
seen from Malaysia

seen from Lithuania
seen from Venezuela
seen from Venezuela

seen from United Kingdom

seen from Malaysia

seen from United States

seen from Malaysia
seen from United Kingdom
seen from United States
seen from United States
seen from China

seen from Malaysia
seen from China
seen from Malaysia
seen from China

seen from Germany

seen from United States
seen from United States
seen from Sweden
Il punto centrale dello scandalo Consip non sono le tangenti, ancora tutte da dimostrare, ma il fatto che l'inchiesta sia saltata a causa di una "soffiata" (e questa è cosa certa) partita dai collaboratori più stretti di Renzi è arrivata agli indagati che erano sotto intercettazioni. E quelle stesse persone (Renzi e i renziani) che hanno visto l'inchiesta rovinata dalle persone di loro fiducia, adesso vanno in TV a dire che bisogna aspettare la fine delle inchieste per potersi assumere delle responsabilità. Come ci si può aspettare peró che, sulla base di un'inchiesta, i politici si assumano responsabilità se l'inchiesta è stata rovinata dalla politica stessa?
Gratta e Renzi, se sei fortunato puoi vincere fino a 30.000 euro al mese.
... per vedere l'effetto che fa...
Il MacGuffin del caso Consip
Nei film di Alfred Hitchcock, il MacGuffin era un pretesto narrativo, un oggetto apparentemente al centro della scena che fungeva da motore della suspense ma che nello svolgersi della trama si rivelava secondario, se non addirittura superfluo. Insomma, qualcosa che ti mettevi a fissare convinto fosse la cosa importante, e invece era una deviazione. I guanti sulla scena del delitto in Ricatto, il materiale radioattivo nelle bottiglie di vino in Notorius, il segreto sul microfilm di Intrigo internazionale o la ragione per cui gli uccelli si schiantano contro le finestre di Bodega Bay.
Il caso Consip è diventato un gigantesco MacGuffin, un racconto di cui è ormai impossibile distinguere il motore narrativo: le indagini sulla presunta corruzione negli appalti della centrale acquisti della pubblica amministrazione, i traffici di influenze per favorire imprenditori, le presunte fughe di notizie ai massimi livelli istituzionali o la serie di indagini che si sono sviluppare sull’inchiesta stessa. Perché da un certo punto in poi le indagini hanno cominciato a frattalizzarsi, tra trasferimenti di competenza, fughe di notizie e pubblicazione integrale di informative di polizia giudiziaria coperte dal segreto; e poi investigatori trasferiti, la revoca delle indagini al Nucleo Operativo Ecologico, errori clamorosi, presunte falsificazioni e su tutto l’ombra lunga del depistaggio. Il caso Consip oggi è una gigantesca meta-indagine, praticamente impossibile da raccontare, e che finisce sui giornali sempre meno per i reati che dovrebbe accertare, e sempre più spesso per queste indagini sulle indagini, per gli intrecci caotici tra istituzioni dello Stato e movimenti oscuri. Non si dovrebbe parlare d’altro, in realtà.
Nella sua rappresentazione giornalistica il caso Consip stava diventando un paradigma investigativo, come Mafia Capitale, come la Trattativa. Ma poi il racconto è imploso e l’impalcatura su cui l’indagine si muoveva ha cominciato a cedere, rivelando un mondo di mezzo – cit. –, un vero e proprio sottosopra alla Stranger Things, una dimensione investigativa parallela intorbidita, misteriosa e oscura. Lo spostamento di una parte dell’inchiesta da Napoli a Roma, le fughe di notizie e la revoca delle indagini al Noe, che fino a quel momento aveva collaborato con la Procura di Napoli; la scoperta dell’incredibile errore di attribuzione di un’intercettazione ambientale, attorno al cui contenuto ruotava una parte della tesi accusatoria – quella più politica – un errore così grave che i magistrati decidono di aprire un fascicolo per falso e un’indagine per depistaggio a carico di due capitani dei carabinieri. E poi il pubblico ministero titolare originario dell’inchiesta che oggi è indagato dalla Procura di Roma con la nota giornalista televisiva per la fuga di notizie sull’indagine di cui è titolare.
