Quando l'arte sfida i pregiudizi: intervista a Rosalba Castelli
di Stefano d’Alessandro
E' ancora possibile oggi servirsi dell'arte come canale per veicolare messaggi importanti? E' possibile che si tenti, coi linguaggi della creatività, di attuare una sorta di resistenza culturale contro le ingiustizie della società? Abbiamo incontrato una giovane artista per cui tutto questo è ancora possibile. Qualche mese fa, a luglio, Rosalba Castelli è stata a Bologna per presentare il suo ambizioso progetto dal titolo “Famiglie, mettiamoci la faccia”: una serie di fotografie in bianco e nero di soggetti anonimi, privi d'identità, che solo nel dipinto si mostrano senza maschera, per ciò che sono veramente: una famiglia. E ce ne sono di tutti i tipi: perché quando parliamo di temi universali come la famiglia, quello della diversità non è altro che uno stereotipo da abbattere.
Le opere di Rosalba hanno un coraggio che oggi è raro: quello di non essere affatto autoreferenziali, ma di fungere da ponte per chi le osserva, trascinandolo nelle storie dei personaggi immortalati. Ognuno dei suoi splendidi quadri a gessetto, in cui i lineamenti dei soggetti sono tracciati con un’attenzione simile a quella che una madre riverserebbe su un figlio, non si limita infatti ad essere parte di un racconto corale, ma trova anche la sua peculiarissima raison d'être all'interno della sua capacità intrinseca di spalancarci le porte su vite di persone un attimo prima a noi estranee. E' questo il gioco di complicità che si instaura fra l'artista e i suoi modelli, e che travisa dai loro sguardi: essi trovano il coraggio di lasciare uno spiraglio aperto sulla loro intimità, spiraglio in cui le mani di Rosalba si insinuano, non con invadenza, ma con la grazia e il rispetto che forse può contraddistinguere solo un'artista donna. E, una volta avvicinatasi fino a raggiungere un certo grado di confidenza, modella le loro storie con le dita, con uno scopo ben chiaro: dimostrarci come la linea che separa noi e loro sia talmente effimera, da poter essere sfumata via in qualsiasi istante, proprio come le sue dita sfumano i volti tracciati a gessetto dei suoi soggetti.
Partendo da Torino, l'avventura delle famiglie è approdata prima a Roma, e infine a Bologna. La mostra non circola soltanto per il puro piacere di osservare la grazia e la leggerezza del disegno di Rosalba, ma soprattutto per l'importante messaggio che vuole veicolare: fin quando ci sarà l'arte al nostro fianco, avremo un valido alleato nella lotta per i nostri diritti, e per un mondo migliore.
1. Il progetto "Famiglie: mettiamoci la faccia", che finora è stato protagonista in tre tappe (Torino, Bologna e Roma), è interessante in quanto ha un doppio animo: da un lato la valenza artistica per eccellenza, dall'altro la componente sociale del progetto, sia per l'argomento che per la volontà di immedesimare il pubblico. Questo pensando alla storia dell'arte mi ha fatto venire in mente alla dicotomia tra l'arte degli anni '60 e '70, così attenta alle dinamiche sociali dell'epoca, e quella dei decenni successivi che invece sembra aver perso questa attenzione verso l'esterno, pur con ovviamente le dovute eccezioni. La domanda che volevo porti è che cosa ti spinge a mettere la tua arte a servizio di un tema così importante? Credi che un artista oggi possa fare la differenza in un'epoca che spesso è criticata proprio per la mancanza di ideali?
