Ritorno al futuro: dal Ciuccio al RURAL HUB
di Michele Sica Bosconauta
Mentre scrivo davanti a me un albero di pero, un vecchio albero di pero di una varietà antica, e pere e vierne (pere d’inverno), inclinato dal tempo, dal vento o da chissà cos’altro mi illumina di verde. E’ l’alba di domenica 7 luglio, e sono a Calvanico, all’Incartata. Un anno fa', appena un anno fa', ero a Roma.
Questa storia, come forse tutte le altre, non ha un inizio, o per lo meno non ne ha uno ben preciso. Questa storia inizia certamente nel verde, il verde delle foglie di nocciolo e di castagno, il verde dei boschi alti dei miei monti, dei pomodori legati all’orto, del granturco non ancora spigato e dei fagioli che ad esso si aggrovigliano per conquistare la luce.
Questo verde del cuore e dell’anima mi ha più di ogni altra cosa spinto al ritorno. Un ritorno alla vita e alla terra mia. Un ritorno che in nessun modo tingerò di ideologia o di motivazione alcuna. Che racconterò come si racconta la propria esperienza ad una bella persona durante un lungo viaggio assieme.
Ad un certo punto dello scorso anno, verso la fine dell’estate, dopo aver vissuto momenti di fortissima e piacevolissima destabilizzazione come Campdigrano2012 e o’Catuozzo, e dopo aver vissuto il viaggio della vita che mi aveva condotto fino a quel momento, ebbene in un giorno di fine agosto dello scorso anno mi capitò di pronunciare queste parole: “Devo tornare a SUD”. Semplicemente. Così finiva l’esperienza nella capitale, in un agenzia di comunicazione Web e SoftwareHouse, in cui validissimi e onestissimi professionisti mi avevano accolto come in una famiglia lasciandomi un patrimonio prezioso di esperienza professionale e umana.
Veduta dalla residenza rurale l'Incartata
I rientri, si sa, sono sempre caratterizzati da almeno 3 fasi: l’euforia iniziale, la rapidissima, pericolosissima e preziosissima fase di smarrimento e disillusione che spesso sopraggiunge per un banale o grave episodio la cui causa è spesso ricondotta al posto in cui si rientra e casa inevitabilmente il pensiero “Questa cosa, lì dov’ero fino a poco tempo fa (quasi sempre più a nord del posto in cui si rientra) non sarebbe mai successa”. La terza fase è diversa per ognuno: c’è chi si ferma in uno stato di tedio e torna a fare ciò che faceva prima di partire; c’è chi si rimbocca le maniche e inizia a fare ciò che aveva progettato di fare già prima del suo rientro; c’è chi resiste poco e ritorna sui suoi passi, semplicemente ripartendo e cercando nuovi lidi di approdo. A me è andata in maniera leggermente diversa. Il fatto è che il mio ritorno è stato dettato da una consapevolezza, da una visione: la terra, la fatica, faber e sapiens non più scindibili, tornare dalla parte giusta della barricata, dal lato di chi produce e abbandonare quello del solo consumo.
Il mio rientro è avvenuto certamente anche perché avevo individuato un posto dove poter realizzare questa scelta. E tutto ciò nel mio paese, nella mia terra, a SUD. Si è sempre a Sud di un Nord. Il SUD, nel mio caso, può significare tante cose, ad esempio il Cilento, (Calvanico è nella parte alta della provincia di Salerno, a confine con quella di Avellina nel massiccio dei Monti Picentini, il Cilento è la parte meridionale della provincia di Salerno). Ebbene la scelta di ritorno proprio al mio paese è stata dettata da una semplice constatazione: un albero ha radici in una terra. Lo stesso albero, se trasportato altrove, sarà un albero diverso (molto spesso anche migliore ma diverso). Io sentivo di dover tornare ad essere un albero della mia terra per restituire, in parte, i frutti che questa terra mi ha donato. Allo stesso tempo sento che la terra è una, che di questi frutti tutti ne possono magiare e dunque mi sento albero del mondo, e dal mondo intero traggo linfa vitale.
