Le Torri #sangimignano #tuscany (presso San Gimignano)
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Le Torri #sangimignano #tuscany (presso San Gimignano)
#trees #nature #nervi #parco (presso Parchi di Nervi)
#parco di #arenzano #nature #buildings #tree #turtle (presso Parco di Arenzano)
presso Santuario di Nostra Signora di Montebruno
Lago del #Brugneto #valtrebbia #parcodellantola #frinti #mulinidibrugneto #leggendadelbrugneto #lagoartificiale #1959 #amga (presso Lago del Brugneto)
interessanti accostamenti (presso L'Amico Ritrovato)
Quand'ero giovane la miseria di questo paese era terribile. Quello che vede oggi non è nulla in confronto. Io ne ero molto impressionata. Nei villaggi c'erano botteghe in cui i contadini affittavano i vestiti per andare al mercato. Loro non ce li avevano. Li affittavano per la giornata e alla sera tornavano a casa rimettendosi addosso stracci e coperte. Non avevano nulla e ogni centesimo che riuscivano a mettere insieme lo spendevano in funerali. La famiglia media non possedeva nessun oggetto industriale salvo un coltello da cucina. Nient'altro. Non uno spillo, non un piatto, non una pentola, non un bottone. Niente. Nelle città si vedevano i contadini che cercavano di vendere cose prive d'ogni valore: il bullone di un camion trovato per strada, un pezzo rotto di una macchina che nessuno sapeva a cosa servisse. Cose del genere. Erano scene patetiche. Secondo quella gente esisteva per forza qualcuno che cercava quegli oggetti e che ne conosceva il valore, bastava trovarlo. Era una fede che nessuna frustrazione sembrava capace di scuotere. Cos'altro avevano? Per quali altre cose dovevano abbandonarla? Per loro il mondo industriale era inimmaginabile e i suoi abitanti erano veri e propri alieni. Però quella gente non era stupida, per niente. Bastava vedere i bambini. Avevano un'intelligenza spaventosa. E una libertà che noi invidiavamo. Avevano pochissime limitazioni e pochissime aspettative.
Comarc McCarthy, Cavalli selvaggi
Il nuovo lusso? Si chiamo “tempo”
di Aldo Nove Capita sempre più spesso di “non avere tempo”. Sembra che in Italia oggi siano tutti presi. Ma spesso non si sa da cosa. E’ sempre più difficile incontrarsi. E’ sempre più difficile sentirsi. Anche tra parenti e amici. Si procrastina. Quello che succede è molto semplice e subdolo allo stesso tempo. Ciò che sta venendo a mancare non è il tempo in sé, ma la sua qualità. E’ come se fossimo sempre più alla ricerca di un tesoro perduto: “il tempo giusto”. Il tempo giusto per fare le cose senza l’oppressione dei pensieri. Troppe cose quindi, e troppo poco tempo per districarcene. Il lavoro salariato tradizionale, quello delle otto ore lavorative quotidiane, e del sabato e della domenica dedite al riposo, stanno svanendo o meglio sono svanite da un pezzo. E non si tratta di rivendicazioni sindacali di vecchio stampo ideologico, ma di un problema antropologico universale: pure il Dio biblico si prese il suo giorno di riposo, dopo avere creato i cieli e la terra. Siamo dunque in una sorta di strana “nuvola” (“cloud”, appunto) in un cielo che non permette tregue e posizioni. Il mutamento continuo è opposto alla stasi. Il tempo, il tempo umano, il tempo soggettivo, è una dimensione interiore. Coincide con uno spazio proprio, libero. E arriviamo così al cuore del problema, almeno per come lo percepisco io. Viviamo il tempo libero come “tempo perso”. Anche se non abbiamo niente da fare. Non c’è nulla di oggettivo. E’ solo una modalità del sentire. Passiamo un sacco di tempo su Facebook e su Twitter, sfogliando pagine di giornali on line. Prendiamo allora l’esempio del giornale. Già andare in edicola, acquistare un quotidiano o un settimanale, sfogliarlo e approfondire quello che ci interessa può sembrarci una perdita di tempo. Si fa prima con un paio di clic. Eppure. Quello che è in gioco è ben altro dal risparmio di tempo. E’ un modo diverso di vivere le cose, e lo è in senso riduzionista. Stiamo andando verso una semplificazione del vissuto che ne diventa anche una specie di pantomima. Detto più semplicemente, siamo impegnati a non essere più impegnati in nulla. Spero di non apparire retrogrado, o “conservatore”, ma forse un po’ conservatore, e senza virgolette, lo sono: conservare le esperienze, la possibilità di gustarsi i cosiddetti “tempi morti” (che morti non sono affatto: generano spesso occasioni) e vivere tutto ciò che ha a che fare con il “rito” (che è sempre sacralizzazione del tempo, anche nelle piccole cose) è importantissimo. C’è un verbo che ha preso piede nell’ultimo decennio. E’ “ottimizzare”. Ma ottimizzare cosa? Talvolta, mi sembra che siamo tutti allineati in una catena di montaggio che non produce nulla. Ma lo produce ottimizzato. Impariamo a concederci il lusso che più può riscattarci dal grigiore: educhiamoci a perdere tempo. Può sembrare cinico, ma non lo è affatto: anche il precariato, l’incertezza di questi giorni possono diventare in questo un ottimo alleato. Perché preoccuparsi non è un’attività. Non risolve i problemi. E’ solo una nevrotica, quella sì, gran perdita di tempo.
