Tomato Soup – Clarence Threepwood
“Nella vera vita concreta, quando mai userò il teorema di Pitagora?” “Cosa serve calcolare l’area conica di un trapezio isoscele elicoidale?”. “La geometria è INUTILE!”
Parole dure. Parole dure di un uomo strano.
Quante volte abbiamo posto o anche solo sentito queste affermazioni e questi quesiti questui quasi inutili e catastrofici nelle aule scolastiche? Tantissime, troppe, tanto che l’aere riecheggia delle risposte quasi spazientite degli insegnanti: “Vedrete che quando meno ve l’aspettate, la geometria vi servirà e vi tornerà utile”.
Ed eccoci finalmente arrivati a quel momento che tutti gli insegnanti di geometria stavano bramando, quel momento di riscossa in cui possono unirsi in un coro etereo per urlare: “Quisquiglie e pinzillacchere!!! Ve l’avevo detto!”.
Le colline dello Yorkshire, dove la bruma danza armoniosa sulle dense ed eufoniche alture, possono gloriarsi del triangolo isoscele dell’arte, dell’ipotenusa che collega il cateto dell’ “IO evanescente e inconcludente” con quello del “NOI geometrici e circoscritti”, dell’unico uomo che ha fatto del rettangolo aureo un Credo e un Vedo e Prevedo: stiamo ovviamente parlando di Clarence Threepwood, l’artista che, avvalendosi di elementi geometrici e colori basici, senza sfumature, sbavature o effetti cromatici particolari, esterna la propria praticità ed eloquenza dipingendo il mondo invadente e sfacciato circostante in pennellate precise e nette, altezzose e regali.
Prima di essere osannato come pittore di scuola metapontiana, Clarence era un modesto cuoco penitenziario di Emsworth, un ridente paesino abbarbicato tra le colline di salici piangenti. Caricandosi come una molla al grido di: “Mi passi un foglio di carta assorbente?”, il Threepwood preparava il suo cavallo di battaglia nelle buie e tempestose cucine carcerarie: la “Tomato Soup”, zuppa al pomodoro, basilico e peperoncino di Trinidad Moruga, che i detenuti amavano alla follia. Leggenda narra che era talmente buona e raffinata che i carcerati non volevano usare il cucchiaio, ma la ingurgitavano direttamente dalla scodella al fine di limitare il contatto, e quindi la contaminazione, con corpi estranei alle papille gustative che potevano intaccare il superbo sapore della prelibata pietanza: era imprescindibile e doveroso sorbirla immediatamente senza sotterfugi funesti.
Il quadro “Tomato Soup”, realizzato con carta da parati soffice e polvere di marmo di Carrara colorata con erbe officinali cinesi, rappresenta questo ardore, questa dipendenza, questa veemenza e passione, tramite la raffigurazione di una tuta carceraria (righe bianche e nere sullo sfondo) macchiata di zuppa al pomodoro (cerchio a mano libera rosso fuoco). L’artista, probabilmente senza ogni ragionevole dubbio alcuno, vuole certamente indicare la volontà dei detenuti di tenere esclusivamente per sé una goccia di questa orgogliosa vivanda per assumerla durante le notti buie e solitarie che caratterizzano le sfuggenti carceri d’oltre manica.
L’opera sarà esposta al British Museum Estone di Tallinn, fino al 31 maggio 2016. Accorrete numerosi, ma anche no.
Eliodoro Naso Tartarelli











