MO' VENE NATALE IL QUARTIERE DI PORTA CAPUANA LE MEMORIE NERE DI CASTEL CAPUANO Itinerario XIII da San Biagio dei Librai a Porta Capuana
Siamo quasi alla fine dei nostri "itinerari storici "da San Biagio dei Librai a Porta Capuana". Le nostre passeggiate si concluderanno domani, 31 dicembre, con la storia della bella chiesa di Santa Caterino a Formiello. Abbiamo chiesto al nostro collaboratore Nunziante Rusciano di concludere con due suoi articoli questi nostri excursus storici, raccontandoci oggi, la storia del quartiere di Porta Capuana e concludendo domani, con un lungo e interessante articolo sulla chiesa di Santa Caterina a Formiello, luoghi a cui egli è particolarmente legato, da affetti familiari e da molti ricordi giovanili. Non solo storia, ma leggende, misteri e miti di un quartiere che da sempre è stato il centro cultural-politik della nostra Napoli. Buona lettura
La più famosa delle porte napoletane è certamente Porta Capuana, che prende il nome dalla via che conduceva a Capua. ancora in perfetto stato di conservazione, a differenza dell’affresco di Mattia Preti, commissionato come gli altri nel 1656 un gigantesco ex voto per la fine della peste. Preti si occupò di affrescare, in una nicchia di Porta Capuana, l’affresco raffigurante: “San Michele Arcangelo, San Gennaro e Agnello Rocco in procinto di pregare la Vergine Maria per scacciare la peste”. Oggi l’affresco è andato perduto , l’unico che si conserva discretamente è quello di Porta San Gennaro.
Nel ventre di Porta Capuana si cela il mistero dell’antico fiume Sebeto e quanta storia vi è da raccontare tra il Tribunale della Vicaria e Piazza De Nicola. Lì dove scorre l’acqua, dove i greci scavarono la Bolla, dove il Carmignano inserì i canali del nuovo acquedotto seicentesco, accanto a Porta Capuana, forse scorre ancora, sepolto dalla città moderna, antico fiume Sebeto. Oggi in un’antica struttura di archeologia industriale sorge la sede dell'Associazione “lanificio 25”, la quale si propone un recupero dal degrado di luoghi sacri per la storia della città. In un cortile adiacente gli spazi dove da anni si fanno spettacoli ed incontri culturali. Adiacente allo spazio culturale, scendendo delle scale, si accede ad un ipogeo, sotto l'umido terreno, pare sentire lo scorrere dell'acqua dell'antico fiume Sebeto, il fiume cantato dai poeti romani e dai letterati umanisti, o probabilmente è uno dei mille canali non censiti dell’acquedotto greco a portare l’acqua sotto il lanificio: sotto tutta quest’area c'è ancora molto da recuperare, si è iniziato con Porta Capuana e la bellissima chiesa di Santa Caterina a Formiello, il tribunale della Vicaria, e Piazza Enrico De Nicola – recuperata e ammodernata – c’è un invaso antico, scavi da approfondire, l'area è stata per anni occupata da lavori che hanno rimesso in sesto e adibiti a un rinnovato uso comune. La grande bellezza (ancora non valorizzata e trascurata) di via San Giovanni a Carbonara, con la chiesa omonima, fra le più importanti e colma di tesori della città, la chiesa di Santa Caterina con l’edicola di San Gennaro disegnata dall’architetto Ferdinando Sanfelice e la fontana detta del Formiello sono un obiettivo di grande interesse turistico e culturale. Intanto, veniamo alla lapide che testimonia la presenza dell’acqua pubblica (ricordo ai miei due-tre lettori, che ne ho già parlato in questa pagina negli itinerari delle fontane di Napoli), la bellissima, semplice, elegante, fontana del Formiello:
«Philippo regnante siste viator acquas fontis venerare Philippo Sebethus regiquas rigat amne parens hic chorus aonidum Parnassi haec fluminis unda has tibi Melpomene fonte ministrt acquas Parthenope regis tanti crateris ad oras gesta canit regemfluminis aura refert. MdlXXXIII»
«Regna Filippo. Fermati o viandante a venerare re Filippo, presso le acque di questa fonte, che il padre Sebeto alimenta con la sua corrente. Quegli è il coro delle aonidi, questa è l’acqua del fiume Parnasso. Melpomene stessa ti elargisce da un fonte le sue linfe, Partenope celebra presso le sponde della vasca le imprese di sì grande sovrano ed il mormorio delle onde loda il nostro re. anno di grazia 1583».
