, e spesso questo accadere appartiene al tempo e allo spazio della propria interiorità, ma può anche venire dalla propria epoca, dal tragico della propria epoca. E il caso dei naufragi nel Mediterraneo è questo tragico.
Ha avuto rapporti particolari, vissuti, con poeti che l’hanno aiutata a precisare la sua poetica?
Ha già citato, all’inizio, Edmond Jabès. La sua frequentazione, la traduzione dei suoi libri, la sua amicizia, hanno avuto una grande importanza per me. Nel modo di porsi – libero, non legato a convenzioni – dinanzi alla parola, al senso, alla tradizione, all’ignoto, Jabès mostrava il legame forte che c’è tra meditazione e scrittura, tra interiorità e invenzione, tra etica e immaginazione. Questo, nella consapevolezza che la scrittura è sempre una scommessa, un azzardo, e coincide con la vita, con le sue pulsioni, con i suoi fantasmi, con le sue contraddizioni. Poeti come Mario Luzi e Yves Bonnefoy mi hanno fatto il dono della loro amicizia: con loro ho avuto incontri, conversazioni, confronti. La lettura e lo studio dei loro scritti, e la condivisione di alcuni loro amori – Leopardi, Baudelaire, tra questi – hanno fatto parte del mio cammino. Ma anche l’aver frequentato, dagli anni Settanta in poi, molti amici poeti italiani, ha certo influito sul mio lavoro. Ma, quanto al definirsi di una poetica, credo che poi agiscano sia le forme in cui le nostre esperienze sono preservate, custodite, rielaborate nella memoria sia i modi con i quali ci disponiamo dinanzi alle grandi domande sull’esistenza e sul cosmo sia infine le relazioni che intratteniamo attraverso i sensi con il visibile e con l’invisibile, con il qui e con l’altrove, con il tempo e la sue fuggitive parvenze. E tutto questo nella lingua, con la lingua, dunque con la materia sonora del dicibile.
Qual è il poeta che ha segnato la sua giovinezza, che le ha imposto lo stigma della poesia?
Fin dall’adolescenza ho letto molti poeti, la maggior parte stranieri in traduzione italiana. La lirica spagnola del Novecento mi coinvolgeva molto, da Jimenez a Machado a Lorca. Leopardi, certo, mi ha accompagnato nella giovinezza, e mi accompagna ancora. Insieme a Baudelaire. Ma della poesia nostra novecentesca è stato forse Ungaretti, più che Montale, a conquistarmi da adolescente. Poi sono sopravvenuti, più avanti, Mallarmé, Rilke, Valéry, Char, Celan. Tradurli, spesso, è stato il modo più bello, e più faticoso, per dialogare, per conoscere la tessitura intima della loro forma.
“Tradurre/ è prestare parola al desiderio,/ non colmare la sua pena”. Qui sembra aver colto in versi il senso della traduzione: è così? Tradurre è desiderio che ricama sulla pena?
Quei versi appartengono alla poesia che ho intitolato Traducendo Louise Labé. Tradurre alcuni sonetti della poetessa lionnese del Cinquecento, petrarchista autrice del breve e folgorante canzoniere d’amore, induce a pensare questa congiunzione tra traduzione e desiderio. Ma l’occasione si può allargare all’atto del tradurre in quanto tale. Si traduce un poeta perché si desidera preservare il respiro della sua poesia, l’essenza del suo dire poetico, in un’altra lingua, ma questo gesto non estingue il desiderio, perché si sa che c’è un nucleo – di vita, di legame tra vita e parola – che la traduzione non può raccogliere.
Che senso ha, ora, ostinarsi alla poesia? Le chiedo, infine, un pensiero sulla poesia italiana contemporanea: le interessa, è interessante?
La poesia stessa è ostinazione. In un mondo che non riconosce la poesia. Stare nella poesia è un modo per stare al mondo senza essere del mondo. La poesia, lo diceva Leopardi, non è mai contemporanea. Non è in sintonia con l’epoca. Vive d’altro, con altro. Questa alterità è l’ostinazione. Quanto alla poesia italiana del nostro tempo, mi piace molto la variabilità delle forme, degli stili, dei rapporti con la tradizione. Il ventaglio del Novecento è sorprendentemente ricco, la sua presenza è forte ancora, e attiva. Quanto all’oggi, credo sia superficiale scommettere su una tendenza o su un’altra, come credo sia solo un esercizio esteriore opporre alla lirica l’antilirica, alla poesia l’antipoesia o la postpoesia.
L'articolo “Stare nella poesia è un modo per stare al mondo senza essere del mondo”: dialogo con Antonio Prete proviene da Pangea.
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