Tutto questo nasce, e devo mio malgrado ammetterlo, da una forte rabbia. Avevo letto di una notizia accaduta a Torino, legata alla politica della mia città, mentre tornavo dalla Via Francigena. Non era un'esperienza nuova per me; spesso e volentieri anche i miei progetti artistici nascono dal fatto che mi metto in cammino, magari scopro su che cosa ho bisogno di lavorare; ero dunque molto ben predisposta nei confronti del mondo. Ma in quel caso, tornando da quel cammino, un messaggio sul cellulare porta alla mia attenzione una notizia negativa: una neoletta consigliera dell'opposizione del comune di Torino aveva avanzato un'interpellanza contro la decisione di rinominare l'assessorato alla famiglia al plurale, come atto di apertura nei confronti di tutte le tipologie di famiglie. L'interpellanza in questione titolava “Famiglia o famiglie?” La questione non è chiara, e si riferiva al fatto che quelle di cui parlava l'assessore non sono famiglie ma formazioni sociali specifiche, come detta il decreto legge Cirinnà. Eravamo tutti a conoscenza della dicitura utilizzata nel decreto pur di far passare la legge, in quanto la parola famiglie non era gradita in Parlamento; il termine è nato per chiamare qualcosa che non potevano dire con lo stesso termine utilizzato per rappresentare quello che, nell'immaginario comune, è la famiglia tradizionale, e subito esso è stato adottato da chi voleva perpetrare un determinato tipo di pensiero.
La parola famiglia è una parola molto importante, è un concetto per cui posso lottare anche fino alla morte e, anche soltanto a livello verbale, è un termine rotondo; formazione sociale specifica al contrario un termine freddo, spersonalizzante... quasi offensivo. Così da questa interpellanza comincia a nascere in me una forte rabbia, scaturita anche da un senso di impotenza nei confronti di chi, trovandosi su un palcoscenico molto alto, quello della politica, può permettersi di parlare a moltissime persone perpetrando argomenti discriminatori nei confronti di chi, da sempre, lotta per una parificazione dei diritti civili. Ma durante quel sofferto ritorno in treno mi sono detta che, in realtà, un palcoscenico dal quale parlare ce l'avevo anche io, perché, per mia fortuna, ho una risorsa che posso utilizzare, che è la mia arte. Da qui è nata la mia idea di reagire; non ti saprei dire se la risposta sia stata di pari livello, ma in questo ultimo anno ho sollevato un bel polverone, forse anche più di quella singola interpellanza.
Ho deciso che avrei chiesto a quante più famiglie possibile, compatibilmente con la mia possibilità di ritrarle e col fatto che fossero un campione sufficientemente rappresentativo delle varie possibili forme di famiglia, di metterci la loro faccia e aiutarmi a mostrare ciò che effettivamente è questa formazione sociale specifica: fino quando hai a che fare con dei numeri è un conto, ma nel momento in cui ci mettiamo di fronte ai volti delle persone, alle persone vere, e le vediamo rappresentate, allora risulta più difficile argomentare in senso discriminatorio.
Da qui il titolo del progetto, che è rimasto lunghissimo e che non ho voluto modificare, Famiglie: mettiamoci la faccia!; sono andata in uno di quei festival che c'erano in quei giorni d'estate a Torino e ho chiesto alle prime famiglie di posare in due fotografie, una a volto scoperto in cui si definivano famiglia, l'altra che li definiva "formazione sociale specifica”, a volto coperto nascosti dalla maschera bianca, metafora e sinonimo di annientamento dell'identità e non considerazione della specificità, della bellezza, della singolarità dell'individuo, e di un gruppo di individui che uniti, insieme, fanno famiglia.
Le fotografie mi servivano per fare dei ritratti in quanto, essendo una pittrice, sentivo il bisogno di utilizzare un linguaggio a me più congeniale; inoltre volevo che il mio lavoro richiedesse del tempo, perché lo scatto fotografico viene realizzato velocemente, così come velocemente viene definita una persona in un modo in cui essa non è e non crede di essere, mentre invece la realizzazione di un dipinto richiede tantissima cura, è una pratica che richiede tanto tempo, ed è un po' una metafora, per me, del tempo che impiegano le persone a creare una famiglia. Le sessioni fotografiche sono state portate avanti fino a marzo perché avevo bisogno di avere il numero di famiglie desiderato. Gli scatti sono di Letizia Ponzio, di Maura Sabatini e, in buona parte, li ho fatti io stessa... In tutte queste foto io vedo molta bellezza, e credo di averla rappresentata nei ritratti.
