Come mi piacerebbe essere leggera. L'attesa
L’attesa è una prova per gente forte.
Forte e anche leggera quanto basta a non farsi abbattere dal peso dei giorni che si accumulano sui giorni.
Vorrei essere una beata effimera e invece mi trovo ad avere lo spirito di una pentola di fagioli in piena attività. Vorrei volare con ali trasparenti sopra limpide acque rupestri. Invece sono impegnata in un continuo ribollimento di pensieri.
Il libero professionista aspetta. Dopo aver corso per presentare progetti, costruire un curriculum all’altezza dei suoi talenti, stringere mani e assicurare servizi impeccabili, aspetta. E cosa aspetta? Risposte, conferme, pronti via! Meccaniche celesti governano queste risposte e creano il solco dell’attesa.
Nel frattempo c’è tempo, tutto quello che mancherà dopo, quando il lavoro avrà finalmente inizio e dovrà garantire i risultati promessi. Nel frattempo, mi chiedo tutto quello che non ci si deve chiedere, almeno non troppo spesso. Mi fanno aspettare perché non sono convinti delle mia capacità? Il mio progetto è troppo avveniristico? Troppo bello o troppo serio? Troppo strano? Insomma, dipende da me? Domande insidiose, costruite dal gemello malefico del nostro enorme ego come perfidi strumenti di tortura. Non c’è una vera analisi, solo cieca impazienza mista a un’insicurezza cronica, alla sfiducia nel riconoscimento di un ruolo determinante alla cultura e ad altri fatali ingredienti. Domande senza percorso, fuori dai binari che portano prima o dopo a risposte utili e sensate.
E allora aspetto e mi censuro. Rispondo velocemente a chi mi chiede cosa sta succedendo. Sono evasiva. Covo segretamente un malumore che definirei al meglio pestifero.
Poi la risposta arriva, non importa quale, arriva e finisce l’attesa. Si prende lo slancio e si ricomincia a volare. Forse non proprio come una leggerissima effimera ma si vola.
Mentre il vento rinfresca tutto, pensieri, umori e bollori mi rendo conto che l’attesa così insopportabile non lascia tracce quando finisce. Quindi, in ultimo, mi chiedo: continuo a fare questo lavoro grazie all’esistenza di un potente meccanismo di rimozione oppure è proprio così che funziona? La gioia di fare ciò che faccio è un potente anestetico, un farmaco miracoloso che basta e guarisce da ogni legittima incertezza?
La gioia e anche l’incoscienza e, forse, anche l’ardimento e la vertigine di credere di poter cambiare il mondo.