Nell’esaltazione del «lavoro», negli instancabili discorsi sulla «benedizione del lavoro» vedo la stessa riposta intenzione che si nasconde nella lode delle azioni impersonali di comune utilità: la paura, cioè, di ogni realtà individuale. In fondo, alla vista del lavoro – e con ciò si intende sempre quella faticosa operosità che dura dal mattino alla sera – si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio d’indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare; esso si pone sempre sott’occhio un piccolo obiettivo e procura lievi e regolari appagamenti. Così una società in cui di continuo si lavora duramente, avrà maggior sicurezza: e si adora oggi la sicurezza come la divinità somma.
Friedrich Nietzsche, Aurora
#Chiesa dei Santi Pietro e Paolo nell'antica borgata di #Costabella. #xvicentury Sulla facciata resti di un affresco di Ricci (#xviiicentury) (presso Biestro Sv)
#brexit #brexitwins #eu
Mi hai spiegato che l'intero universo procede verso una complessità suprema. È un processo in atto fin dai primi attimi di vita dell'universo, e i fisici lo definiscono tendenza alla complessità. E…tutto ciò che aiuta questo processo è bene, e tutto ciò che l'ostacola è male». «Eccellente», commentò Khaderbhai sorridendo con un sopracciglio sollevato. Come sempre non capivo bene se intendesse esprimere approvazione o scherno. Sembrava che Khaderbhai non riuscisse a provare o a esprimere un'emozione senza sperimentare una piccola parte del suo opposto. In una certa misura ero fatto così anch'io. Ma nel caso di Abdel Khader Khan era impossibile capire ciò che pensava di te, o decifrare le sue emozioni. L'unica volta che nei suoi occhi si rivelò tutta la verità - ci trovavamo su una montagna innevata chiamata Ricompensa del Dolore - era ormai troppo tardi, e non vidi mai più quell'espressione. «E questa complessità finale», aggiunse, «può essere chiamata Dio, o Spirito Universale, o Complessità Suprema, come preferisci. Per quanto mi riguarda non ho problemi a chiamarla Dio. L'intero universo procede verso Dio, tende alla suprema complessità che è Dio». «Rimane sempre la domanda che ti ho fatto l'altra volta. Come si fa a decidere se un'azione è giusta o sbagliata? Come stabiliamo cosa è bene e cosa è male?» «È vero. Ho promesso che avrei dato una risposta a questa ottima domanda, e l'avrai, giovane Mr Lin. Ma prima devi rispondere tu a una domanda. Perché è sbagliato uccidere?» «Be', io non penso che sia sempre sbagliato». «Ah», disse in tono pensieroso, con gli occhi d'ambra scintillanti e il sorriso sardonico di nuovo stampato sul volto. «Ebbene, ti annuncio che è sempre sbagliato. Capirai meglio più avanti, procedendo nella nostra discussione. Per il momento, concentrati su un esempio di uccisione che ritieni davvero sbagliata, e dimmi perché». «Be', ecco…la soppressione di una vita in modo contrario alla legge». «In base a quale legge?» «La legge della società. La legge di una nazione», azzardai sentendo il terreno filosofico franarmi sotto i piedi. «E chi crea questa legge?» chiese gentilmente Khaderbhai. «Ecco…i politici le approvano, ma le leggi penali nascono…con la civiltà. Le leggi contro l'omicidio ci sono sempre state, forse fin dai tempi degli uomini delle caverne». «E perché quei primitivi consideravano sbagliato l'omicidio?» «Intendi dire…be', direi perché la vita è unica, irripetibile. È la nostra unica occasione, e distruggerla è terribile». «Anche un uragano è terribile. Ma basta questo per definirlo sbagliato o malvagio?» «No, naturalmente», risposi innervosito. «Senti, mi sembra una domanda oziosa. Abbiamo una sola vita, e se distruggiamo una vita senza un motivo valido facciamo qualcosa di sbagliato». «Sì», disse paziente Khader, «ma perché è sbagliato?» «È così, e basta». «Si arriva sempre a questo punto», concluse in tono più grave Khaderbhai. Mise una mano sul polso che tenevo appoggiato al bracciolo della poltrona accanto alla sua, e con un dito cominciò a scandire i punti importanti del suo discorso. «Se chiedi a qualcuno perché l'omicidio - o qualunque altro crimine - è sbagliato, ti dirà che è contro la legge, la Bibbia, le Upanishad, il Corano, l'ottuplice sentiero del Buddha, i valori