Questa elegante fontana porta, come la piazza e la chiesa, la dicitura del Formiello, ovvero «ad formis», ai canali, è ben più antica della lapide che oggi ricordiamo: ve n’è traccia nei documenti trecenteschi – e forse c’era già assai prima – ma prende ufficialmente il suo nome nel 1458, quando re Ferrante d’Aragona decide l’ampliamento delle mura della città. All'inizio fu un semplice abbeveratoio per cavalli: il punto di uscita dell’acqua, incanalata dall’acquedotto, non era l’attuale, questa lapide testimonia dunque lo spostamento della fontana stessa dieci anni prima, nel 1573, quando viene commissionata la sua veste marmorea (travertino e marmo di carrara) a tali Maestro Joseppe e Michel de guido, incaricati dal Tribunale delle acque. Le parole di pietra incise sulla lapide furono volute dal vicerè d’Ossuna, ovvero Pedro Tellez de Giròn, a seguito di un restauro per il terremoto del 1582. Quando, un secolo dopo circa, si volle inserire in questa fontana una statua del re Filippo IV di Spagna, ai napoletani l’idea non piacque, come già non piaceva il viceregno – continue rivolte. dal 1501 fino a Masaniello lo testimoniano – e si dovette rinunciare. ne resta il basamento, a corredo degli stemmi reali, delle quattro stagioni e delle teste leonine che ornano il monumento. Per questo la fontana appare alta e nuda, decorata ma priva di un personaggio in vista, così che solo l’acqua, oggi, è padrona del campo. Qui la storia è passata lasciando profondi segni, non solo le feroci giostre che disgustavano Petrarca in visita a San Giovanni a Carbonara, ma anche gli allievi di Giotto e lo stesso maestro, i grandi pittori del Seicento, che decorarono Santa Caterina a Formiello, i Martiri d’Otranto (di cui parleremo nell'ultimo itinerario di domani), i famosi quattrocento (ma i resti dei martiri sono di duecentoquaranta corpi) aggrediti dai saraceni che il re di Napoli arrivò tardi a soccorrere, ogni anno rievocati nella favolosa cattedrale di Otranto, e che sono qui sepolti, a compenso di una grave mancanza. E qui sono ancora vive e palpitanti le storie delle due sante, Caterina d’Alessandria e Caterina da Siena, che intrecciano i loro nomi e la devozione nella chiesa che fu affidata prima ai padri Celestini e poi ad altri ordini. La Caterina d’Oriente e quella d’Occidente, arrivata seconda ma integrata, conservano la devozione secolare che avvolge la grande "insula sacra" prossima agli abbeveratoi, alle acque, alle porte della città, insomma a tutte le soglie, da sempre luogo mistico e iniziatico. I palazzi, gli scorci di tempi diversi e strati che dal “lanificio 25” si osservano, recentissimi, horribilis e troppo modernisti, frutto di archeologia industriale o antichi e antichissimi, elementi di archeologia vera e propria. Da secoli a Napoli, coesistono "i tempi" e le pietre, come le persone, ne sono viva e non immobile testimonianza.
A breve distanza da Porta Capuana sorge Castel Capuano, il più antico maniero napoletano voluto da Guglielmo I, figlio di Ruggero il Normanno e completato nel 1154. All’inizio fu una reggia fortificata, in seguito, con l’avvento degli Svevi, Federico II incaricò Giovanni Pisano di trasformarlo in una sfarzosa dimora. Durante il periodo Angioino, i reali alloggiavano nel Maschio angioino, mentre a Castel Capuano venivano ospitati personaggi illustri come Francesco Petrarca o si svolgevano lussuosi ricevimenti, come in occasione del matrimonio di Carlo Durazzo.
Ripetutamente ristrutturato, Pedro di Toledo lo destinò ad accogliere tutte le corti di giustizia sparse per la città, funzione che ha conservato fino a pochi anni fa, mentre i sotterranei furono destinati a carcere.Al primo piano vi era la corte d’appello e ad ancora oggi la bella camera della Sommaria con sei splendidi dipinti di Pedro de Ruviales, studiati e pubblicati da Ferdinando Bologna. La memoria di tanta attività forense è racchiusa nel salone dei busti, uno degli spazi più prestigiosi e mirabili di Castel Capuano, e rappresenta un vero e proprio museo della scultura partenopea della seconda metà dell’ottocento e del primo novecento con opere di artisti famosi come Francesco Jerace e Filippo Cifariello. Un vero e gioiello e restituito alla nostra comunità per visite guidate ai molteplici aspetti artistici ed architettonici, è stato così rinsaldato il legame tra un monumento straordinario e la città.