Poi, a partire dal 9 marzo, ho iniziato a esporre, a presentare il mio lavoro al pubblico, a confrontarmi con la gente. Sono stata ferma pochissimo, in quanto è diventato un discorso complesso: non solo l'inaugurazione, ma le interviste, la performance, le associazioni con cui ho collaborato... Tutto difficile da realizzare, anche a livello logistico, e il progetto è diventato collettivo, grazie a tutti gli amici che mi hanno aiutata in vari modi e soprattutto grazie alla mia compagna. Attorno al progetto si sono creati dei gruppi spontanei che non avrei potuto prevedere, e penso che sia accaduto perché c'é tanta passione dietro, e ciò mette in moto energie molto belle, molto positive.
Per quanto riguarda l'obbligo morale di un artista di impegnarsi, posso dirti che siamo esseri umani, e ognuno di noi agisce sulla base di ciò che crede. Ho letto recentemente un articolo nel quale si denunciavano provocazioni omofobe ricevute da una coppia di ragazze sulla riviera romagnola. Una di queste è la presidente dell’Arcigay di Ferrara, l’ho contattata dimostrandole tutta la mia stima per aver reagito e denunciato l’accaduto; lei mi ha confessato di essere stanca di tacere, e che se, con il suo attivismo, riuscisse a modificare il modo di pensare di una sola persona, si riterrebbe già soddisfatta. Io invece sono più ambiziosa, e col mio progetto vorrei modificare il modo di pensare di almeno... 12 persone! Inoltre mi ha chiesto di portare la mostra anche a Ferrara, e io ho accettato entusiasta. Non credo che il fatto di assumersi una responsabilità nel sociale debba essere obbligatorio per tutti gli artisti, altrimenti ci ridurremmo tutti a fare arte sociale; ritengo però che l'arte possa essere un mezzo importantissimo in un'epoca come questa in cui è tanto semplice fare confusione, perché le informazioni arrivano da tanti luoghi, molto velocemente, in modo molto poco approfondito, e pilotano il pensiero e il sentire comune. Se l'artista, pur partendo dal suo personalissimo sentire, può trattare un tema importante e tenta di sopperire a un gap formativo della società, perché non farlo? Questo dovremmo intendere con il termine di formazione sociale specifica: fare formazione sociale in modo specifico!
2. Sempre a proposito di questo aspetto sociale mi viene in mente in particolare la pratica di mostrare le opere al pubblico e chiedere loro quale è famiglia. Questa tua azione mi ha ricordato una pratica in uso nella ricerca sociologica ufficiale, che è quella della fotointervista. Come è stata la tua esperienza di "ricercatrice sui generis", cosa hai capito dalla tua esperienza e quali risultati interessanti hai raccolto?
L'intervista è nata all'inizio come escamotage per far soffermare le persone sui quadri, e anche per avere un riscontro del loro pensiero sul discorso che portavo avanti; inoltre, il luogo in cui sono iniziate le interviste la prima volta era una collettiva, quindi le persone attraversavano altri luoghi artistici per arrivare nella mia stanza, e avevo paura che ciò le distraesse. Desideravo che le persone si soffermassero realmente, perché l'obiettivo che porto avanti è di far riflettere su questo discorso, e ciò rischiava di essere vanificato dalla velocità con cui la gente attraversava la stanza; quindi ho iniziato per scherzo, senza neanche ricordare che ero già stata ricercatrice sociale: avevo già condotto infatti una ricerca etnografica sul cammino di Santiago, realizzando interviste casuali ai pellegrini per capire quali erano le motivazioni che li spingevano ad intraprenderlo. La mia tesi di sociologia qualitativa si intitolava “Passo dopo passo“ e aveva richiesto 800 chilometri di passi, una quarantina di interviste semi-strutturate, un mese di osservazione partecipante e un anno di stesura. Per questo forse, inconsciamente, mi è venuto automatico fermarmi e chiedere agli spettatori della mostra: “le faccio solo una domanda... chiuda per un attimo gli occhi, li riapra e mi dica... chi tra queste è famiglia?”. Volevo capire qual era la loro prima impressione, vedendo tutti i ritratti insieme, di primo acchito. In quel contesto, la maggior parte delle persone che ho intervistato ha iniziato a rispondermi “tutti”, altri si soffermavano facendo un po' di considerazioni, riflessioni, ma arrivavano comunque alla stessa risposta.
