Meritato riposo
In questa scuola hanno tutti una gran voglia di morire. Forse è la volontà di mettersi in gioco, di non rimanere al margine, essere impegnati per fare qualcosa. Ci pensai lasciandomi scivolare tra le coperte di uno dei letti dei dormitori per i maggiorenni, mi ero nascosta nella mia casa, nel cuore dei cuori, quel luogo un po' annodato, pieno di cianfrusaglie, che talvolta faticavo a sopportare.
La sala comune mi era insopportabile dal primo scontro con "L'appeso". I tarocchi erano sempre con me da quel giorno, mi illudevo di avere il controllo su chiunque ci fosse in mezzo a quella storia.. sì, come se tenere tra le mani gli arcani maggiori, fosse davvero risolutivo per la mia carriera. Sentivo le risate e le voci provenire da lontano, stavano ancora festeggiando la vittoria della coppa delle case, ed io ero nascosta, perché trovavo fosse meglio così. Distante dai miei amici, dagli studenti, ancora sofferente per averli condotti tra le fauci del lupo. Se come prefetto fossi stata più prudente, adesso non sarei qui. Tra i sensi di colpa ed il corpo pieno di lividi. Avrei dovuto studiare di più, imparare cosa fossero la pazienza ed il vero coraggio. L'ultimo anno in accademia, per me fu penoso e senza senso, non riuscivo a smuovermi, avevo perso il mio fuoco interiore, dalla mia bocca uscivano solo poche parole. Mi sentivo un fantasma, l'immagine sbiadita di me stessa, ero così stanca, spaventata. Quando durante la lezione di storia della magia, si parlò di "penny dreadful", mi fu subito chiaro di cosa mi sarei occupata. Scegliere di stare tra chi è già morto, tra le creature più incomprensibili e strane, quelle entità incredibili che babbani e maghi definiscono "mostri", non classificano, lasciano al margine. Avevo la necessità di stare al margine, nella mia solitudine. Correre nel buio mi era sempre stato di un qualche conforto, non ero avvezza alle ritualistiche da necromante, la mia era più curiosità. Erano due anni che non facevo che spostarmi da un posto abbandonato all'altro, una città infestata, una villetta babbana assaltata da chissà cosa, travestendomi da "acchiappa fantasmi", perché in questo lavoro potevo stare al margine tra il mondo magico e quello babbano, come avevo sempre fatto.
Poi la morte ti colpisce da vicino, senti il freddo delle sue mani che scivola tra i tuoi capelli, sul tuo collo. Mi venne come un presentimento la sera del fulmine, mi svegliai e decisi di tagliarmi i capelli, come se qualcosa potesse comparire tra le trame dei miei ricci. L'attenzione a cosa si muoveva attorno a me, non è calata mai, nemmeno quando sono tornata a scuola. Ma invece di sentirmi al sicuro, mi sentii subito più fragile che mai. Il sospetto che si insinua subito tra i tavoli, nel cuore delle case, e guardai i miei vecchi compagni, chi era stato capo scuola con me, come sperassi di trovarci il legame con "l'appeso" con quella brutta storia, visto che il trauma in genere lega. Ma erano più distanti che mai. Essere troppo vicina a qualcuno, lo ha messo in pericolo, ho rischiato che tutto crollasse, allora meglio rimanere un passo indietro, preferii il sospetto e l'odio alla vicinanza. "restate vigili, infuriatevi quanto volete, basta che questo posto diventi inespugnabile" pensai, vedendo come si erano chiuse le case su tutta la scuola, non appena venne messo in dubbio l'operato dei professori.
