Ma son sì lievi gli uccelli
Per dare peso al volo,
E troppo stanchi i cervelli
Per sollevarsi dal suolo.
Clemente Rebora, da Sacchi a terra per gli occhi

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Ma son sì lievi gli uccelli
Per dare peso al volo,
E troppo stanchi i cervelli
Per sollevarsi dal suolo.
Clemente Rebora, da Sacchi a terra per gli occhi
Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno.
Clemente Rebora
Dimmi che esisti – non chiedo altro: il resto al cuore io lo domando. Sete ingannata da ogni coppa, senza il sapor della tua bocca, riposo illuso in ogni sonno senza il ristoro del tuo corpo. Dimmelo sempre che ci sei, comunque la tua vita speri. La creatura in te più vera ogni vicenda me la svela, la lontananza ansiosa dice l’amor che accanto ammutolisce; Ma so, non so, so che tu sola puoi dirmi: esisto – e dillo ancora.
Clemente Rebora
(ma cosa aveva in cuore lui...?)
Dall’imagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire,
verrà, se resisto
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.
Clemente Rebora
Tutto è al limite, imminente: per lo schianto, basta un niente; da un gran vuoto tutto esorbita nel moto, anime, famiglie, consorzi; tutto è un farsi avanti a spinte e a sforzi: sono contati gli istanti.
Clemente Rebora.
Qualunque cosa tu dica o faccia
c'è un grido dentro:
non è per questo, non è per questo!
E così tutto rimanda
a una segreta domanda...
Nell'imminenza di Dio
la vita fa man bassa
sulle riserve caduche,
mentre ciascuno si afferra
a un suo bene che gli grida: addio!
Sacchi a terra per gli occhi - Clemente Rebora
Leggiadro vien nell’onda della sera un solitario palpito di stella. A poco a poco una nube leggera le chiude sorridendo la pupilla;
e mentre passa con veli e con piume, nel grande azzurro tremule faville nascono a sciami, nascono a ghirlande, son nate in cento, son nate in mille:
ma più io non ti vedo, stella mia.
Clemente Rebora, Stella mia, da Frammenti lirici, Vallecchi, 1947