A Bologna immaginavo un terreno ancora più “friendly”; invece abbiamo ottenuto delle risposte molto omofobe. Siamo rimaste a parlare con queste persone per ore intere per cercare di trovare anche solo uno spiraglio, in cui si potesse far passare discorsi molto comprensibili, come la possibilità di adozione del bambino da parte del partner del genitore naturale, quella nota col nome “stepchild adoption” e che non è stata capita da nessuno, tant'è che non è passata nel decreto legge Cirinnà, la legge sulle unioni civili. Una mancanza molto grave, che non tutela tutti quei bambini che si trovano in una situazione di mancata protezione. Grazie alla mostra, grazie alle opere, cerco sempre di affrontare questi discorsi un po' complicati in maniera semplice e chiara. A Bologna ho avuto a che fare con un pubblico forse meno istruito, più arroccato su discorsi che rivelavano una certa chiusura mentale, e mi hanno stupito per le loro risposte che immaginavo invece più accoglienti. E' pur vero che il determinato ambiente espositivo ha sicuramente influito sulle risposte da me ricevute; ma io non volevo portare il progetto unicamente nei luoghi preposti alla cultura proprio per questo: l'occasione formitami da Coop Alleanza voleva dire portare il progetto in mezzo alla gente. Interviste di questo tipo dimostrano che, a differenza di quello che si pensa, c'è uno spaccato di società su cui ancora si deve fare un lavoro di educazione e di formazione; quindi è importante per me continuare a portare in giro il progetto, nonostante questo comporti energia, risorse, non essendo finanziata da nessuno, e provare a fare quel lavoro che la politica non fa, ovvero educazione. Io posso farlo in questo modo perché l'arte è il mio mezzo di espressione, e quindi è importante per me assumermi la responsabilità nei confronti di una società che non mi posso limitare a criticare perché non è come vorrei che fosse. Occorre che io mi assuma, per quello che posso, la responsabilità per quel pezzo di società che è alla mia portata.
3. Usciamo un attimo dalla dimensione sociale e passiamo a quella più artistica. Un altro aspetto che ho trovato interessante nel progetto è stato l'accostamento tra fotografie e disegno, ovvero l'accostamento tra presentazione e rappresentazione. Mi hai già detto quando ci siamo incontrati che tu sei più una pittrice che una fotografa, ma, al di là di mere questioni tecniche, nella storia dell'arte ci sono stati molto artisti che hanno sfruttato il medium fotografico facendo leva sulla sua portata concettuale, come hai fatto anche tu nel tuo lavoro. Qual è dunque il tuo rapporto con questo linguaggio, come pensi possa aiutare il lavoro di un pittore e credi che possa tornare a sfruttarlo in futuro?
