Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro e solo del futuro, di nient’altro ho qualche volta nostalgia ricordo adesso con spavento quando alle mie carezze smetterai di bagnarti, quando dal mio piacere sarai divisa e forse per bellezza d’essere tanto amata o per dolcezza d’avermi amato farai finta lo stesso di godere.
Le volte che è con furia che nel tuo ventre cerco la mia gioia è perché, amore, so che più di tanto non avrà tempo il tempo di scorrere equamente per noi due e che solo in un sogno o dalla corsa del tempo buttandomi giù prima posso fare che un giorno tu non voglia da un altro amore credere l’amore.
Un giorno o l’altro ti lascio, un giorno dopo l’altro ti lascio, anima mia. Per gelosia di vecchio, per paura di perderti – o perché avrò smesso di vivere, soltanto. Però sto fermo, intanto, come sta fermo un ramo su cui sta fermo un passero, m’incanto…
Non questa volta, non ancora. Quando ci scivoliamo dalle braccia è solo per cercare un altro abbraccio, quello del sonno, della calma – e c’è come fosse per sempre da pensare al riposo della spalla, da aver riguardo per I tuoi capelli.
Meglio che tu non sappia con che preghiere m’addormento, quali, parole borbottando nel quarto muto della gola per non farmi squartare un’altra volta dall’avido sonno indovino.
Il cuore che non dorme dice al cuore che dorme: Abbi paura. Ma io non sono il mio cuore, non ascolto né do la sorte, so bene che mancarti, non perderti, era l’ultima sventura.
Ti muovi nel sonno. Non girarti, non vedermi vicino e senza luce! Occhio per occhio, parola per parola, sto ripassando la parte della vita.
Penso se avrò il coraggio di tacere, sorridere, guardarti che mi guardi morire.
Solo questo domando: esserti sempre, per quanto tu mi sei cara, leggero.
Ti giri nel sonno, in un sogno, a poca luce.
- Giovanni Raboni