Ma come una grande storia italiana degli anni settanta, ecco entrare in scena il presunto depistaggio da parte dei servizi segreti. Come negare la presenza di una barba finta? Sono passati quarant’anni e a via Fani ancora compaiono e scompaiono automobili, agenti dei servizi, terroristi, e così anche nell’inchiesta Consip non potevano mancare i servizi, in una inception investigativa in cui tutti controllano tutti. I servizi segreti aprono scenari oscuri, gettano quelle ombre geometriche del potere politico sulle indagini e del controllo della politica sulla magistratura. Peccato che l’uomo dei servizi che controllava gli investigatori non esisteva, e che è bastato controllare una targa per rivelare il meta-depistaggio. Quello che emerge è la fotografia di un’indagine percorsa da conflitti tra corpi dello Stato che si manifestano su piani diversi, ufficiali e occulti, in uno scontro tra poteri che non emerge ancora nitidamente, ma che non ha precedenti negli ultimi anni.
A questo punto all’indagine Consip manca veramente poco – l’omicidio di una nobildonna durante un festino, un gruppo di forestali che occupa un ministero – per sublimare in una delle grandi inchieste italiane. Quello che c’è, però, basta per aprire interrogativi enormi sulle forze che si sono mosse in quel sottosopra investigativo e sugli obiettivi che perseguivano, in indagini ad altissimo tasso di strumentalizzazione politica che finiscono sui giornali, alimentando e condizionando il dibattito pubblico e la routine di una democrazia. Senza dimenticare che è un’indagine penale in cui diritti, garanzie, continenza e rispetto della legge valgono per tutti, per gli imputati, ma anche per chi fa le indagini e per chi le racconta. Il problema è che si guarda al caso Consip come a una serie di sfortunati eventi che si sarebbero affollati nella stessa indagine. Capitani pasticcioni, errori di persona, lasciando comunque intendere che il disegno corruttivo scoperto è centrale, mentre anche l’ultimo degli sprovveduti capirebbe che in quel sottosopra si sono mossi conflitti di potere a ogni livello istituzionale, in un disegno torbido, come in ogni depistaggio che si rispetti, e con una torsione pericolosa del meccanismo democratico.
Il MacGuffin del caso Consip non deve sviare l’attenzione da ciò che ancora una volta rivela: un sistema consolidato di relazioni distorte tra stampa, procure, opinione pubblica e dibattito politico. E non servono accertamenti di reato quando le violazioni di diritti e garanzie sono ripetute e il dibattito pubblico è stato drogato da notizie che si sono poi rivelate delle bufale. La remuneratività politica delle vicende giudiziarie è l’unica cosa che conta. La Procura di Roma indagherà sulle responsabilità personali, gli errori, le omissioni, i depistaggi, i falsi e le fughe di notizie. Ma non serve l’accertamento dei reati, bastano i fatti storici messi in fila uno dietro l’altro per dare l’idea di cosa possa nascondersi in un’indagine, e di come sia un interesse primario della magistratura, della stampa e della politica stessa dissolvere una volta per tutte questo coacervo tossico.
Fuga di non notizie
Tutti presi dall’interpretazione critica delle conversazioni telefoniche fra padre Renzi e figlio Renzi (per Spirito Santo Renzi bisogna aspettare un po’, hanno detto Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu), dalla rincorsa alle dichiarazioni di nonna Renzi, l’unica che davvero sappia quanto siano testoni figliolo e nipotino, dalle telecamere accese e puntate dritte in faccia a Tiziano, il quale poi perde la pazienza, forse in fedeltà alla lingua italiana, secondo cui le interviste si concedono, verbo che presuppone cortesia e non obbligo, ecco, presi da tutto questo, ci siamo dimenticati di ricostruire qualche passaggio.
