RECENSIONE / Velvet - Storie
Un grande ritorno dopo ben cinque anni. Eh sì, avete capito bene. Sono tornati i Velvet. E lasciate da parte lo scetticismo. Sono tornati alla grande, in piena forma. La pausa ha fatto bene al gruppo brit-pop italiano. Ogni tanto bisogna fermarsi durante la corsa, rigenerare i polmoni e ripartire più carichi di prima. Questo deve essere stato il loro trucco.
Storie sancisce un nuovo capitolo per la formazione romana. Un capitolo più maturo, sperimentale e innovativo. Sonorità più pulite. Stile più contaminato. Stavolta i Velvet convincono sul serio, anche lì dove anni fa non convincevano molto. Nostalgico, crudo ed introspettivo il disco passa dal mistero shoegaze di Eravamo Io e Te al rock acido a metà tra The Strokes ed Interpol di Mentre Fuori Piove oppure dal movimentato e rabbioso noise della title-track alla dolcezza di un'azzeccatissima e malinconica cover di Goldfinger degli Ash, che chiude il cerchio e che mostra come la voce del leader, Pierluigi Ferrantini, forse forse rende meglio in lingua inglese che in italiano. Fiore all'occhiello di tutto ciò? Scrivimi Quello Che Fai, triste culla rock soffice e delicata in cui esplode la seducente tromba trapanante e viscerale di Fabrizio Bosso, ospite d'eccezione.
Una miscela semplice di buon rock spumeggiante che riporta sulla cresta dell'onda un gruppo che in futuro potrebbe regalarci grandissime cose. E che allontana un po' l'aura di scetticismo che si era creata in passato. E il timbro limpido ed intrigante di Ferrantini fa sempre un certo effetto.
Un buon album, ben riuscito e molto curato. Cristallino con appena un velo di sporco sopra. Ruvido e tenero al momento giusto. Il brit-rock dei Blur tradotto in italiano. Con un'impronta diversa. Bentornati, Velvet.