Évariste Galois
Parigi, ospedale Cochin, 31 maggio 1832. Non ha più tempo. Muore di peritonite alle dieci del mattino. All’alba del giorno prima un misterioso sfidante gli ha trapassato l’addome con la spada e lo ha lasciato in fin di vita sulla riva dello stagno della Glacière, che ha visto tutto ma non dice niente. La notte del 29, indovinando l’esito del duello, l’ha passata in bianco. Ha pregato che quel giorno l’alba si dimenticasse di alzarsi. Ha scritto al signor Chevalier la lettera più trafelata che si ricordi, cercando di riempire di tutto il suo sapere quei pochi fogli, in cui non sta. «C’è qualcosa da completare in questa dimostrazione», ha annotato febbrilmente qua e là. Gli manca il tempo per diventare un genio dell’algebra, che in arabo, per un capriccio delle lettere, vuol dire «riduzione delle ossa dislocate». Gli mancano quattro mesi per compiere ventun anni. Domani lo accompagnerà alla tomba quella povera madre che, forse per mancanza di tempo, lui obbligava a fargli da sguattera. Se n’è andato presto. È la prova che nel tempo abbiamo poco tempo.
E. Baroncelli, Mosche d'inverno. 271 morti in due o tre pose, Palermo, Sellerio, 2010