Le ajusté algunas cosas y agregué un poco de color 🔪 #Shibari 🔥 #kimbaku #kimbakuart #instaart #illustrator #sketch ##artistsoninstagram #digitalart #drawing #arteuruguay https://www.instagram.com/p/B5GepQBgWQm/?igshid=1l2z2u2tle24y

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Le ajusté algunas cosas y agregué un poco de color 🔪 #Shibari 🔥 #kimbaku #kimbakuart #instaart #illustrator #sketch ##artistsoninstagram #digitalart #drawing #arteuruguay https://www.instagram.com/p/B5GepQBgWQm/?igshid=1l2z2u2tle24y
Works of 2013 collage and mixed media on paper an 2015 oil on canvas. #art #artistauruguayo #artecontemporaneouruguayo #arteuruguay #arteuruguayo #contemporaryartist #contemporarydrawing #contempirarypainting #collage #collageonpaper #mixedonpaper #mixedmidiaart #oilcolors #oilabstract #red #redart #redabstract #surealism #latinamericanartistinnewyork #landscapepainter #landscapeart #landscapeabstract #modernabstract #modernpainting #artnewyork #artnyc #independentartist #mauriciopazviola #pazviola (en New York City) https://www.instagram.com/mauriciopazviola/p/Bv_qjxHDp3a/?utm_source=ig_tumblr_share&igshid=1brbll8ox7fzb
Ágata, proveniente de Arroyo Catalán Grande, departamento de Artigas, Uruguay. Residencia taller Espacio de Arte Contemporáneo Montevideo. #espaciodeartecontemporaneo #artemontevideo #arteuruguay #culturauruguay #culturamontevideo #arteyciencia #arteygeologia #arteynaturaleza #artandnature #artandgeology #artscience #ágata #minerall #minerales #mineralia #minerallcollection #colecciondeminerales #muestradearte #artisticresidency #residenciaparaartistas #artesvisuales #artecontemporaneo #artmuseum #latinameticanart #artelatinoamericano #art #arteargentino #arte (en Espacio de Arte Contemporáneo)
Hasta el 27 de mayo se puede visitar la muestra Habitar desplazamientos en el Espacio de Arte Contemporáneo de Montevideo, Uruguay, donde participo con Un museo o dos, performance/instalación. #artecontemporaneo #Artes #artscience #arteuruguay #artisticresidency #artandnature #arteyciencia #arteynaturaleza #artedecordoba #arteybotanica#artisticresidency #art #artgallery #arteargentino #artemontevideo #muestradearte #art (en Espacio de Arte Contemporáneo)
UM MUSEO ODOS: Performance intervención del Espacio de Arte Contemporáneo de Montevideo, con piezas pertenecientes al acervo del Museo Nacional de Historia Natural de Uruguay. Marzo 2018. A museum ot two: performance intervention of the Space of Contemporary Art from Montevideo, with pieces that belong to the National Natural Science Museum from Uruguay. March 2018. #artscience #art #museum #arteuruguay #artemontevideo #artandnature #contemporaryart #performanceart #performance #arteyciencia #artecontemporaneo #arteargentino #artgallery #artisticresidency (en Espacio de Arte Contemporáneo)
Intervista con il fotografo Federico Rubio (Montevideo)
Federico Rubio, uno dei più noti fotografi dell’Uruguay ma soprattutto una delle mie più felici scoperte nella fotografia contemporanea. Nel suo ampio studio di Montevideo conversiamo sulla sua serie di ritratti architettonici “Poliptico Oriental” che dal 2009 realizza e classifica con cura, esplorando in lungo e in largo il territorio uruguaiano.
Federico Rubio, San Javier, 2013, fotografia analogica, 20x25 cm.
Poliptico Oriental, un progetto fotografico a stretto contatto con il territorio della Repubblica Orientale dell’Uruguay. Nonostante non compaiano mai delle persone nelle tue fotografie credo che il contatto sia stato inevitabile: come ti sei relazionato con i proprietari di casa?
