L’osmiza sul mare – Diego Manna
Mi sarebbe davvero piaciuto apprezzare questo libro: mi è stato regalato come “simbolo” di Trieste, visto che dopo ben due anni la mia avventura in questa bellissima città è finalmente finita. La persona che mi ha donato il romanzo probabilmente voleva darmi qualcosa che mi ricordasse dei momenti passati insieme, peccato che evidentemente non ha dato una letta prima di comprarlo. Mai regalare libri senza averli giudicati prima, ragazzi.
L’intento dello scrittore è chiaro: creare una copia del Decameron in chiave moderna, racconti narrati dagli avventori di un’osmiza inventata. Per chi non fosse mai stato a Trieste, l’osmiza è, per dirla con le parole di Manna, “un piccolo angolo di paradiso. Il suo nome deriva dallo sloveno osem, otto. Otto come i giorni l’anno in cui, anticamente, queste particolari locande erano autorizzate a vendere direttamente i loro prodotti, e solamente quelli”. Per me e i miei colleghi universitari (99% fuorisede), osmiza eguaglia ad alcool a poco prezzo. All’ora di pranzo.
Prima di addentrarsi nei racconti, il narratore descrive gli avventori di questa particolare locanda; dopodiché annuncia che in questa osmiza invece di starsene ognuno per i fatti suoi, i clienti devono narrare una storia. I tipi di serate sono 3, i racconti in italiano, in triestino e in sloveno, e non capisco perché Manna abbia dovuto specificarlo perché ho passato tutto il libro ad aspettare che iniziasse la giornata triestina, invano. Forse c’è un L’osmiza sul mare, il ritorno dei mona?
Fin qui direi tutto normale, una cornice non particolarmente originale ma neanche terribile. Il problema sono infatti i racconti stessi. Innanzitutto sono rimasta delusa perché è palese che il titolo e l’uso dell’osmiza sia soltanto un modo per far acquistare il libro ai triestini nostalgici: nelle storie non vi è traccia di triestinità, forse qualche parola qua e là, ma niente di più. Sono poi di una noia suprema; dopo qualche decina di pagine ho iniziato a guardare a inizio di ogni racconto quanto fosse lungo. Alcune sono sulla scia di favole di Esopo, con animali parlanti e morali spiaccicate alla fine delle storie a mo’ di monito. Altre sono store pseudo fantascientifiche, con alieni, tecnologie e cloni. Il filo conduttore c’è, però, ed è terribilmente banale: l’uomo corrotto, l’uomo distruttore della natura, la perdita dello stato primitivo eccetera eccetera. Dopo qualche frase di introduzione riuscivo già a capire dove sarebbe finita la narrazione. L’ultimo racconto tenta di dare una conclusione, una speranza di risoluzione, ma anche questa è banale.
Speravo di leggere un romanzo sulla triestinità, ma mi sono ritrovata con un clickbait analogico.
Voto: 4/10
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