In realtà la fotografia era la mia modalità espressiva prima che scoprissi il potere e l'attrazione che provo nei confronti della pittura; uno dei miei primi quadri mi sono ritrovata a farlo in seguito ad una richiesta che mi fecero nel corso di un percorso teatrale. Performavo in questa pura espressione corporea mentre scattavo delle fotografie, e a seguito di questo esperimento teatrale ci è stato chiesto di disegnare quello che avevamo provato: è stata la prima volta che mi sono detta “io questa cosa qui la posso affrontare solo attraverso un quadro”. Nel quadro ci sono due mani che reggono una sfera di plexigas, all'interno della quale ho posto una chiave e una lampadina che la illuminasse, in modo tale che l'effetto luminoso partisse proprio dal centro, con questo senso di velocità che veniva dai lati: rappresentava per me il tenere tra le mani il punto di osservazione, perché la fotografia è proprio il racchiudere in un unico punto una piccola parte della scena che diventa significativa in quanto qualcuno l'ha estrapolata. E quindi la fotografia è diventata pittura, ho iniziato a innamorarmi dell'arte figurativa attraverso le due esperienze, per poi rendermi conto che avevo più bisogno della dimensione pittorica perché mi dava più possibilità espressive. La fotografia spesso mi aiuta a fare uno schizzo molto veloce di ciò che ho in testa, per non dimenticarlo, ma con la pittura riesco ad affrontarlo attraverso la mia impronta, posso metterci qualcosa in più; nel progetto delle famiglie la fotografia aveva senso perché, visto che la fotografia richiama al reale, volevo mostrare quanto realmente una maschera bianca su un viso crei sgomento.
4. A proposito di questo, ho notato che nelle due immagini che compongono le opere tu releghi alla fotografia, quindi a quella che è traccia del reale, l'aspetto negativo, mentre al disegno a gessetto, quello che tu crei come artefatto, dai una connotazione positiva. Il tuo è un tentativo di rifugiarsi in un mondo perfetto ma irreale, o è la volontà di comunicare che attraverso l'arte possiamo agognare ad un mondo ideale dove non esistano discriminazioni?
La realtà alla quale ambisco ha bisogno di tempo, di lavoro; se le ore di lavoro dell'artista riescono a rappresentare una realtà che poi assomiglierà sempre di più a quella rappresentata, allora abbiamo vinto.
E' attraverso la lentezza che si ottiene questo risultato: se io avessi soltanto stampato le foto, sarei stata su quei lineamenti molto poco. Invece è stato bello stare su quegli angoli delle bocche, su quelle narici, su quelle fronti, su quegli occhi per così tanto tempo. Mi è capitato in una delle prime inaugurazioni di vedere una famiglia di quelle che io avevo immortalato e poi ritratto, i cui lineamenti conoscevo ormai a memoria, ma li avevo visti solo la volta dello scatto: quando sono venuti alla mostra, l'emozione che ho provato vedendomeli davanti di nuovo, dopo che avevo lavorato così a lungo su di loro... E' vero che era la seconda volta che li vedevo, ma li conoscevo! Quella pelle la conoscevo benissimo! E' questo il discorso: mettere in gioco il tempo e la conoscenza che crei le possibilità affinchè le cose evolvano nel modo sperato e voluto; perché come ti dicevo, anche banalmente, se le leggi promulgate dal Parlamento venissero emanate con la vera conoscenza dei volti, dei tratti delle persone su cui questa legge poi cadrà, ti assicuro che avrebbero un rispetto maggiore, un'attenzione, una vicinanza, un’aderenza alle reali esigenze e quindi una possibilità di essere motivo di volano positivo per una evoluzione della società in meglio. Che il discorso che ho voluto fare fosse in positivo lo si capisce anche dai colori, dalla contrapposizione col bianco e nero della fotografia. Secondo me era importante che il volto venisse rappresentato attraverso la pittura, attraverso un gesto che richiamasse a un'attenzione maggiore, più lenta, più ferma, perché era una forma di rispetto nei confronti di qualcosa a cui aneli: io anelo a una società migliore e quindi, per quel poco che posso, mi impegno a contribuire in tal senso.
5. Parlando della tecnica usata, quella del gessetto, è una tecnica che ti è cara in generale o è legata a questo particolare progetto?