Mi capita di parlare molto con loro. Utilizzo una macchina fotografica molto grande, che non passa inosservata e a cui le persone non sono abituate. La cosa più simile a quella macchina che loro conoscono è la macchina fotografica da piazza, che fino a quindici anni fa si poteva trovare nella Plaza Indipendencia di Montevideo. In realtà i fotografi di piazza utilizzavano un processo grezzo, primitivo, di bassa qualità: sviluppavano direttamente il negativo su carta ma l’immagine in questo modo risultava al contrario; allora la lavavano nella fontana - per questo le facevano in piazza - e scattavano un’altra foto al negativo. Il risultato finale era una fotografia assolutamente senza definizione, proprio l’opposto di quello che io riesco ad ottenere con il banco ottico, che ti permette di controllare la prospettiva, regolare le linee verticali e orizzontali, il fuoco e la profondità.
Nessuno ti ha mai negato una foto alla propria casa?
Ad alcuni facevo un po’ di timidezza, ma pochissimi mi han detto di no. In cinque anni che lavoro a questo progetto, arrivando a fotografare 200 o 300 case, anzi può essere che siano 500, non lo so di preciso, avrò avuto problemi con solo quattro o cinque persone. Dopo un po’ di conversazione alcuni li convinci, altri si spaventano perché pensano che dovranno pagare più tasse per questo (qui hanno una paranoia con le tasse!). Altri sono orgogliosi di farsi fotografare la casa: in effetti non sto fotografando con il cellulare, mi sto piantando lì con il treppiede, una cosa enorme, per venti minuti più o meno… In questo caso - (mostra una foto) - ho suonato il campanello ma siccome non c’era nessuno ho scattato lo stesso. In quel momento però mi videro degli operatori di un canale TV locale e vennero a filmarmi e a farmi un’intervista. Nel dubbio, mi han pure fotografato la targa dell’auto, sai, per sicurezza! Stavo facendo qualcosa di strano in effetti. Era una situazione a metà tra il giornalistico e il poliziesco!
Ma partiamo da prima: come è cominciato questo lavoro?
Quando ho iniziato a fotografare, ormai 24 anni fa, utilizzavo la 35 mm. Però mi aveva sempre interessato la fotografia delle origini e la sua qualità data dal negativo molto grande. Quindi iniziai a salire di formato: dal 35 mm al formato medio e dal formato medio al formato grande e ancora più grande. Prima di questo progetto delle case ho fatto una serie che si chiama Botanica, un progetto realizzato in studio fotografando elementi della vegetazione, con il negativo 10x12 cm. Dopo quel progetto mi interessava passare ad un negativo più grande, fotografare con il colore e uscire dallo studio. Avevo sempre avuto l’idea di fotografare l’Uruguay e il banco ottico è uno strumento che si presta molto per le fotografie di architettura. Mi interessava anche usare una strumentazione di superlusso, non nel senso del prezzo, ma piuttosto della qualità dell’immagine e usarla per fotografare non solo cose propriamente belle ma cose comuni, che non fossero mai state fotografate. Desideravo fissare il mio sguardo con la maggior qualità possibile sulle cose più a margine, più dimenticate rispetto a ciò che normalmente si mostra.
In generale mi piace l’attitudine alla classificazione e all’archiviazione rigorosa, quasi ossessiva. Nel tuo lavoro si nota lo stesso intento che muoveva i coniugi Bernd e Hilla Becher nel fotografare le archeologie industriali in Europa e in Nord America. Cosa ti interessa in questa tipologia di case e qual è l’ossessione che ha dato origine al lavoro?
Sì, le mie fotografie si inseriscono indubbiamente nella tradizione della fotografia oggettiva che hai citato. Desideravo fare una documentazione dell’Uruguay e avrei potuto fotografare case molto più rovinate e decadenti, ma mi accorgevo di essere attratto e incuriosito da case umili ma allo stesso tempo curate e ordinate. Non tutte mi piacciono o richiamano la mia attenzione, ma ce ne sono alcune che mi appaiono come delle fiabe di fate, come la casa della strega di Hansel e Gretel.
Accanto a questo lavoro più tipologico ne esiste un altro, più libero e meno determinato. Ho in mente infatti di fare due libri: uno con almeno 50-60 foto tipologiche in sequenza e un altro invece più libero, in cui inserirei tutte le varianti che ho scattato a una stessa casa e con diversi formati.
Federico Rubio, Nuevo Berlin, 2013, fotografia analogica, 20x25cm.
La tua personale selezione delle case da fotografare vuole anche veicolare un giudizio estetico o di valore in merito?
