Gazza, il genio ribelle biancoceleste
E' il 6 dicembre 1992. Si gioca Pescara-Lazio, partita di serie A che terminerà 2-3. Paul Gascoigne parte da metà campo, salta avversari come birilli, poi scarica sul primo palo trafiggendo il portiere abruzzese Marchioro. È un piccolo capolavoro che conferma le doti straordinarie, mai espresse del tutto a Roma, del calciatore inglese, l'immagine stessa del genio ribelle.
Gascoigne è di gran lunga il giocatore più celebre che abbia vestito la maglia biancoceleste della Lazio. Più di Klose, più di Piola, più di Veron e dei tanti eccelsi protagonisti del secondo scudetto. Per un motivo evidente: quando Gascoigne è arrivato alla Lazio, era all'apice della carriera. Solo Cragnotti avrebbe potuto battere quell'acquisto, se qualche anno dopo fosse riuscito ad arrivare a Ronaldo, il Fenomeno.
Paul si era consacrato ai Mondiali italiani del ’90, in quella semifinale strabiliante persa ai rigori contro la Germania. Con la maglia della nazionale inglese giocò sei partite su sette, saltò solo la finalina per il terzo posto contro gli azzurri, fermato da un cartellino giallo di troppo. C’è invece tutta la jella della Lazio nell'aver dovuto pazientare un anno più del previsto per vedere Gascoigne a Roma.
Migliaia di tifosi biancocelesti erano davanti alla tv quel 18 maggio del ’91: in campo a Wembley il Tottenham e il Nottingham Forest per la finale di FA Cup. E il loro nuovo idolo, quell'inglese spregiudicato e irresistibile, si frantumò il ginocchio cercando di fermare col fallo un avversario. Crociato andato, fuori in barella dopo aver tentato perfino di rientrare in campo, tanto aveva sognato quella finale. Il Tottenham aveva chiesto per cederlo 8 milioni di sterline. Nel balletto di numeri che ne seguì, la versione più verosimile è che la Lazio lo abbia pagato 5,5 milioni, quasi 15 miliardi di lire. A Gascoigne un ingaggio di un miliardo moltiplicato per tre stagioni, a partire dalla seguente.
Cosicché l’operazione superò nel complesso i 20 miliardi, secondo molti anticipati da Sergio Cragnotti che nel frattempo era entrato in società con i Calleri, prima come socio al 10% e definitivamente, con il pacchetto completo delle azioni, il 12 marzo del ’92. Gascoigne ha giocato nella Lazio 47 partite in tutto. Perché allungò l’infortunio di Wembley rompendosi la rotula, sempre del ginocchio destro, durante una rissa in una discoteca di Newcastle, quando era ancora convalescente. E poi, nell'aprile del ’94, toccò un altro apice della sfortuna più nera, spaccandosi tibia e perone durante un normale contrasto in allenamento con l’allora giovanissimo Nesta. Ma forse proprio per questa sua evidente sfortuna, i laziali finirono per perdonargli tutto.
Lo hanno accettato con il codino fatto di extensions, quando si era messo in testa di assomigliare a Mick Hucknall, il cantante dei Simply Red, oppure rasato a zero e con la maschera da Zorro per uno zigomo rotto in nazionale. Lo hanno visto tornare quindici chili in sovrappeso dopo le vacanze estive, chiedere un chewing-gum all’arbitro Bettin che lo stava ammonendo.
Ma forse il gesto tecnico che più di tutti caratterizza il vero Gazza è quello di un Lazio-Ancona del ’93, un 5-0 senza discussioni. Si vede quel ragazzo in maschera partire da centrocampo, seminare avversari, giungere a tu per tu col portiere e allargare il pallone al centravanti tedesco Riedle, invece di segnare un gol che avrebbe fatto crollare l’Olimpico. La generosità. Ecco il lato che si conosce meno di questo eterno bambino. Generosità che Paul ha sempre mostrato anche nella vita. Bastava che un compagno desiderasse qualcosa che lui ne esaudisse i desideri: dal cellulare di Di Vaio, allora troppo costoso per un giovane della Primavera, al guardaroba di Gattuso, giovane emigrato nella lontana Glasgow. Quei due visi appiccicati alla vetrina dovevano ricordargli se stesso bambino.
La drammatica parabola discendente che ha poi caratterizzato il suo dopo-calcio, con la stessa vita messa più volte in gioco, e perfino la notizia di una morte diffusa sui social senza per fortuna rispondere a verità, è la realtà con cui abbiamo a che fare, ormai un mese sì e un mese no, tra annunci euforici di disintossicazione avvenuta e ricadute nel gin più cattivo, quello della solitudine e della disperazione. Gazza - un soprannome, per chi non lo sapesse, derivato sia dal suo caracollare un po’ storto, sia dal soprannome che aveva la squadra giovanile del Newcastle, da dove partì – è stato definito un clown triste.
In realtà è più che altro rimasto un bambino alla ricerca disperata di affetti, di un padre che non fosse un distratto alcoolizzato. Raccontano che piangesse sulla spalla di Zoff, abbracciandolo dopo un litigio o una ribellione. Pianse dopo il gol nel derby, pianse andando via e poi ritornando all'Olimpico da ospite in tribuna per Lazio-Tottenham. Trattato dai laziali come fosse la Regina d’Inghilterra.
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