E' una tecnica che in realtà avevo appena iniziato a sperimentare perché ho sempre fatto dipinti ad olio o acrilico, ho fatto alcune installazioni con tecnica mista creando opere anche con materiali vari... Il gessetto, quando l'ho usato la prima volta, mi ha subito fatto simpatia, perché questa polvere depositata finemente riportava ad un risultato così simile a quello che volevo ottenere, ma di una inedita leggerezza: d'altronde non so neanche quanto dureranno questi quadri, è un materiale molto delicato; quindi, l'idea di fare un lavoro così importante e lungo con una modalità del genere, mi si è palesata come il modo più adatto a descrivere, anche metaforicamente, quello che volevo esprimere. Inoltre il gessetto mi permetteva di usare le dita, di sporcarmi le mani, di avvicinarmi letteralmente all'immagine, ed era proprio quello che volevo. Era importante che utilizzassi i mezzi giusti, carta e gesso, due materiali delicati perché di delicatezza nel trattare la questione ce n'era stata poca, e volevo che ce ne fosse un po' di più.
6. Quali sono state le tappe del progetto?
Il progetto è stato protagonista in tre città, Torino, Bologna e Roma, ma in realtà sono più tappe, se parliamo di luoghi in cui è stato esposto: a Torino sia al festival San Salvario District sia ad Oltre il Binario, al Teatro Espace, a Casa Arcobaleno, alla Fabbrica delle E, nella sala consiliare di Almese; a Roma a Palazzo Ferrajoli e alla Casa Internazionale delle Donne, e a Bologna alla Coop di Via Andrea Costa. Ricordo che, quando ho portato la mostra a Roma a palazzo Ferrajoli, mi hanno comunicato con scarsissimo anticipo che non mi sarebbero stati forniti i mezzi necessari per l'allestimento, e non potevo nemmeno appendere i quadri a parete, trattandosi di un palazzo antico. Dovevo trovare una modalità di allestimento economica, trasportabile e funzionale allo spazio che potevo solo immaginare, ma che non avevo mai visto. E quindi ho pensato di usare dei tavolini, con altezze diverse, in modo tale che i quadri potessero essere disposti su di essi al centro della stanza e non lungo il perimetro della parete. Ero appena tornata da un viaggio a Berlino e questa idea di esposizione mi è venuta pensando al monumento dell'Olocausto, con questi stili di cemento ad altezze diverse che rappresentano lo stillicidio di ebrei. Non volevo mettere il discorso delle famiglie sullo stesso piano, ma in quei giorni si cominciava a parlare del fenomeno delle carceri cecene dove venivano rinchiusi gli omosessuali; volevo che, alla fine di un convegno in cui si parlava del raggiungimento di diritti qui in Italia, ci fosse un piccolo richiamo anche a questo argomento. Mentre montavo queste strutture ero consapevole della loro fragilità, e del rischio che cadessero, ma mi sono detta che, se fossero state urtate, si sarebbe rappresentata quella che è l'indelicatezza della politica (essendo un convegno per politici) nei confronti di temi delicati come la famiglia e l'intimo. Avrebbe metaforizzato l'indelicatezza con cui vengono trattati questi argomenti, ed è successo, perché mettendoli al centro della stanza ho costretto le persone ad avvicinarsi, era come un invito ad entrare realmente dentro al discorso. Ho messo all'ingresso dei cartelli con un segnale di pericolo e il disegno di una piuma e con la scritta “procedere con delicatezza – presenza di famiglie”, ma, nonostante la frase, li hanno fatti cadere lo stesso. Se, per mancanza di delicatezza, invento un termine offensivo come formazione sociale specifica, non penso a quello che ho fatto, mentre se faccio cadere dei quadri mi viene da chiedere scusa immediatamente, pensando di aver fatto cadere un oggetto di valore.