(Lo spazio è tiranno e, per le immagini del restaurato edificio vi rimando a https://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g187785... Naples_Province_of_Naples_Campania.html#photos;aggregationId=101&albumid=101&filter=7)
LE MEMORIE NERE DI CASTEL CAPUANO: DUM LUCEM HABETIS: “MENTRE AVETE LUCE”
Un'antica leggenda racconta che ogni 19 aprile, nei corridoi del vecchio tribunale di Castel Capuano, si odano lamenti, strepiti e urla. La fantasia popolare ha attribuito da tempo un volto e un nome all'anima dannata che si aggirerebbe tra le ombre dell'antico maniero. È Giuditta Guastamacchia, la sposa fedifraga che nell'aprile del 1800 fu processata e giustiziata dalla Gran Corte della Vicaria per aver assassinato il giovanissimo marito e fatto scempio del suo cadavere, con la complicità del suo amante (un prete!) e di suo padre. Il cranio di Giuditta, descritta dalle cronache dell'epoca come una donna bellissima e malvagia, è uno dei reperti anatomici conservati nel complesso di Santa Patrizia, in via Armanni, dove si trova il Museo di Anatomia Umana fondato nel 1819. Un piccolo scrigno scientifico e culturale poco conosciuto dai napoletani, eppure ricco di preziose testimonianze del passato - secoli di ricerca scientifica sul corpo umano - ricostruite grazie ai reperti donati dai più famosi anatomisti del mondo. Un «luogo della memoria», dunque, tornato alla luce nel 1997 dopo lunghi anni di oblio.
La discesa negli inferi di Giuditta comincia alla fine del 700, quando giovanissima, con un figlio piccolo da accudire, si ritrova sola e povera in canna dopo la morte di suo marito, giustiziato per aver frodato il Regno. Dopo un breve periodo trascorso nel convento di Sant'Antonio alla Vicaria, Giuditta intreccia una relazione con un sacerdote, don Stefano D'Aniello, che per salvare le apparenze spaccerà come zio. Ed è proprio lo «zio» prete, allo scopo di allontanare i sospetti, a far venire a Napoli dalla Puglia un suo giovane nipote di appena 16 anni, convincendolo (o costringendolo) a sposare la vedova. La situazione precipita quando il ragazzo, scoprendo di essere stato truffato, decide di rendere nota la tresca di sua moglie con il religioso, facendo scoppiare lo scandalo. Giuditta elabora così il piano criminale. Fa credere al padre di essere stata malmenata e derubata dal marito, poi coinvolge l'amante-prete nel complotto, convincendolo a partecipare al delitto. Con uno stratagemma, il giovane e sventurato marito di Giuditta viene attirato in casa della donna e strangolato. Poi l'assassina decide di sbarazzarsi del cadavere facendolo a pezzi, con l'aiuto di due complici, un barbiere e un chirurgo. Il povero ragazzo viene così maciullato e i suoi resti infilati in un sacco, per essere dispersi nel bosco, in campagna e a mare. «Pensarono che ammazzandolo in casa, sfigurandolo, e facendolo in pezzi si sarebbe potuto occultare il delitto, ed attribuirsi ai soliti rei di Stato, per cui avevano anche pensato di attaccare su qualche pezzo del cadavere un cartello che ciò indicasse» (Carlo De Nicola, Diario napoletano, aprile 1800).
Il piano fallisce perché uno dei complici di Giuditta, il barbiere, si fa beccare dalle guardie reali mentre cerca di disfarsi del macabro bottino. E, dopo un lungo interrogatorio - sapete come sono loquaci i barbieri - parla, parla, parla, e confessa tutto facendo i nomi dei suoi complici. Giuditta Guastamacchia prova a fuggire, ma la fuga sua termina a Capodichino. Il tribunale della Vicaria condanna tutti a morte per impiccagione, tranne lo zio prete, che se la cava con l'ergastolo per non aver partecipato materialmente all'omicidio del nipote. Per Giuditta, invece, c'è un surplus d'orrore. Dopo l'impiccagione, testa e mani le furono amputate e messe in mostra - quale monito al popolino - a una delle finestre della Vicaria. La sua anima nera, da allora, non trovò mai pace; e una vecchia leggenda di Castel Capuano narra che ogni anno, nell'anniversario del suo supplizio, lo spettro di Giuditta ricompaia nelle buie sale dell'antico maniero.
