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— John Green, Cercando Alaska.
Cormar McCarthy, La strada
Dal web
Qualche tempo fa durante una collaborazione saltuaria a un certo blog, fui molto motivato ad iniziare una sezione denominata “Dal web“. La paura di far prendere qualche querela inutile al proprietario della pagina mi fece desistere. Perché, cari miei, lì fuori la realtà è veramente gravida di stupidità mista a terza elementare notturna (neanche serale). E quindi oggi nulla è cambiato, questo è lo…
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Gli innamorati, dal punto più alto della notte, lanciano sassi sulle brutture del mondo.
Luigi Mancini
Chissà perché preferisco i libri e i film alle persone con cui lavoro?
Questa settimana lavorativa è stata molto pesante. Ho dovuto gestire urgenze, chiedere informazioni, sollecitare risposte che non sarebbero altrimenti arrivate e ho dovuto tradurre alla velocità della luce le brochure più noiose del mondo.
Tutta normale amministrazione.
La straordinaria amministrazione è dover gestire presunti manager che per essere gentili e cortesi con una loro collega, le chiedono: “riesci a contare?” l’istinto è quello di rispondere: “sì, e se vuoi te lo dimostro contando ad alta voce i pugni che prenderai in faccia!” la ragione però mi ha consigliato di rispondere esclusivamente con “la risposta al tuo quesito è 18.” Oppure l’altro presunto manager (quello che pur essendo madrelingua italiano non sapeva che per negare, il ne deve essere accentato e che pretendeva che mandassi una comunicazione in cui si diceva “... ne bolléttati, ne spéditi ...” a detta sua la frase “se è una negazione il né va accentato” non era chiara) che mi chiama e mi dice di controllare il codice che ho scritto (uno su 20) perché da sistema è un codice svizzero. Grazie. Lo correggo, tuttavia, basta leggere sul listino e vedere che alla descrizione corrisponde un codice con due cifre invertite rispetto a quello del file spedito. Mi avesse detto:” ci sono due cifre invertite” mi avrebbe infastidito meno.
Poi bisogna gestire anche presunte manager che lasciano in giro raccoglitori a detta loro importantissimi, sulle scrivanie altrui. In questo caso, è stato sufficiente appoggiarglielo sulla scrivania.
Poi c’è lui. L’unico e solo. Quello che si crede così importante che ogni volta che c’è una riunione con i fornitori parla di casa sua e di suo figlio e del fatto che le coste tra l’Irlanda e la Gran Bretagna sembrano disegnare un dinosauro. Macchissenefrega? Ecco lui, oggi, presentandomi una studentessa universitaria che scriverà una tesi sull’azienda per cui lavoro partendo dall’internazionale fino al caso italiano, mi ha chiesto: “In cosa sei laureata?” rispondo: “mediazione linguistica” (il che significa che ho studiato traduzione e interpretariato di lingue straniere) e lui cosa aggiunge? aggiunge: “Internazionale?” No, ho studiato milanese-italiano, italiano-milanese! Secondo lui tutte le traduzioni che scrivo dall’inglese e dal tedesco mi vengono per illuminazione divina, perché la dea Atena entra nel mio corpo e nella mia psiche e mi usa come mezzo per scrivere.
Scuoto la testa.
Meno male che è venerdì, che mi posso togliere il reggiseno e le scarpe e che posso preparami una piadina e posso concentrarmi sulla bellezza del fine settimana che significa la mia sorellina, Noel e un sacco di amici al concerto di Noel!
Riflessioni
Il venerdì mi piace un sacco, perché una volta entrata in casa dopo una settimana infinita, posso togliere le scarpe ed il reggiseno, prepararmi una crepe e godermi la serata di pace che mi merito!
Dimentico i colleghi che sono convinti che il posto di lavoro sia Kingslanding e che ci sia una guerra d'astuzia. Sarebbe così tanto più semplice collaborare. Poveri stolti!
Dimentico le colleghe che fanno le oche e non si ricordano niente di niente.
