5 agosto. Mattinata a Danzica. Colori duri, la luce antracite del cielo coperto. Il sole che filtra debole attraverso le finestre del Café Fika, il silenzio del locale; i gesti lenti e rari delle persone, la loro calma, il sonno arretrato; oltre l'ingresso, sul viale Szeroska il traffico scivola muto. Al tavolo, di fronte a me, una donna dagli occhi di porcellana, il viso pulito, un aspetto nordico. L'orrore, i fenomeni apocalittici di cui parlo sempre, nel silenzio mansueto del Café, si fanno spuma nel cappuccio. Siamo d'accordo sul fatto che qualche evento tremendo sta proiettando la sua ombra sul futuro. I segni premonitori della mostruosità sono i miei denti ingialliti dall'uso di un economico dentifricio polacco alla fragola. Il linguaggio razionale non si avvicina minimamente alla mia fede nella vodka. Occorre recuperare la vecchia lingua, quella della Bibbia, che sa cos'è Satana e conosce la Fine del Mondo. Ieri ho visto al museo nazionale il dipinto del Memling sul Giorno del Giudizio. È diventato il mio quadro preferito. Così, in modo infimo, circondata da comodità borghesi, mentre ai margini della mia attenzione scintillano le pietre d'ambra che attirano i turisti, sciorino menzogne. D'un tratto, il fondamento e l'alibi del mio soggiorno polacco sono diventati un'incognita.