Il limite come opportunità di riflessione fra ambizione e cura: la lezione de I Persiani di Eschilo
Il teatro greco di Siracusa torna a farsi specchio millenario dell'anima umana con la messinscena de I Persiani di Eschilo.
Ci troviamo di fronte a un dramma sui generis, un unicum nella produzione a noi pervenuta: Eschilo non attinge al mito remoto, ma alla storia recente. Non mette in scena la gloriosa vittoria dei greci, ma sceglie di far vibrare sul palco l'irruenza delle conseguenze belliche vissute dai vinti, trasformando la cronaca di una guerra recente in un archetipo universale.
Il dramma in breve: A Susa, il coro dei vecchi dignitari e la regina Atossa attendono con ansia notizie del re Serse, partito per conquistare la Grecia. L'angoscia trova conferma con l'arrivo di un messaggero, che annuncia la totale disfatta della flotta persiana a Salamina per mano dei Greci, specificando però che il giovane re è salvo ma in fuga. Per comprendere il disastro, Atossa evoca lo spettro del defunto sposo Dario; l'ombra del grande re appare e spiega che la sconfitta è una punizione divina per la hýbris di Serse, colpevole di aver violato le leggi della natura unendo i due continenti. Infine, Serse fa ritorno a palazzo: umiliato, disperato e vestito di stracci, unisce la sua voce a quella del coro in un lungo e straziante lamento finale che piange la rovina dell'intero impero.
Il teatro della deliberazione e il dialogo con la Polis
Chi si siede sulle gradinate di pietra di Siracusa aspettandosi l'azione pura rimane spiazzato. I Persiani è la tragedia dell'attesa, dell'elaborazione del lutto, del passaggio traumatico dall'illusione alla realtà. Sul palco prevale la deliberazione rispetto all'azione: è una riflessione corale e profondamente interattiva, capace di ricreare quel legame viscerale che nel V secolo a.C. univa lo spettatore ai grandi temi di attualità.
Eschilo non vuole solo narrare, vuole attivare un dialogo. I temi sollevati non appartengono solo al passato, ma risuonano potentemente nel vissuto dello spettatore di ogni epoca:
Il concetto di limite e il rispetto dovuto all'equilibrio del mondo.
Le conseguenze devastanti della hybris a livello individuale e collettivo.
La cecità strutturale di un regime tirannico, capace di sopravvivere alle proprie sciagure ignorando l'evidenza dell'errore pur di non rinunciare a una prospettiva solipsistica, schiacciata sull' "io" del sovrano.
La visione di Àlex Ollé: contaminazioni necessarie
La regia di Àlex Ollé ha saputo cogliere con straordinaria lucidità l'essenza del dramma, attualizzandolo senza mai rischiare di snaturarlo. Le sue contaminazioni non sono orpelli estetici, ma scaturiscono dall'essenza profonda del testo eschileo.
In questa messinscena, le testimonianze disperate dei lutti delle guerre contemporanee si sono innestate sulla struttura classica, rinvigorendo il tì estí del dramma. Il dolore delle madri e delle spose persiane di venticinque secoli fa si sovrappone a quello odierno, ricordandoci che la sofferenza generata dall'ambizione sfrenata non ha epoca.
"La hybris, quando fiorisce, produce come frutto la spiga dell'errore, da cui si miete un raccolto di lacrime." — Eschilo, I Persiani
Dalle gradinate di Siracusa al Boardroom: la sindrome di Serse
Da facilitatore aziendale, osservare il dramma di Serse — che ha portato alla rovina il suo popolo a causa di una spregiudicata e impudente sete di conquista — accende inevitabilmente una lampadina su dinamiche che senza misure di mitigazione potrebbero abitare i contesti organizzativi e i tavoli manageriali, e portarli al collasso.
La hybris, nel business contemporaneo, non indossa i panni di un re persiano, ma si nasconde dietro kpi disallineati e dinamiche di gruppo disfunzionali.
Come si manifesta la Hybris nei Team: tre scenari classici
Nella mia esperienza sul campo, la cecità di Serse si palesa principalmente in tre modi:
Il Silenziamento del Coro (L'effetto Echo-Chamber): Serse ignora i saggi avvertimenti dello zio Artabano prima di partire per la Grecia. Nei team, questo accade quando la leadership si circonda solo di Yes Men. Le voci dissenzienti, gli esperti tecnici o i profili più prudenti vengono visti come "freni dello sviluppo" o "rematori contro". Di conseguenza, i dati reali e i segnali di mercato deboli vengono attivamente ignorati.
Il "Ponte sull'Ellesponto" (La trappola dei costi affondati): Per superare i confini naturali, Serse costruì un ponte di barche, sfidando la natura stessa. In azienda, la hybris si manifesta nell'ostinazione cieca su un progetto o un prodotto palesemente fallimentare. "Ci abbiamo già investito troppi soldi e tempo per fermarci adesso" è la frase tipica. È il rifiuto psicologico di ammettere l'errore, preferendo raddoppiare la posta su una strategia perdente. O l'ignoranza del costo di motivazione, energie e on generale di tutto quello che una volta definivamo " capitale umano".
L'Illusione di Invulnerabilità: Alimentata da successi passati (come le conquiste del padre di Serse, Dario), il team si convince che il proprio modello di business sia eterno e immune ai cambiamenti del mercato, sottovalutando i competitor e sovrastimando le proprie risorse.
A distruggere fatalmente Serse, dunque, non è stata l'ambizione in sé, ma l'incapacità di scindere la propria identità (il suo "Io" regale) dal successo della spedizione militare.
Disinnescare la Tracotanza
Quando un team o un leader imboccano la strada della hybris, l'evidenza dell'errore non basta più a fermarli: serve un intervento strutturato. Il facilitatore, in questo senso, agisce esattamente come il Coro o lo spettro di Dario nella tragedia eschilea: evoca la realtà, fa domande scomode e costringe il sistema a guardarsi allo specchio.
Neo contesti sani, si tende a prevenire certe derive, con una solida infrastruttura di processi e professionisti a garantirne la corretta esecuzione e validità ( noi odiosi HR!). Vogliamo portare i nostri stakeholders a usare il pensiero critico, al confronto e scontro costruttivo, e a ridurre il più possibile ogni tipo di preconcetto istintivo.
Conclusione
L'opera di Eschilo, mediata dalla sensibilità di Ollé, ci lascia un'eredità preziosa. Che ci si trovi nel teatro antico di Siracusa o all'interno di una sala riunioni, la lezione non cambia: la vera leadership non risiede nella forza d'urto dell'azione o nell'espansione indiscriminata, ma nella capacità di deliberare, di riconoscere il limite e di governare l'ambizione attraverso la lente dell'etica e della responsabilità collettiva. Perché nessuna organizzazione, per quanto potente, sopravvive a lungo alla cecità della tracotanza dei singoli.