Residenza Rurale l'Incartata
Così il mio posto, per il momento, l’ho scelto a Calvanico: una vecchia casa colonica, già sede di un agriturismo, in località Incartata. Per estensione quindi, la casa stessa e terreni circostanzi sono identificati come A ‘Ncartata. (Mi sono messo fin da subito alla ricerca dell’origine del nome scoprendo che esso è un toponimo abbastanza diffuso, anche nelle varianti Cartado, Cartata, ecc... e deriverebbe quindi da un gergo notarile: una proprietà fissata sulle mappe, sulle carte, posta al registro. Io ne sto sperimentando una nuova deriva semantica che racconterò magari in una prossima occasione)
Questa grande casa colonica, capace di accogliere oltre venti persone in pianta stabile, fino a un centinaio occasionalmente nei locali interni e nella grande aia antistante, un ettaro di terreni circostanti coltivabili, ha rapito i miei sogni. E anche gran parte delle mie energie quotidiane dal momento in cui assieme ad un gruppo di altri giovani e meno giovani abbiamo deciso di prenderla in fitto dalla famiglia Giordano.
Vi sarà certamente capitato di pronunciare delle parole e di pensare: queste me le debbo appuntare, è un concetto troppo importante che posso dimenticare. Ecco, non crediate sia solo merito vostro quel concetto. Tutto ciò che siamo, e che diciamo, non è mai solo "merito nostro". Siamo una sommatoria di tanti elementi chimici, e di tante storie e parole, i nostri pensieri non sono e non saranno mai solo nostri. In questo caso il mio pensiero, e quello di chissà quanti altri, è stato: “Bisogna liberarsi dalla schiavitù del lavoro per il lavoro per tornare alla fatica per la vita”.
In un sistema in cui scambiamo tempo per denaro, due risorse, la prima la più limitata e preziosa che abbiamo a disposizione, la seconda la più effimera e assurdamente necessaria in questo mondo che ci siamo creati intorno, rompere questo ciclo illusorio per tornare a quello della fatica, ovvero la trasformazione dello sforzo di homo faber e sapiens calato nel tempo, necessario alla vita nel senso di produzione delle necessità primarie: tendere al benessere e all’armonia nel contesto naturale e sociale che ci circonda e al contempo la soddisfazione del bisogno immenso (e innato?) di conoscenza.
Ebbene il ritorno alla fatica, nel mio caso è coinciso con il ritorno a una dimensione di vita legata strettamente al momento produttivo e alla progettazione di un futuro in cui la fonte del progresso fosse cercata nella ruralità, in un contesto ovvero in cui l’uomo vive in maggiore prossimità con la natura, la terra, e da essa trae il suo principale sostentamento. In cui l’uomo è l’eccezione e la natura la regola. Ed egli ne è, e ne deve essere consapevole, capendo così che le sue azioni essendo molto spesso in contrasto con gli eventi naturali, debbono limitarsi a quelli strettamente necessari, senza eccedere nella follia del disastro autodistruttivo, in cui l’uomo padrone è schiavo della sua stessa arroganza e stupida, quanto illusoria e falsa, supremazia.
Così i primi mesi dell’anno sono velocemente, e credo di poter dire faticosamente e felicemente, corsi via mentre giorno dopo giorno faticavamo (il nostro gruppo con l’apporto delle nostre famiglie e in special modo di mio padre, della sua forza indescrivibile, della sua ostinata quanto disarmante capacità di guardare oltre, di saper guardare l’obiettivo, di conoscere il metodo come raggiungerlo, per effettivamente poi raggiungerlo) per il ripristino della fruibilità grande casa, l’impianto dell’orto, tutto ciò che fosse propedeutico affinchè essa fosse pronta nuovamente ad assolvere al suo nuovo e antico ruolo di residenza rurale. Un compito che questa casa assolverà innanzitutto per noi e per tutti coloro che vorranno condividere le istanze di progresso della ruralità contemporanea.
Quando si inizia a parlare di progresso e contemporaneità rurale, bisogna sempre guardare a SUD, alle montagne interne e interiori, ai borghi, rarissimi ormai, di pescatori autentici, alle popolazioni indigene che abitano i cosidetti “paesi arretrati”, sono gli unici che ancora ci possono dare una mano ad immaginare un futuro che fondi le sue basi sulla sostenibilità e sul tentativo di armonia e risonanza tra noi e il mondo. Parole di Jairo Restrepo Rivera, un uomo che dedica la sua vita alla divulgazione dell’Agricoltura Organica, ovvero un agricoltura sana, capace di sfamare il mondo (rispondendo in maniera efficace ed efficiente alle esigenze di produzione) senza distruggerlo.
Restrepo Rivera, consulente a livello mondiale, è un uomo con i piedi e le mani sempre sporche di terra, e ancor più spesso di letame, lui stesso sostiene che tutti i principi dell’Agricoltura Organica siano sintetizzabili in questa frase: “Con agua y mierda no hay cosecha que se pierda!” (Con acqua e merda non c’è raccolto che si perda).