Dimentico i casi in sospeso di privati che hanno problemi ad usare internet, la posta elettronica, il cellulare, il fax ecc...
Dimentico tutto il brutto e mi concentro sul bello che questo fine settimana significa La notte degli Oscar!
L'ambulatorio è meno morto di quel che pensavo
Ambulatorio. Un posto bianco, la versione miniaturizzata dell’ospedale. Forse un po’ più accogliente. Ci sono un sacco di persone che vengono in ambulatorio, tutte diverse. C’è la ragazza con i tacchi alti che messaggia sprofondata nella sedia, il signore dal viso rosso che scherza su come abbia cercato di sbarazzarsi di sua moglie ma quella, accenna un sorriso, non ne ha mai voluto sapere di andarsene. C’è il signore coi capelli grigi divisi in due da una riga perfetta, zitto zitto coi suoi occhiali quadrati e le lenti spesse come fondi di bottiglia, che tace e ascolta due signore che si rassicurano. - Io son sempre da sola: mi hanno regalato il cane…e mo’ parlo col cane. -, dice la signora dal maglione viole. Tossisce. - Ah, beh, non si preoccupi: io prima parlavo con i fiori. -, la rassicura una vecchia signora che dondola le pantofole. Indossa un giubbotto nero sul vestito invernale,le gambe fasciate da calze elastiche: ha un’espressione mite, paziente, il viso rotondo segnato dal tempo che con lei è stato dolce, le ha ricoperto la faccia di indizi della sua bellezza in gioventù. Ha i capelli striati di grigio, raccolti in uno chignon. Dice che dai fiori è poi passata al gatto, ma non ha mai smesso di conversare con le sue piante…la signora col maglione-viola tossisce più forte, si passa una mano sullo stomaco: - Oggi ce ne saranno delle belle.-, annuncia. Entra un padre con un fagottino rosa al seguito: porta la barba lunga, uno shalvar kameez marrone. Butta l’occhio nella sala: è piena. La bambina lo tira per una manica, le signore hanno attaccato bottone con la ragazza dai tacchi alti, parlano di puntualità maschile. La bimba si sbraccia verso la porta, punta i piedi, è tesa come un elastico, si spazientisce. Suo padre la segue fuori: bimba 1, adulto 0. Nel frattempo, il marito di Maglione Viola è sempre stato in ritardo. Pure all’appuntamento con la morte, secondo lei.
C’è una bambina dai tratti orientali: una testolina fumante di futuro sormontata da un codino che ballonzola a destra e a sinistra come si muove. Sarà qui per la bambina, penso spostando lo sguardo sulla faccia piena e perfettamente somigliante di una mamma. Io preferisco aspettare che correre dietro alle cose, interferisce Signora dei Fiori nel flusso dei miei pensieri. Ma forse è meglio essere come loro, sbuffa Tacchi Alti, pensate che il mio fidanzato mi dice sempre: ci son voluti nove mesi a farti nascere, che vuoi che sia un minuto di più? Proprio in quel momento la mamma della bambina si alza: la piccola scatta i piedi, due scarponi neri con le stringhe di un rosa eccentrico atterrano sul pavimento, la sua figura eretta che copre parzialmente la madre. Ma non del tutto: c’è una porzione d’azzurro cielo che rivela un maglione troppo corto per quei sette mesi di gravidanza. Rimango piacevolmente stupita. Nel frattempo Maglione Viola e Signora dei Fiori parlano di relazioni fallite, di figli mal sopportati, di matrimoni sfatti. Di gente con un caratteraccio, di persone che si vorrebbero sopprimere, un po’ per scherzo un po’ no, di scherzi non troppo scherzosi e di vetri rotti e anche corpi e cuori rotti. Di odio e amore che sembrano tanto diversi ma poi si incontrano, si abbracciano. Di errori condannati più e più volte. Di parole mai dette e rimaste sul cuore per sempre. Di marciume e di bellezza. Di vita. È il mio turno di entrare.