appresi dai genitori o da qualche altra autorità. Ma nessuno sa perché è sbagliato. Può darsi che le risposte che ottieni siano vere, ma nessuno sa per quale motivo. «Per capire un'azione, un'intenzione o un effetto dobbiamo sempre porci due domande. Primo: cosa succederebbe se tutti facessero quell'azione? Secondo: l'azione aiuta o ostacola il movimento verso la complessità?» Nazir venne verso di noi seguito da un servo e Khaderbhai s'interruppe. Il servo ci offrì alti bicchieri di tè nero e un vassoio d'argento pieno di dolci squisiti. Nazir guardò Khaderbhai con un'espressione interrogativa e mi rivolse uno sguardo sprezzante. Khaderbhai ringraziò lui e il servo, e i due ci lasciarono di nuovo soli. «Prendiamo ad esempio l'omicidio», continuò Khaderbhai dopo avere bevuto un sorso di tè stringendo una zolletta di zucchero fra i denti. «Cosa succederebbe se tutti ammazzassero il prossimo? Aiuterebbe o ostacolerebbe il movimento verso la complessità? Dimmelo». «Naturalmente se ci ammazzassimo fra noi la razza umana si estinguerebbe. Perciò…non aiuterebbe». «Sì. Noi esseri umani siamo il più complesso aggregato di materia che ci sia dato conoscere, ma non siamo il traguardo finale dell'evoluzione. Anche noi ci svilupperemo e cambieremo, come l'universo. Ma se ci uccidessimo indiscriminatamente, non raggiungeremmo la meta. Cancelleremmo la nostra specie, e il processo di sviluppo che dura da miliardi di anni sarebbe vanificato. Lo stesso vale per il furto. Cosa succederebbe se tutti rubassimo? Sarebbe un aiuto o un ostacolo?» «Sì, capisco. Se tutti rubassero diventeremmo così paranoici e sprecheremmo tanto tempo e denaro che il processo di sviluppo sarebbe rallentato, e non arriveremmo mai…» «Alla Complessità Suprema», concluse Khaderbhai. «Per questo furto e omicidio sono sbagliati: non perché lo dice un libro, una legge o un maestro spirituale, ma perché se tutti lo facessero non arriveremmo mai insieme al resto dell'universo alla Complessità Suprema che è Dio. Ed è vero anche il contrario. Perché l'amore è bene? Cosa succederebbe se tutti ci amassimo? Sarebbe un aiuto o un ostacolo?» «Un aiuto», convenni sorridendo dall'interno della trappola in cui mi aveva cacciato. «Sì. L'amore universale accelererebbe enormemente il movimento verso Dio. L'amore è bene. L'amicizia è bene. La lealtà è bene. La libertà è bene. L'onestà è bene. Lo sapevamo già - lo abbiamo sempre saputo nel profondo del cuore, e tutti i grandi maestri ce l'hanno insegnato -, ma questa definizione di bene e male ci permette di capire perché certe azioni e certi sentimenti sono positivi, e altri negativi». «Eppure esiste anche la legittima difesa», obiettai. «Come valutiamo un omicidio per legittima difesa?» «È un'ottima obiezione, Lin. Voglio che immagini questa scena. Sei in piedi in mezzo a una stanza, e davanti a te c'è un tavolo. Dall'altra parte della stanza c'è tua madre. Un uomo malvagio le tiene puntato un coltello alla gola. L'uomo ucciderà tua madre. Sul tavolo davanti a te c'è un bottone. Se lo schiacci, l'uomo morirà. Se non lo schiacci, ucciderà tua madre. Hai solo queste due possibilità. Se non fai nulla, tua madre muore. Se schiacci il bottone, l'uomo muore e tua madre è salva. Cosa scegli?» «Quel tipo è spacciato», risposi senza esitare. «Proprio così», sospirò Khaderbhai, forse deluso dalla mia scelta immediata. «E in questo caso, salvando tua madre dall'assassino, hai fatto la cosa giusta o sbagliata?» «La cosa giusta», dissi altrettanto rapidamente. «No, Lin, temo di no», disse Khaderbhai aggrottando la fronte. «Abbiamo appena visto che secondo la nostra definizione oggettiva di bene e male uccidere è sempre sbagliato, perché se tutti lo facessero non progrediremmo verso Dio - la Complessità Suprema - insieme al resto dell'universo. Perciò è sbagliato uccidere. Ma i tuoi motivi erano buoni. Dunque hai fatto la cosa sbagliata per un motivo giusto…» Una settimana dopo quella piccola conferenza sull'etica, mentre sfrecciavo nel vento zigzagando nel caos di veicoli moderni e primitivi sotto una coltre di nubi nere e minacciose, le parole di Khaderbhai continuavano a risuonare nella mia mente. "La cosa sbagliata…per un motivo giusto".
