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Outback: dove finiscono le nuvole e inizia l'orizzonte
Domenica 13 maggio, ore 15:58, campeggio a Noonamah (NORTHERN TERRITORY) Siamo partiti nel pomeriggio del 30 aprile da Townsiville e per la prima volta al posto di viaggiare da nord a sud o viceversa, abbiamo imboccato la strada che da questa cittadina porta verso ovest, verso l'outback. Dato che non è molto consigliato viaggiare con il buio (gli animali che attraversano la strada rappresentano un grosso problema) ci siamo fermati verso le 6 e mezza di sera dopo aver percorso 250km. Da lì in poi la media sarebbe stata di 700km al giorno fermandosi un'ora per il pranzo per sgranchirci le gambe e far riposare un po' il nostro caro van. Che cosa si può dire dell'outback? Per prima cosa che è molto più "verde" di come lo immaginavo…insomma, verde forse è un parolone, però sicuramente non avrei mai immaginato di vedere tanta vegetazione. Da ciò che avevo letto mi immaginavo una distesa piatta di terra rossa, scarna di vita e arida come il deserto ma evidentemente il tempo molto più umido degli ultimi anni deve aver cambiato le cose anche qui. La cosa che mi ha colpito di più è stato il cielo: di giorno sembrava un velo azzurro appoggiato da qualche parte dopo l'orizzonte, altre volte si potevano vedere nuvole a perdita d'occhio. La bellezza di alba e tramonto era seconda solo a quella del cielo stellato. Viaggiando 7 o 8 ore al giorno le attività da fare non erano molte: si parlava del più e del meno, si leggeva, si ascoltava musica o si dormiva. E si aveva il tempo di pensare. Tanto, tanto tempo. Beh…si guidava molto ovviamente, ma essendo in tre riuscivamo a darci il turno senza diventare matti. Ora uno può pensare che un viaggio così possa essere parecchio noioso. Niente di più sbagliato! Il paesaggio fuori continuava a cambiare e la strada che correva diritta sembrava senza fine e aveva qualcosa di ipnotizzante. Un'altra cosa tipica dell'outback sono i road train: tir giganti con tre (o a volte quattro) rimorchi, lunghi 53 metri e che viaggiano sulla bellezza di 60 ruote a 100km orari. Ecco, per loro gli animali che attraversano la strada non sono un problema. Si può dire il contrario invece. Riuscite ad immaginare cosa potrebbe succedere se con la macchina investiste una mucca ai cento all'ora? Se non morite sul colpo di sicuro la macchina fa una brutta fine. Ecco, ad i road train investire una mucca fa lo stesso effetto che fa ad una macchina investire un gatto. NIENTE! Questi mostri della strada non si fermano mai ed infatti ogni tanto si vedevano carcasse di mucche, canguri, wallaby e qualsiasi altro animale che abbia la sfortuna di attraversare la strada nel momento sbagliato. Devo dire che anche noi abbiamo dato del nostro: verso la fine del nostro viaggio mi sono chiesto quante specie di insetti abbiamo estinto. Il nostro parabrezza sembrava il cimitero degli insetti volanti. Non so se ho visto più stelle nel cielo in quei giorni o più bestie spiaccicate sul vetro. Avendo una persona in più del solito non potevamo dormire tutti e tre nel van e così io ed Henry abbiamo dormito a turno in tenda (che nostalgia!) e al contrario di quello che si può pensare il problema era essere sufficientemente coperti ed isolati dal freddo. Tanto le temperature erano alte di giorno, quanto scendevano di notte. Il massimo l'abbiamo raggiunto quando eravamo in campeggio a Yulara (vicino ad Uluru) dove abbiamo dormito tutti e tre nel letto del van (un esperienza che non si è più ripetuta) dato che la temperatura fuori aveva toccato i due gradi. Le giornate iniziavano con il sorgere del sole e finivano circa un'ora o due dopo il tramonto. Si può dire che seguivamo letteralmente il ritmo della natura. Dopo un paio di giorni non avevamo più un'idea precisa di che ore fossero, ci lasciavamo semplicemente guidare da ciò che accadeva fuori (il ciclo del sole), da ciò che accadeva dentro (lo stomaco che richiede cibo ) e dai chilometri percorsi.