No. Ho letto articoli che hanno frainteso il mio lavoro, perché io non ho giudizi in merito. In questa fotografia, ad esempio, ci sono delle piccole statue di galline e loros (specie autoctona uruguaiana), però una gallina ha la testa mozzata e la proprietaria di casa una volta mi disse: “La testa della gallina la conservo, devo solo andare a ricollocarla”. Ritornai due anni dopo per rifare la fotografia e la gallina era ancora senza testa, allora le chiesi: “Signora, che è successo alla testa?” e lei mi rispose: “L’avevo rimessa ma una notte son passati dei ragazzi e gliel’hanno tagliata di nuovo!”. Quella gallina è destinata a restare senza testa, anche se non so se il racconto sia vero del tutto. La sensazione che a me danno queste piccole statue di animali è che sembrano uscire da delle botole, come marionette.
Federico Rubio, Minas, 2013, fotografia analogica, 20x25cm.
Secondo te l’arte e la fotografia in Uruguay hanno una caratteristica peculiare o nel mondo globalizzato si sono perse le specificità?
Non ho un’idea precisa, ci dovrei pensare. Però diciamo che a volte io cerco di differenziarmi dagli artisti di qua. Il mio soggetto di studio fotografico è molto uruguaiano, però voglio che la metodologia che sia il più professionale possibile e a volte la precisione e il rigore non sono caratteristiche dell’uruguaiano. Esistono molte architetture di qualità in Uruguay, realizzate tra gli anni ’20 e ’50 e buona parte sono di costruttori italiani ma negli anni successivi non si è cercato di conservarle. Non mi sembra che quest’attitudine sia nulla per cui levarsi il cappello, anzi, il contrario.
Nel mio lavoro cerco di essere il più attento e rigoroso possibile, però in molti casi non posso, perché vivo qui e convivo con la difficoltà di reperire i materiali fotografici: gli acidi spesso non riportano la data di scadenza e le pellicole sono costretto ad ordinarle dagli Stati Uniti pagando alte imposte sull’importazione.
Hai mai pensato di lasciare l’Uruguay?
Ho una relazione complicata con il mio Paese: ci sono cose che mi piacciono e altre che detesto, però è dove sono nato, dove vivo e è dove sento di avere qualcosa da scoprire e da dire attraverso il linguaggio fotografico. Mi piace uscire dall’Uruguay e nutrirmi culturalmente da fonti diversi, che è quello che faccio ormai da anni. Limitarsi ad un circuito piccolo e relativamente povero sarebbe come dire di fermarsi dentro ad una casa serrata, con l’aria viziata. Però sì, mi interessa lavorare qui e trovare cose interessanti da dire su (e da) questo luogo.
Sembra che in Uruguay non esista uno stile architettonico ben definito, però nelle tue fotografie emerge un’estetica, una caratteristica visiva che l’occhio vede tutti i giorni ma che tende a passare inosservata. Penso che il tuo lavoro sia importante proprio per questo, perché tenta di fare una classificazione a mio parere necessaria.
Si, è vero. Cerco di unire cose abbastanza distanti tra loro che magari hanno alcuni elementi comuni, ma è solo nell’accostarle che iniziano a funzionare come una cosa organica. Creo relazioni strampalate, a volte inaspettate, per mera contiguità. Non bisogna dimenticare che tutta la fotografia è una bugia o, come dice Martin Parr, una propaganda. Uno ritaglia, spiana e fissa capricciosamente una porzione di qualcosa che stava di fronte alla macchina fotografica e il risultato, rivelato e impresso su carta, è una cosa nuova che mantiene una relazione affascinante ma complessa con l’originale. In un polittico composto da decine di foto, il raggruppamento - anch’esso arbitrario - amplifica ulteriormente la bugia.
Questa è la forza del montaggio.
Si!
Ph. Giulia Giazzoli, Montevideo 2015.
Federico Rubio (Montevideo, 1966). Studia fotogiornalismo alla London Collage of Printing di Londra. Dal 1996 al 2001 lavora come fotografo freelance per giornali e riviste di Montevideo e New York. Ottiene una borsa di studio presso il Guggenheim di New York. Nel 2014 vince il 56º Premio Nacional de Artes Visuales “José Gamarra” e partecipa alla 2ª Biennale di Montevideo. Le sue fotografie fanno parte di collezioni private in Uruguay, Argentina, Cile, Stati Uniti e Inghilterra. Attualmente vive e lavora in Uruguay.
Jacqueline Lacasa, La Uruguaya, 2009, fotografie, 147x100 cm