Jairo Restrepo Rivera a Caselle in Pittari in visita alla Biblioteca del Grano
Abbiamo conosciuto Jairo alla Tempa del Fico, nel cuore del Cilento Interiore tra Rofrano e Laurino, lo scorso giugno, dove ha tenuto 3 giorni di corso di Agricoltura Organica, teorico e soprattutto pratico. Un corso che non si può raccontare, tanta la forza, l’energia, la conoscenza trasmessa. Un momento di fondamentale importanza per il progresso della nuova ruralità contemporanea, che non ha caso si è svolto in Cilento e alla Tempa del Fico, la casa rurale di Angelo, Donatella e le loro stelle Annarita e Antonia Avagliano.
Se siete in viaggio, senza meta, verso una nuova consapevolezza, verso un nuovo impegno di vita, verso la fatica e la terra, una tappa fondamentale di questo viaggio dovrebbe essere la Tempa del Fico. Per me lo è stato, come lo è stato probabilmente per gran parte delle potenti energie che sono nate e si sviluppano oggi in Cilento. E pur essendoci oggi del Cilento diverse suggestioni e derive, diverse esperienze e visioni, dalla terra dei briganti alla costiera e ai paesaggi e luoghi comuni da film banalizzanti, esso resta il territorio interiore tra i più interessanti dal punto di vista naturalistico, antropologico e sociale dell’Italia meridionale e dell’intero mediterraneo. Un luogo dell’anima certamente, ma soprattutto un luogo del corpo, dove la fatica di chi resta è direttamente proporzionata al rimpianto di chi parte.
Per questo motivo dal Cilento può rinascere, ed è rinata, un’energia così intensamente spontanea che ha provocato quelle condizioni fertilissime in cui sono nate le storie del Palio del Grano e del CampdiGrano che si svolgeranno tra una settimana esatta a Caselle in Pittari, ad opera di un gruppo di giovani che ha scelto di restare a vivere nel proprio paese. Un gruppo capace di attivare un’intera comunità intorno ad un archetipo della loro terra destinato all’oblio: il grano, o meglio i grani,antichi e autoctoni: nascono così i progetti della Biblioteca del Grano e della Comunità del Cibo Slow Food Grano di Caselle.
Nasce così la #CUMPARETE, la spinta fortissima dal basso di aggregazione, cooperazione e collaborazione che prende spunto dall’antico istituto del cumparaggio. Nuovi cumpari che si uniscono e scambiano saperi e sapori, mani e cuori. La #cumparete, partendo dal primo cumpare, Angelo Avagliano della Tempa del Fico, non è istituzione nè struttura organizzata da statuti o iscrizioni. La #Cumparete è la rete dei cumpari contadini contemporanei che dal Cilento raggiunge qualunque campagna dove un contadino contemporaneo si riappropria della propria funzione di mediatore con la terra.
Così la #Cumparete lega le realtà cilentane già descritte a tante altre come quella della Cooperativa sociale Terra di Resilienza con sede a Morigerati; quella dei fagioli ecotipi autoctoni di Casalbuono recuperati grazie all’impegno di Rosa Barbato e la sua Luna Calante; l’esperienza unica e pericolasamente in pericolo dell’istituto Teodoro Gaza diretto dalla preside terraterra come ama definirsi Maria de Biase; più in là nel Vallo di Diano l’Asineria Equinotium di Ivan di Palma ad Atena Lucana, la policoltura pianesiana di Ivan Bruno a Sala Consilina, il lavoro straordinario di recupero di migliaia di antiche semenze del Cilento solto dal Prof. Nicola di Novella da Sassano e quello delle antiche cultivar da frutto di Mimmo Calicchio a Sala Consilina, per arrivare poi in puglia dove i ragazzi dello scorso Campdigrano hanno allargato la rete e hanno coinvolto la Masseria dei Monelli di Conversano, per citarne una fra tante di realtà pugliesi.
