Anna Lombroso per il Simplicissimus
Quando ancora il sindacato faceva paura – pensate che nei non lontani anni ’90, la Triplice portò in piazza a Roma un milione di manifestanti – l’obiettivo della “politica” e del padronato era lo stesso di quasi un secolo prima: un unico partito, un unico sindacato, un unico giornale.
Obiettivo raggiunto, anzi nel caso in questione è stato superato, a vedere…
In questi giorni, anche se pochi se ne sono accorti, si sta consumando un evento storico: la fine del consociativismo a Potenza. L'esecutore materiale è un mite ingegnere potentino, un omone paffuto e bonario come un curato di altri tempi, Dario De Luca.
Questo stato delle cose, nei decenni, ha prodotto un accentramento sempre più marcato del potere: i media hanno finito per gravitare tutti in qualche modo intorno ai centri politici, l'economia ha finito per prosperare tutta in qualche modo all'ombra dei contributi pubblici, la stessa intelligenza sociale ha finito per sedersi tutta in qualche modo al riparo della corrente del partito-regione. Ed è per questo che i debiti, gli scandali finanziari, forse persino i fatti di cronaca nera, finivano tutti, anch'essi, in qualche modo per essere occultati sotto la coltre degli interessi, tra le maglie delle relazioni istituzionali, nel groviglio di parentele tra imprenditori, dirigenti, politici e faccendieri.
Poi succede qualcosa, l'irreparabile. Il popolo potentino è talmente nauseato dallo spettacolo, che, contro ogni previsione, vota qualcuno che non fa parte di quella razza padrona che lo governa senza pietà.
In questi giorni qualcuno, evidentemente attirandosi l'odio di molti, ha reso pubblici i dati del disavanzo, mostruoso disavanzo, del Comune di Potenza. Dario De Luca avrebbe potuto occultare quel disavanzo dietro lo schermo di artifici contabili (arte in cui i predecessori sono stati insuperati maestri, per oltre due decenni), supervalutando ancora un pò - per esempio - i "famosi" residui attivi, pezza d'appoggio privilegiata e criminale per coprire l'indebitamento che, da oltre quindici anni, soffoca subdolamente la città, arricchisce le persone vicine alla politica e prepara un futuro di stenti - e di nuova emigrazione - per le nuove generazioni.
Lo avrebbe potuto fare per coprire le responsabilità di sindaci, dirigenti, amici e amici degli amici. E invece no: non lo ha voluto fare.
Il paffuto curato di campagna, con un sorriso, ha reso pubblici i numeri e le cifre, di quel disavanzo. E ha ventilato implicitamente, alla maggioranza in consiglio, che: o rigano dritto e cominciano a collaborare al buon governo del "nuovo corso" (ciao core), o, mancando le condizioni per la governabilità (e mancando all'appello € 31.000.000 dell'esercizio 2014) si va tutti a casa. Cosa che, per molti ex amministratori di centrosinistra, significa andare sotto processo e diventare, di conseguenza, incandidabili (addio sogni di gloria) per dieci anni.
Aveva promesso di aprire i cassetti e di dire ai cittadini la verità. Lo ha fatto, Dario De Luca, nonostante la melassa della città lo abbia continuamente adescato, in questi tre mesi, ammansito, avviluppato nella sua massa.
Oggi abbiamo scoperto la verità: le casse pubbliche venivano usate come un Bancomat, e mentre mancavano i marciapiedi ai disabili e le classi scolastiche ai bambini, venivano finanziate filiere elettorali e opere inutili.
La fine del consociativismo è l'alba del nostro futuro. Ha l'odore delle macerie fumanti e l'aspetto di una città abbandonata, come dopo il terremoto del 1980. Ma ci dà una grande possibilità, nella tragedia: quella di ricominciare a costruire.