Gregory David Roberts, Shantaram
«La storia dell'universo è una storia di movimento», attaccò Khaderbhai continuando a fissare le barche che si scuotevano come cavalli alla briglia. «L'universo che conosciamo - questa è solo una delle sue tante vite - cominciò con un'espansione così rapida e smisurata che possiamo parlarne, ma ci è impossibile capirla, o anche solo immaginarla. Gli scienziati la chiamano Big Bang, ma non fu un'esplosione paragonabile a quella di una bomba. Nei primi istanti dopo quella gigantesca espansione, nelle prime infinitesimali frazioni di secondo, l'universo era come una ricca zuppa fatta d'ingredienti semplici. Talmente semplici da non essere ancora atomi. Mentre l'universo si espandeva e si raffreddava, quei piccoli elementi si unirono e formarono particelle. Poi le particelle formarono i primi atomi. Poi gli atomi costituirono le molecole. Poi le molecole si unirono e crearono le prime stelle. Le stelle seguirono il loro ciclo, ed esplosero producendo una pioggia di nuovi atomi. I nuovi atomi si unirono e formarono altre stelle e pianeti. La materia di cui siamo fatti proviene da quelle stelle morenti. Siamo fatti di stelle. Fin qui mi segui?» «Certo», risposi sorridendo. «Non so dove vuoi arrivare, ma fin qui tutto bene». «Esattamente!» esclamò scoppiando a ridere. «Fin qui tutto bene. Puoi verificare su qualsiasi testo scientifico…in effetti voglio che tu controlli tutto quello che dico, e tutto quello che impari dagli altri. Ma senza dubbio la scienza ha ragione, nei limiti di ciò che conosciamo. È un po' di tempo che studio questi argomenti con l'aiuto di un giovane fisico, e si tratta di dati sostanzialmente corretti». «Sono felice di crederti sulla parola». Ero davvero felice, ma soprattutto di avere la rara opportunità di trovarmi in compagnia di Khaderbhai e godere di tutta la sua attenzione. «Ebbene, nessuno dei processi di cui ho parlato può definirsi un evento casuale. L'universo ha una sua natura, se vogliamo simile alla natura umana. La natura dell'universo è di combinare, costruire, creare strutture via via più complesse. Agisce sempre in questo modo. Se le circostanze sono favorevoli, particelle di materia si uniranno per creare aggregati più complessi. Questa caratteristica del nostro universo - la tendenza a sviluppare un ordine, a creare combinazioni di elementi ordinati - ha un nome. La scienza occidentale la chiama tendenza alla complessità. È così che funziona l'universo».
Gregory David Roberts, Shantaram
Non diventi uomo finché non doni il tuo amore sincero e disinteressato a un bambino. Ma non sei un vero uomo finché non ricevi in cambio l'amore sincero e disinteressato di un bambino.
Gregory David Roberts, Shantaram
adios sol #sun #summer #calavedella #sea #ibiza #ibiza2016 #islablanca (presso Cala Vedella Beach)
In un certo senso si può dire che anche se abbiamo abbandonato il mare dopo milioni d'anni di vita nelle sue profondità, l'oceano è rimasto dentro di noi. Quando una donna porta in grembo un bambino, lo fa crescere nell'acqua, e l'acqua nel suo corpo è quasi identica a quella del mare, contiene quasi la stessa quantità di sali. La donna crea un piccolo oceano nel proprio corpo. Ma non solo. Il nostro sangue e il sudore hanno quasi la stessa composizione dell'acqua di mare. Portiamo oceani dentro di noi, nel nostro sangue e nel nostro sudore. E con le nostre lacrime, piangiamo oceani.
Gregory David Roberts, Shantaram
#sacaleta #sanjose #ibiza #ibiza2016 (presso Sa Caleta Ibiza)