CAPITOLO 5 Il Ciuccio Nando
#Cumparete dunque è scambio reciproco e sostanziale, così arriviamo alla storia di Nando, il ciuccio Nando, che il compare Angelo Avagliano ha voluto donare alla nascente realtà rurale di Calvanico, la residenza rurale dell'Incartata. La storia del ciuccio Nando meriterebbe da solo un libro intero, per quanto breve ma intensissima: Nando è partito dalla Tempa del Fico lunedì 10 giugno aprendo una nuova pista della Ciucciopolita, da Pruno di Laurino ad Atena Lucana, dal cuore del parco nazionale del Cielnto alle terre del Vallo di Diano a confine con la Lucania. La Ciucciopolitana è un’infrastruttura materiale e immateriale di collegamento di territori e uomini, ideata e fortemente voluta da Angelo Avagliano, per collegare i monti del Cilento interiore al mare, e meglio ancora i due mari: dal Golfo di Policastro a quello di Salerno. Il ciuccio come mediatore e facilitatore di comunicazione con il paesaggio e la natura. Un viaggio lento e profondo. Un viaggio che ho avuto la fortuna di affrontare appunto con la Ciucciopolitana Cammi-Nando. Tre giorni per giungere da Pruno di Laurino a Sanza, da Sanza a Padula e poi da Padula a d Atena Lucana presso l’Asineria Equinotium insieme a Gennaro Fontanarosa, i compari casellesi di Inoutlab, Ivan di Palma e il supporto logistico e morale del caro Giovanni Galdieri di Duegisport.
Il viaggio con Nando ci ha insegnato tantissimo: innanzitutto la straordinaria sorpresa che ci ha riservato un giovane puledro di asini, di 16 mesi, che pascolava libero nella valle di Pruno con la madre fino a una settimana prima della Ciucciopolitana, che non aveva mai indossato una capezza tanto meno conosceva una fune, dopo solo una settimana di contatto con chi vi scrive, ha lasciato la valle percorrendo oltre 20 km al giorno per un totale di oltre 70 km in 3 giorni, camminando su strade, anche trafficate in alcuni tratti. Nando ci ha dimostrato quanto valga la pena ribadire con forza il ribaltamento che Angelo Avagliano ha fatto di un vecchio adagio popolare: ATTACA U PADRONE ADDO VOLE U CIUCCIO. Si è fermato un paio di volte per strada, impuntandosi e non volendo proseguire, e il motivo è molto semplice: perchè estramamente sensibile ai pericoli e alle disarmonie del territorio: Nando si è fermato in un punto dove apparantemente non vi era nessun pericolo, eppure poi abbiamo scoperto che dopo 500 metri era segnalata una frana lungo la strada; si è fermato all’imbocco della statale del Vallo di Diano, e poi abbiamo scoperto il rumore che aumentava data la presenza delle fabbriche nel Vallo; si è fermato ad osservare e annusare una busta di plastica, bianca, vuota, un’anomalia enorme per lei: quanta sensibilità in un piccolo ciuccio, quanto abbiamo da imparare!
Alla fine dei tre giorni, all’Asineria Equinotium, con l’aiuto dei potenti mezzi del caro amico Nino Galdieri abbiamo raggiunto la residenza rurale dell’Incartata a Calvanico. Il giorno seguente, giovedì 13, abbiamo compiuto l’ultimo atto della nostra ciucciopolitana: Un Ciuccio in Piazza del Sapere. Il prode Nando, portavoce delle istanze di rinnovamento e progresso rurale del Cilento e della #Cumparete è giunto nel cuore del Tempio della sapienza, il grande campus dell’Università di Salerno situato a Fisciano, a pochi km da Calvanico. Qui un gruppo di giovani curiosi, diversi professori, tra cui Pasquale Persico, Rino Mele e Alex Giordano che hanno avuto preziose parole per quest’occasione, e addirittura l’aspirante rettore Annibale Elia, hanno assistito ad una sana provocazione: laddove il simbolo per antonomasia dell’ignoranza torna ad essere il principale veicolo di comunicazione e di riscatto delle nuove forme progresso e innovazione sociale e tecnologica che non rinnega ciò che è stato e ciò che potrà essere a partire da questo.
Avendo lasciato incolto lo spazio di questo mio orto di parole, questo piccolo e intenso blog che cerco di far sopravvivere al vortice di cose e pensieri che mi toglie il tempo necessario alla scrittura, ho tentato di ripercorrere per capitoli e per sommi capi i 6 mesi di vuoto dall’ultimo post. Arrivo al presente di questi giorni, a pochissimi giorni dal nuovo Campdigrano e a meno di un mese dalla settimana del Catuozzo, ovvero i setti giorni durante i quali, come già lo scorso anno è stato, impareremo l’antica arte della Carbonaia guidati dalla sapienza e dalla storia di Zi peppe, vecchio maestro boscaiolo.
Glocal Solutions O' Catuozzo - Societing Summer School 2012 (di societingtv)
Provando a dare un nome al prossimo futuro, vi lascio alla prossima storia che si chiamerà RURAL HUB. Ma attendo che il tempo faccia il suo corso, e che la crescita avvenga lenta. Per sedimentazione.