Fin qui la storia di Giuditta Guastamacchia, sposa maledetta, il cui ricordo rivive non solo nelle antiche leggende di Castel Capuano ma anche in quel luogo incredibile che è il museo anatomico di Napoli, un autentico pozzo di San Patrizio per gli studiosi di fisiognomica criminale, uno dei primi tre al mondo per numero e qualità delle collezioni. Il museo, oltre a tantissimi testi antichi, conserva 560 crani dal I secolo a. C. all'800 (alcuni provenienti dagli scavi di Pompei, Ercolano, Pontecagnano), cere anatomiche risalenti all'epoca di Carlo di Borbone, mostruosità fetali conservate in formalina e alcool, 417 preparati tra cui scheletri essiccati. Per secoli Napoli è stata all'avanguardia non solo negli studi di medicina (e basta visitare il museo e la farmacia storica degli Incurabili per rendersene conto) ma anche in quelli di anatomia. È un primato di cui dobbiamo essere fieri.
Il museo anatomico è un luogo di fondamentale importanza scientifica, storica e anche artistica, fortemente voluto dal Museo Universitario delle Scienze e delle Arti (Musa) e dal rettore della Sun Giuseppe Paolisso. Tra i reperti più impressionanti vi è un feto calcificato mai partorito, rimasto nel corpo della madre per ventotto anni e lungo una decine di centimetri, che fu scoperto, come confermano alcuni testi scientifici del 1658, solo quando la donna morì (vedi anche Napoli insolita e segreta, di Valerio Ceva Grimaldi e Maria Franchini). I teschi di Giuditta Guastamacchia e di altri giustiziati celebri della Vicaria contengono ancora i segni degli studi antropologico-criminali effettuati dai professori Giambattista Miraglia e Gennaro Barbarisi, che vi indicarono le aree cerebrali secondo uno schema di tipo lombrosiano. Tra gli altri reperti, alcuni bisturi di epoca romana e le famose «calcinazioni» effettuate dallo studioso Giuseppe Albini, che durante un'epidemia nel 1880 fu invitato dal ministro dell'Interno a trovare un'alternativa al rischioso seppellimento e alla cremazione dei cadaveri. Nel museo sono esposte due teche in vetro e ottone contenenti una il corpo essiccato di un neonato e la seconda il busto di una giovane donna, entrambi ottenuti attraverso questa tecnica. E altre «mostruosità fetali» per un totale di 153 esemplari conservati in formalina o in alcol. Tra i «pezzi» conservati al museo anatomico spiccano quelli di Efisio Marini, misteriosa e poliedrica figura di scienziato, l'uomo dei Cadaveri Immortali.
Le ricerche nel campo della conservazione dei cadaveri e delle parti anatomiche valsero allo scienziato Efisio Marini (Cagliari 1835 - Napoli 1900) l'inquietante soprannome di Pietrificatore. Marini, studioso di medicina e storia naturale, elaborò un metodo del tutto originale di mummificazione che permette di pietrificare i cadaveri senza effettuare tagli o iniezioni sugli stessi, ma anzi conservando il colore e la consistenza originali dei corpi. Cominciò operando su un braccio umano, poi a mano a mano estese i suoi esperimenti all'intero corpo. Marini morì a Napoli l'11 settembre del 1900, portando nella tomba il segreto del suo metodo di imbalsamazione. Fino all'ultimo fu circondato da un alone sinistro creatosi intorno a lui grazie anche alla propria dimora, disseminata di reliquie anatomiche di persone e animali. Dilapidò tutti i suoi averi nelle ricerche e fu ossessionato dalla paura che il proprio segreto gli venisse rubato. Tra le opere di Marini conservate nel museo anatomico c'è anche un lugubre tavolino ottenuto con sangue, cervello, bile e altre parti di corpo umano, pietrificate, sormontate dalla mano di una ragazza, pietrificata anch'essa.















