Oggi ho partecipato per la prima volta a un recruitment day. Vorrei sorvolare sul mi stato emotivo iniziale, ma per certi versi non posso, mi sentivo come una che stava andando ad elemosinare qualcosa, una poveraccia dall’apparenza misera e bigia, appena uscita da una delle più colossali prese per i fondelli dell’anno. Dopo il cetriolo maxi che mi è stato servito al Colosseo (dove, ovviamente, pochi di voi sanno che ho lavorato), non mi aspetto altro dalla vita. Magari non cetrioli maxi, eh, ma delle variazioni sì, tipo cetrioli in salamoia o roba simile. Quindi sono uscita di casa con in borsa un bel pacco di curriculum aggiornati e rimessi a posto per l’occasione, ho messo in moto la mia macchina e sono partita con dentro la morte.
Sorvolando, però, su come possa essere sfigata la mia vita in questo periodo e sulle varie ricette di prelibatezze ai cetrioli in mio possesso che Giallo Zafferano in confronto è niente, mi sono un po’ stupita quando, a questo evento, ho trovato non solo miei coetanei che hanno avuto percorsi simili al mio e cetrioli volanti molto simili, ma persone grandi, dell’età dei miei genitori. Persone con curriculum impeccabili che, però, non riescono a trovare un lavoro e hanno una famiglia da mantenere. E persone con percorsi meno fortunati, un po’ demoralizzate. Non credo che sarò in grado di dimenticare lo sguardo spento e triste di una signora vestita il più elegante possibile, per ciò che poteva, che mi ha chiesto informazioni. “Eh, io ci sto provando, qui, oggi, a trovare un lavoro. Ci provo tutti i giorni, ovunque, ma sono ancora a casa a preparare il pranzo ai miei figli per quando ritornano da scuola. Mia figlia, quella più grande, è all’ultimo anno di liceo e ha deciso che non vuole fare l’università perché sa che studiare costa molto e noi non ce lo possiamo permettere”.
Io, in quel momento, ho provato a tirarle su il morale e le ho dato qualche consiglio sull’università e su come potrebbe fare, probabilmente tutti inutili, però mi sono resa conto di quanto sia sciocco, talvolta, arrivare alla mia età e deprimersi perché non si riesce a trovare un lavoro, quando fuori dalle quattro mura di casa mia ci sono situazioni ben peggiori, con famiglie che muoiono di fame, altre con figli che rinunciano al loro futuro pur di non pesare sul bilancio di fine mese, e persone considerate “anziane” che si umiliano alla ricerca di un lavoro pur di rendere felici i propri figli. Io, almeno, ho sempre avuto la fortuna di avere una famiglia alle spalle con un posto fisso che, per carità, non ci fa navigare nell’oro, ma almeno ho potuto studiare e posso vivere un’esistenza dignitosa.
Non so, oggi sono tornata a casa un po’ amareggiata e un po’ più triste di quando ero partita, ma per motivi ben differenti da quelli iniziali. Ho lasciato lì la mia frustrazione da mezza-giovane laureata senza lavoro e sono tornata a casa con la tristezza di sapere che sono fortunata per quello che ho. Perché, parliamoci chiaramente, tutti lo diciamo che dovremmo essere felici di ciò che possediamo, ma chi realmente è consapevole di ciò che ha? E chi realmente ne gioisce? Io, tante volte, tendo a dimenticarlo e questo mi fa male.












