Oggi ti ho concesso un caffè in ufficio. Stanotte hai scritto. Ancora. Lo fai sempre. Sei minacciosa a volte. MI fai paura a volte. Anzi molto più spesso.
MI vuoi nella tua vita. MI racconti che hai comprato 1 quadro per la casa di Bari (ANCORA!!). Che organizzerai una cena con vernissage per appenderlo. Non cambi mai. MI racconti cose futili e quotidiane come se niente fosse. Mi vuoi nella tua vita. TU. A ME.
Io tiro fuori sempre i miei di bisogni ma tu dici che avevi una crisi psicotica, che ora sei sotto controllo. Minimizzi. E forse banalizzi. E forse sminuisci. Tipico del manipolatore. E anzi: io tengo duro, tengo il punto. Io piango dentro di un dolore immenso, x te per averti perso per sempre, ma fuori sono risoluto. E tu ti irrigidisci e diventi impercettibilmente violenta nei modi: lo capisco perchè ti trema la mano con la sigaretta e la nascondi subito con una espressione che dice “Mannaggia!! Cazzo!”. Vedermi fermo e risoluto ti manda fuori di testa, forse anche più del pensiero di non avermi più.
Aggiungi poi che io leggo Dr. Google, così da minare le mie certezze.
Io ti ho amato. Tanto. Ti ho dato tutto. Ma tu non hai fatto nulla di concreto per noi. Sei rimasta con tuo marito e hai inscenato un suicidio, per “farti male” (dici tu): ma se io te lo contesto e sostengo che, anche se fosse vero, quell’azione ha generato un’onda d’urto che mi ha investito, tu non reagisci. Ti ammutolisci. La mano trema e subito mi guardi con lo sguardo che possa suscitare pietà.
La cosa bella che mi dai ora è sta voglia di scrivere...