7. Com'è nata la collaborazione con la performance? Quale valore aggiunto ritieni che abbia portato al tuo lavoro?
Quando ho portato la mostra al festival San Salvario District, ho chiesto alla mia compagna Henni e a un mio amico e collega Jordan D'Uggento di aiutarmi a comunicare questo messaggio anche attraverso un altro modo, attraverso un linguaggio non figurativo, padroni delle loro rispettive espressioni artistiche, una l'espressione corporea e l'altro la musica; è così che è nata la performance, che poi abbiamo portato anche a Roma e a Bologna, e adesso è diventata parte integrante del progetto. Alla fine della performance, per le persone che stavano lì in mezzo ai quadri ad ascoltare questo racconto ulteriore, è stato semplice rispondere poi all'unisono “tutti sono famiglia”, perché attraverso altre modalità artistiche è possibile che si comprenda meglio il discorso... l'ha capito perfino mia mamma! Quando le ho fatto vedere il primo video mi ha stupita per il fatto di avermi detto “la maschera vuol dire che se tu la togli diventi te stessa”... il punto essenziale è quello! La maschera è imposta da te stesso, dal sociale, e diventi altro nel momento in cui puoi fare a meno della maschera, te la togli, puoi dare spazio e libero movimento alla tua essenza.
8. Quali sono i tuoi progetti futuri? Sia legati a questo progetto che ad altre cose a cui stai lavorando?
Se, come sembra accadere, l'amministrazione torinese fosse interessata a fare un giro delle circoscrizioni, tutti e tre noi ci siamo, a portare la mostra e la performance e per fare le interviste, magari chiedendo anche aiuto alle associazioni... mi piace che sia un progetto che possa rimanere aperto. A Bologna magari portarlo in un altro luogo, abbinargli un convegno, la presentazione di un libro che tratti un tema simile... Mi piacerebbe che attorno ad esso si possa fare ancora più dialogo. C'è una persona che considero un amico, Gustavo Cuccini, presidente dell'università delle Tre Età oltre che docente di storia dell'arte contemporanea ed estetica a Perugia, che mi ha proposto di organizzare la mostra e la performance in una circoscrizione di Torino, e affrontare il tema in un dibattito. A Torino, grazie a famiglie AGEDO, sono stata invitata ad aprire con la mostra la presentazione di un film di Veronica Pivetti, a tematica LGBTQI. E' stato bello accompagnare le persone nella sala cinematografica attraverso questo percorso di mostra,poter prendere il microfono e raccontare perché è nata, che cosa presenta... Usare quel momento per avere un pubblico con cui parlare, argomentare...
Parteciperò al prossimo Open Torino District Fashion, Art e Design, un festival che coinvolge vari luoghi della città trasformandoli in spazi espositivi, per concerti e spettacoli, giunto quest'anno alla quarta edizione. Dopo aver partecipato alle ultime due, quest'anno sarò anche nell'organizzazione, e mi piacerebbe poter coinvolgere altri artisti ad esporre, perché in quei giorni la città diventa un'immensa collettiva artistica. Ma, se devo essere sincera, adesso ho voglia anche di lavorare ad altre idee: il discorso famiglie, dentro di me, l'ho elaborato abbastanza... Ho anche una bellissima notizia: sono stata selezionata con “Sistema Animascolareˮ, un mio quadro pregresso del 2012, per il circuito off della biennale di Venezia, un'avventura per me inedita fin'ora. Un altro mio prossimo progetto verrà presentato sempre all’Open Torino District, di cui parlo con te in anteprima, e che per ora è solo un'idea: il titolo sarà Cielate e fa riferimento a un quadro che feci ad olio che rappresenta, come fosse un negativo fotografico, un abbraccio molto intimo tra due donne, ma che sembra un cielo di nuvole. Queste due donne si nascondono (si celano) ma in realtà si mostrano, il taglio è fatto da un punto di vista mio femminile e va oltre l'immaginario maschile del rapporto fra donne che male ne racconta l'armonia. Quindi la mia intenzione è quella di presentare una serie di abbracci con la stessa modalità, usando tutte le colorazioni del cielo come fossero negativi, mostrando ma nascondendo quello che l'occhio femminile sa dire a proposito dell'amore fra donne. E' una cosa che ho dentro da un po', ma adesso so come mostrarla.
Stefano D'Alessandro, laureato in Arti Visive presso l'Università di Bologna