Ed è forse utile per aggiornare i fondamenti del dibattito pubblico, sempre più precostituzionali, creativi e soprattutto sbrigativi: naturalmente al servizio della verità. E allora conviene ricostruire tutto daccapo. L’inchiesta su Consip, la centrale unica degli appalti pubblici, parte dalla Procura di Napoli lo scorso autunno. Su alcuni giornali appaiono le prime notizie, perché sappiamo che il diritto all’informazione pubblica è diventato predominante rispetto ai doveri della giustizia (ci si ricorderà il capolavoro dell’interrogatorio a Virginia Raggi reso in diretta a qualche sito).
L’imprenditore Alfredo Romeo finisce in carcere, e dentro o nei dintorni dell’indagine finiscono il più attivo collaboratore di Matteo Renzi, Luca Lotti, e papà Tiziano. Intanto, per la disciplina delle competenze, il grosso dell’inchiesta passa alla procura di Roma.
E lì saltano fuori un bel po’ di pasticci. Prima la procura di Roma toglie la indagini al Nucleo operativo ecologico dei carabinieri di Napoli (perché un nucleo ecologico indaghi sulle tangenti è un simpatico mistero, ma in fondo il più marginale). Poi sottopone a inchiesta per falso Giampaolo Scafarto, il comandante che lavora per conto del pm napoletano John Henry Woodcock.
Si è infatti scoperto che alcune conclusioni di Scafarto a beneficio di Woodcock erano leggermente fantasiose: la frase attribuita a Romeo («l’ultima volta che ho incontrato Renzi») in realtà è stata pronunciata da un ex parlamentare, Italo Bocchino; gli agenti dei servizi segreti che spiavano i carabinieri, naturalmente per deviare e depistare in favore del premier, in realtà non erano dei servizi segreti ma gente che passava di lì, niente di più; il colonnello sempre dei servizi segreti convocato da Romeo in realtà non era un colonnello ma un dipendente dello stesso Romeo. Se si tratta di errori, Scafarto andrebbe trasferito sulla vetta del Cervino; se invece si tratta di falsi premeditati, ci troveremmo nell’imbarazzante vicenda di un corpo dello Stato che costruisce prove contro il governo. Una condotta eversiva che, tuttavia, sollecita poche riflessioni.
Nel frattempo, procedendo nella sua parte di indagini, Napoli continua in grande serenità e intercetta Tiziano, sebbene non lo indaghi, e in obbedienza a criteri discutibili: infatti Roma, che al contrario indaga Tiziano, decide che non si debba intercettare perché il reato, traffico d’influenze, è periferico. Il 2 marzo a Napoli registrano la conversazione che nel giro di due mesi e mezzo trova ospitalità in un libro di Marco Lillo, giornalista del Fatto, e prima ancora sul Fatto medesimo nella liturgia delle anticipazioni. Renzi dice al babbo cose molto istituzionali (ai magistrati devi dire la verità), cose brusche (non ti credo più) e cose sconvenienti (non tirare in ballo mamma che poi i magistrati vanno anche da lei; hai già detto bugie a Luca, e forse questo Luca è Lotti).
Be’, il dibattito si concentra su un’intrigante questione: quella faina di Renzi sapeva o non sapeva di essere intercettato? E si giunge a conclusioni folgoranti: lo sapeva quando parlava dritto, lo trascurava quando parlava storto. Non è nemmeno più cultura del sospetto, ma il sospetto elevato a grammatica e sintassi del discorso pubblico. Lo stesso Renzi ci casca in pieno e un paio di volte si fa sacerdote del culto di cui è vittima, e che ha prodotto venticinque anni da Torquemada col volenteroso apporto della sinistra, e dichiara che se il padre fosse colpevole meriterebbe pena doppia: modo di dire che sarebbe stato applauditissimo nella Cambogia di Pol Pot.
Ma per concludere va aggiunto che l’intercettazione fra Tiziano e Matteo, giunta in procura a Roma, viene dichiarata penalmente irrilevante. Inutilizzabile per la giustizia, ma utilissima per la battaglia politica. Una fuga di non notizie: spettacolare. Ed è su questo, sui falsi, sulle irregolarità, sullo spaccio di verbali di scarto, che oggi regoliamo la convivenza civile, e lo stato di diritto, di cui si procede alla demolizione in un reality per furiosi annoiati.
Mattia Feltri