Tanta strada solo per vedere un sasso gigante? Beh…si potrebbe vederla anche così, ma Uluru è molto, molto di più di un grandissimo monolite piazzato in mezzo al deserto. Non posso (perché non ne ho le capacità) descrivere cosa si prova a stare là a guardare questo gigante rosso stagliato contro il cielo, ma posso dire che quel roccione racconta una storia, anzi, molte storie che vanno indietro di migliaia di anni e che si perdono nella notte dei tempi quando, secondo gli aborigeni, animali dalle dimensioni gigantesche crearono il mondo, in quella che loro chiamano l'epoca del sogno, lasciando alcune tracce visibili ancora oggi. Ed Uluru ne è una prova. Dato che un'occasione del genere non capita molte volte nella vita (a meno che non si abiti/lavori a Yulara) abbiamo cercato di fare quante più cose possibili: abbiamo fatto la camminata tutto attorno (dieci chilometri), abbiamo preso parte ad una visita guidata ed abbiamo ammirato da lontano questo gigante sia all'alba che al tramonto, dove Uluru si colora di varie tonalità di rosso o marron a seconda dell'ora. Una cosa che non abbiamo fatto è stata la scalata della roccia. Mi spiego meglio: esiste un punto ad Uluru dove l'inclinazione permette di salire fino alla "vetta". Gli aborigeni proprietari del posto e del parco nazionale che lo circonda, chiedono però di non fare questa scalata per vari motivi. Il primo è che per loro è un luogo sacro e nemmeno a loro è permesso scalarlo, il secondo è che la scalata è molto, molto impegnativa e pericolosa (sono morte varie persone facendola) ed infine non vogliono che Uluru sia legata a ricordi tristi. Per loro è un posto pieno di significati positivi e sarebbe molto triste se qualcuno legasse il posto al ricordo della morte di un caro o di un amico. Penso che, come me, vi starete chiedendo: "Perché tenere aperta la scalata allora?". Dovete sapere che negli anni '80 il governo ha riconosciuto gli aborigeni locali come legittimi proprietari di questo parco nazionale e lo ha restituito loro. Gli aborigeni a loro volta hanno fatto un'accordo con lo stato per la gestione del parco per 99 anni. Naturalmente quando di mezzo c'è la politica si deve fare qualche compromesso e infatti il governo ha proibito la chiusura della scalata in quanto gli australiani considerano un loro diritto poterla fare, considerandolo qualcosa di patriottico, in ricordo dei loro avi che tanto hanno sacrificato per conquistare questa terra selvaggia. Per fortuna nel corso degli anni sono sempre meno le persone che salgono su Uluru, australiani e non. Gli amministratori del parco, infatti, catalogano meticolosamente quante persone entrano nel parco e quante praticano la scalata e quando la percentuale scenderà sotto il 20% per un certo periodo, allora la scalata verrà chiusa definitivamente. Anche se noi non crediamo in serpenti giganti o spiriti cattivi, abbiamo voluto portare rispetto alla cultura degli abitanti locali. Quando è stato il momento di partire ero veramente triste e nonostante abbia visto posti meravigliosi da quando sono qua, credo che Uluru li batta tutti. Credo in quegli otto giorni di viaggio siano stati semplicemente meravigliosi, e non sto parlando solo di Uluru: ci siamo fermati a vedere anche i Devil's Marbles (vedi foto), abbiamo nuotato in terme naturali in mezzo ad una foresta di palme, abbiamo ammirato il cielo notturno scaldandoci al calore di un fuoco ed abbiamo ammirato splendidi tramonti mentre alcuni coyote ululavano in lontananza. Insomma, ci sono state molte più sorprese di quelle che ci aspettavamo e l'outback possiede una magia indescrivibile. Ora siamo a Darwin, dopo circa quattro ore dal nostro arrivo in città abbiamo trovato lavoro (con un piccolo aiuto a dir la verità) e se tutto va secondo i piani staremo qui fino a fine giugno. E poi? E poi si vedrà, come sempre tante idee ma per ora non abbiamo nulla di certo. Lo stesso giorno in cui siamo arrivati abbiamo salutato Henry, il suo volo per tornare a casa è il 18 maggio…con lui ci si rivedrà in Oregon fra qualche anno! Il tempo di permanenza in terra australe si accorcia sempre di più…