01/07 - 17:57
Il punto è che sono ossessionata dalle tradizioni sceme che sanno di baci della buonanotte e latte per cena, dalle routine familiari che sanno di forno sempre caldo e passeggiate in un parco, dalle abitudini che sanno di mele cotte e pomodori miracolosamente nati su un balcone, da quei piccoli e apparentemente insignificanti gesti che sanno d’amore e restano vividi nel cuore e nella testa anche quando dimentichi tutto il resto, che sanno di case incasinate sempre piene di persone e risate e pomeriggi silenziosi trascorsi a capare fagiolini.
E ne sono ossessionata perché ne ho avute, almeno mille, e le porto dentro con gelosia, nostalgia, amore. Ma ho visto, e ho vissuto accanto a chi, invece, non ne ha avute. E l’ho sentito, ad ogni racconto, come uno strappo in mezzo al petto, quanto fa male, anche da grandi, non averne vissute. E per questo ne voglio ancora, rivoglio le stesse con un altro nome, perché il precedente non possono più averlo, con altre risate, perché le precedenti non sono più disponibili, ne voglio di nuove, ne voglio per i miei figli, se mai ne avrò.
E oggi ti pensavo intensamente, e pensavo alla mia tradizione preferita con te. Che non ha mai avuto un giorno da calendario, ma c’era quando il cuore ne aveva bisogno o quando la tua testa decideva che era arrivato il momento. E oggi, il mio cuore, ne aveva bisogno. La mia testa ha deciso che era arrivato il momento.
Quindi sono uscita e sono andata a comprare ciò che mi serviva in un impeto assolutamente emotivo e impulsivo.
Ma una volta a casa sono rimasta un’ora a fissare la nuova spianatora, che non è la tua. Sono rimasta un’ora a fissarmi le mani, che non sono le tue, non sono con le tue. Sono rimasta un’ora a fissare gli ingredienti su un tavolo che non è quello di casa tua.
Sono rimasta un’ora a pensare che non ce l’avrei fatta. Che avrei solo dovuto rinunciare e fare qualcosa più alla portata delle mie mani sole, senza di te.
Ma poi ti ho sentita. Ti ho sentita ridere mentre aprivo le buste della spesa, perché la noce moscata l’ho comprata già macinata. Ti ho sentita alzare le spalle e lanciare uno sguardo ironico al cielo, quando mi sono accorta di non avere l’imperia e di dover quindi stendere a mano. Ti ho sentita tenermi stretta, quando ho tirato fuori il tuo sinale e me lo sono stretta addosso come fosse un abbraccio da non lasciare. Ti ho sentita rimproverarmi, mentre dimenticavo di infarinare i vassoi. Ti ho sentita percularmi mentre mi lamentavo dell’infinità dei QB che mi hai lasciato e che non capirò mai.
Ti ho sentita e ho sentito che eri lì. Che sei qui. Sempre.
Non come una presenza fantasmica, sono rimasta comunque cinica alla vita. Sei qui ogni giorno come un sassolino colorato che si sposta tra gli organi interni e tra le parti del mio corpo. Che ogni tanto dà fastidio, fa male, nelle scarpe, in mezzo ai polmoni, tra i denti, perché ci sei ma non riesco a trovarti, non posso toccarti. Ma oggi mi hai acceso il cuore, e ti ho trovata, e ti ho toccata, e ti ho abbracciata.
Ti amo e non te l’ho mai detto abbastanza forte. Mi manchi come nessun altro. E oggi ti dedico allora la mia nuova tradizione con me stessa, nella speranza di non aver fatto troppe cazzate.
#hatemesuavely.











