Quand'ero giovane la miseria di questo paese era terribile. Quello che vede oggi non è nulla in confronto. Io ne ero molto impressionata. Nei villaggi c'erano botteghe in cui i contadini affittavano i vestiti per andare al mercato. Loro non ce li avevano. Li affittavano per la giornata e alla sera tornavano a casa rimettendosi addosso stracci e coperte. Non avevano nulla e ogni centesimo che riuscivano a mettere insieme lo spendevano in funerali. La famiglia media non possedeva nessun oggetto industriale salvo un coltello da cucina. Nient'altro. Non uno spillo, non un piatto, non una pentola, non un bottone. Niente. Nelle città si vedevano i contadini che cercavano di vendere cose prive d'ogni valore: il bullone di un camion trovato per strada, un pezzo rotto di una macchina che nessuno sapeva a cosa servisse. Cose del genere. Erano scene patetiche. Secondo quella gente esisteva per forza qualcuno che cercava quegli oggetti e che ne conosceva il valore, bastava trovarlo. Era una fede che nessuna frustrazione sembrava capace di scuotere. Cos'altro avevano? Per quali altre cose dovevano abbandonarla? Per loro il mondo industriale era inimmaginabile e i suoi abitanti erano veri e propri alieni. Però quella gente non era stupida, per niente. Bastava vedere i bambini. Avevano un'intelligenza spaventosa. E una libertà che noi invidiavamo. Avevano pochissime limitazioni e pochissime aspettative.
Comarc McCarthy, Cavalli selvaggi













