"Più che rabbia direi che giorno per giorno accumulo un serio problema di riconoscimento; e non solo per il lavoro che faccio ma per il tipo di vita che molti di noi, eterogenei nuovi adulti, siamo costretti a condurre. Nessuna rabbia. Solo la netta sensazione di essere stata confinata in un fortino di resistenza apparente, dove tra libertà e concessione non esiste una reale differenza e si può invecchiare senza essere mai cresciuti. La libertà che ci è lasciata è un bene di lusso precario, condizionato.
Come una trave che ti pesa sul braccio e non ti uccide ma tiene il veleno che produci fermo e circoscritto. Repressione, pressione, compressione, schiacciamento perpetrati in maniera continuativa lungo un confine di tollerabilità talmente ambiguo da generare una rabbia disordinata, esautorata, maltratta e umiliata. Senza la dignità di un oggetto, né un terreno d'azione riconosciuto. Una rabbia che avvelena chi la nutre e che trasforma i rivoluzionari in eterni adolescenti disinnescati e disadattati, sempre costretti a dire grazie. O, se sono fortunati, eternamente arrabbiati. Senza riscatto. Solo rivolta, rifiuto, rischio e consunzione."
Dal capitolo "\'krəsh\" di Bambi Kramer - La Rabbia








