Auguri di non fine
di Michele Sica Bosconauta
Tutta umana la presunzione di poter dare un limite al tempo, allo spazio, alle cose. E in questa finitudine trovare i margini di demarcazione utili al più effimero e necessario degli esercizi umani: la narrazione di fatti, eventi, storie. E così, che in questo limen di tempo che chiamiamo anno, mi appresto anch’io a scrivere di cose che sembrano afferibili ad un lasso di tempo ben definito, ma che in sostanza trovano la loro origine in chissà quale meandro di spazio e tempo indefinito, infinito.
Eppure c’è anno e anno, almeno così ci pare, e l’ultimo credo sia stato decisamente ... decisivo, importante, indimenticabile, irreversibile. Un anno, insomma, in cui sono accadute cose la cui forza sta nel non esaurirsi in uno spazio breve, ma nella loro capacità di rinnovarsi in un ciclo molto meno definibile e incontrollabile dalle categorizzazioni convenzionali umane.
Il bosco è un esplosione di vita dalle forme diversissime e varissime. Un sistema inclusivo in cui trovano posto le specie più difformi, che sembrano vivere in una simbiosi perfetta. Lo abbiamo vissuto e attraversato, seppur brevemente ma intensamente, portando nel bosco parole nuove e uomini nuovi curiosi e affamati di vita nuova. Openbosco è stata l’occasione di sedersi dall’altra parte, di far parlare alberi, foglie, pietre e fuoco e da lì trovare spunto per nuove parole. Perchè il bosco? Perchè credo che esso abbia un’essenza che va molto aldilà delle percezioni comuni di vita che noi uomini oggi siamo abituati ad avere. La percezione che tutto è producibile e riproducibile dalla tecnica e dalle risorse che abbiamo a disposizione. Ebbene questo è stato l’anno in cui ho imparato, ho sperimentato (dal latino ex, "da", e perire, "tentare", "passare attraverso") che il taglio di un bosco, di un albero vuol dire “sopportare la perdita e da quella far nascere nuova vita”. Un ciclo, questo, che è ben al di là della portata dei tempi e dei modi che oggi ci siamo dati come civiltà di uomini cicale. E la trasfigurazione di questo bosco, di questo legno, in carbone con l’antico metodo della carbonaia, ridando voce agli antichi boscaioli, la voce sommersa dei nostri padri, che attraverso il fumo e il fuoco è giunta fino a noi insegnandoci gesti antichi e nuovi, la cui rivoluzione sta nell’essere riapparsi in questo tempo con tutta la loro forza necessaria. La forza della resistenza, dell’attesa, del rispetto, della sostenibilità, della ciclicità, dell’umiltà.
Il grano è un filo d’erba a un mese dalla sua nascita. Guardatelo ora, d'inverno, nei campi gelidi, frustato dal vento del nord, ghiacciato dal gelo dell’alba, un filo d’erba capace di sfamare il mondo. Ma tutti noi conosciamo il grano nella sua fase d’oro, già pronto alla falce e prossimo al forno. Proprio questo teatro dorato mi e ci ha accolto, quest’anno, in una terra che stava per smarrire il suo frutto prezioso, il Cilento. Tenaci minatori di un mondo smarrito, coraggiosi pionieri di un mondo immaginato, ci insegnano a tenere in mano una falce, a mietere l’oro, a trarne farina e impastare il futuro. Questo è stato CampdiGrano: un’esplosione di desideri inesplicabili, di ambizioni impensabili, di emozioni indescrivibili. Ma soprattutto è stato il superamento di tutto questo e il ritorno alla quotidianità con la consapevolezza che tutto dovesse cambiare fin dalle piccole cose. Che il grano non è solo la festa della mietitura, ma l’aratura già nella calda estate per smuovere il terreno, è la semina in autunno quando non piove, è l’attesa che spuntino i fragilissimi fili verdi dopo le abbondanti piogge e il primo freddo. Che il grano è la metafora di tutto ciò che abbiamo bisogno per sostenerci su questa terra, strappando ad essa, ogni giorno, la linfa vitale che sostiene i nostri bisogni necessari e, troppo spesso, superflui. Che il grano è la strada che ci riporta alla consapevolezza e alla responsabilità, dalla semina al raccolto, dalla produzione al consumo, dal bisogno alla sostenibilità. Ho scelto, così, di legare la memoria di questo anno passato a due archetipi, il bosco e il grano, che ho attraversato con tutto me stesso e attraverso i quali ho incontrato la vita di moltissimi altri compagni (cum panis). Penso a loro, oggi, come l’unica degna e immensa ricchezza ricevuta e da conservare, dal valore insetimabile. I sorrisi, gli abbracci, l’essere comunità nel senso più autentico di questo termine. Avrei voglia di nominarli tutti, come già altre volte ho cercato di fare nel tentativo di fissare nella memoria collettiva il tempo trascorso assieme, ma anche in questo caso presuntuoso sarebbe il pretesto di demarcazione di un insieme che ha la sua forza proprio nell’essere indefinito, indefinibile poiché sempre aperto, senza limiti.
E così, che il mio augurio per il tempo nuovo è proprio quello di aprirsi, senza limiti, ad un percorso che non abbia alcuna meta fissa, ad un nuovo modello inclusivo di vita in cui trovano posto vecchi e nuovi orizzonti, in cui le parole, gli incontri le fatiche abbiano tutte un senso nuovo, quello della resilienza nel nostro ambiente e quello della risonanza con tutto il mondo. A tutti voi, che più di aver ricevuto dalla mia pochezza, tanto mi avete donato in questa breve e intesa parte del viaggio compiuto a tratti assieme, dono il mio abbraccio e il mio sorriso senza parole. Un silenzio da riempire assieme con nuove albe e nuove veglie, lungo un viaggio mai progettato, mai raccontato, un viaggio che ci chiede di partire e di farlo subito, senza troppe domande, senza alcuna paura. La vita.
Immagini. La prima è la raffigurazione della Ruota del Samsara, antico dipinto tibetano; la seconda una miniatura medievale di un Bosco, la terza è un disegno tratto dal romanzo L'ombra del Castano intotolato, La pisatura del Grano; la quarta è un quadro di Salvador Dalì, La Nave, 1935.