Una fitta alla spalla mi fece uscire un mezzo lamento. "La torre" era uno sbruffone, ma purtroppo per noi, ci aveva raccontato solo la verità. Durante lo scontro qualche incantesimo era rimbalzato oltre Jacopo, fino ai piedi degli studenti. Potevo lasciare che continuasse a finire qua e là? assolutamente no. Conoscevo solo un modo stupido per frenarlo. Stupido ma sensato. Gli incantesimi, quando troppo potenti, possono essere ostacolati, fatti rimbalzare, possono perdere d'intensità, ma rimangono comunque degli incantesimi offensivi. Io non sono mai stata brava a duellare, ma difendere il prossimo è un po' una caratteristica della mia linea di sangue. L'incanto era già rimbalzato una volta, significava che il potenziale offensivo si era comunque ridotto, e poi nessuno può tenere tanta concentrazione tanto a lungo. Il mio "protego" è durato quei secondi necessari prima che deviasse ancora, si parla di pochissimi istanti. La mia nonnina, durante l'infanzia, mi donò un ciondolo che non solo mi era d'aiuto con i miei sogni, con il mio "strano modo di percepire la realtà e il mondo onirico", ma era anche una delle poche cose che riuscivano a rafforzare il mio corpo esile. Era con me anche in quel momento. Bastò un movimento sicuro della bacchetta ed il mio incanto svanì. L'attacco stava per cambiare traiettoria ancora una volta, decisi che l'avrei incassato con eleganza e senza troppi danni.
Mi ero persa tra i miei pensieri, i dolori e le coperte. Continuavo a sentire freddo dopo eventi come questo, anche se l'estate era già bella che iniziata e la torre Grifondoro non era certo il posto più fresco del castello. Un po' mi mancava l'incoscienza che mi fece sfidare "L'appeso", o forse mi mancavano i momenti successivi, come la cena tra "le cariche della tempesta". Alcuni di noi si trascinarono dall'infermeria fino al parco, segretamente, per mangiare tutti insieme, riposare tra volti amici, ridere e scherzare, anche solo raccontarsi quegli eventi terribili da vari punti di vista. Mi aiutò a dormire serena per un po'. Quell'anno fu molto stancante. Avevo una caviglia fasciata e ancora le mani tremanti, ma trovai catartico quel momento. Ecco, mi mancava condividere le mie emozioni, quelle più sincere, come la paura, il dolore, ma anche la gioia di avere qualcuno accanto, di poterlo stringere a me, come facevo con la mia casa quando vincevamo al Quidditch. Può un auror riposarsi un secondo? fare un passo verso i vecchi amici e abbandonarsi a loro almeno per un po'? non per trascinarli a fondo, nemmeno per metterli in pericolo, ma per festeggiare il legame, superare e spezzare il dolore insieme.
Ero vicinissima all'addormentarmi, i vari incantesimi che avevo incassato facevano già meno male, anche la spalla. Qualcuno si mosse lungo le scale, sentii prima la porta cigolare, un rumore sottile ma poco in linea con le risate e i festeggiamenti. Passi, passi umani, lievi e un po' esausti. Niente che non avessi già visto, a quanti "post ballo del ceppo" mi è toccato dormire con altre persone o mi sono intrufolata nei dormitori delle altre case (meglio non dirlo mai alla preside) Ma in quelle circostanze era diverso, ovviamente un'altra creatura che come me cercava un po' di riposo ed isolamento, nel posto più insospettabile di tutti. I disordinatissimi dormitori Grifondoro erano adatti per chi voleva sparire sotto pile di panni o essere dato per disperso. Sentii il peso di qualcuno alle mie spalle, pensavo di far paura anche da addormentata, dopotutto mi era stato rivelato che nessuno mi aveva invitata al ballo proprio per questo timore reverenziale (ah, per una volta che non ero legata a nessuno). Forse non mi aveva nemmeno notato, sapevo come rendermi invisibile. In altri momenti della vita, lo avrei trovato strano, allarmante, sarei scattata in piedi, una parte di me stava rimpiangendo fortissimo i momenti passati appiccicata agli altri su qualche letto o divano. Quando volevo leggermi i miei fumetti babbani o le carte astrali di altri, ma qualcuno mi si buttava sempre accanto, trascinandosi dietro altri. Era solo, o sola, chiunque fosse amai la sua discrezione. "lasciami dormire, non chiedermi niente, oggi voglio tornare studentessa per queste poche ore" pensai.















