LA CHIESA DI SANTO STEFANO AL MONTE A CANDIA CANAVESE
(Testo di François Dellarole – Foto di Katia Ceretti – è severamente vietata la riproduzione delle foto senza il permesso dell’autore -
QUI L’ALBUM COMPLETO: https://www.flickr.com/photos/96501208@N06/albums/72157670311256255 )
-(sopra) la facciata della chiesa
Buonasera cari Amici e bentrovati!
Noto con piacere che le zanzare e la calura non vi hanno fermati e siete ugualmente venuti a farmi visita! Vi apro le porte della mia umile dimora con entusiasmo, felice di avere persone attorno a me così interessate di ascoltare le mie avventure. Anche questa volta vi porterò a Candia Canavese ma nella parte alta del paese, dove un tempo forse sorgeva un antico abitato e, prima ancora, in età pagana doveva esservi un’area sacra. Non spaventatevi se la salita sarà ardua! Per quelli meno sportivi il percorso sarà breve e leggero: potrete recuperare un’autovettura e parcheggiare a pochissimi metri dalla pieve di Santo Stefano, la protagonista indiscussa di questa afosa giornata estiva. Come? Fremete dalla voglia di saperne di più? Orbene! Il vostro Guala è qui per soddisfare ogni curiosità e incrementarla come non mai. Avanti, marsh! Scaliamo l’erbosa collina tutti assieme!
-(sopra) i prospetti della pieve
Candia Canavese, paese famoso per il suo lago che rappresenta una bella oasi naturale, si può mirare uno dei più bei esempi di architettura religiosa romanica della zona: la chiesa di Santa Stefano Al Monte. Per raggiungerla occorre salire su di un punto panoramico dal quale si possono ammirare le Alpi in lontananza e al di sotto tutto l’Anfiteatro Morenico di Ivrea. Le torri che si stagliano verso il cielo e i campanili che spuntano qua e là ci ricordano l’importanza avuta anche in passato di questa terra dalla quale si accede alla Francia attraverso il Passo del Gran San Bernardo.
-(sopra) l’anfiteatro morenico in panoramica
-(sopra) come si formò la Serra d’Ivrea: il ghiacciaio, sciogliendosi, lasciò una pianura con fiumi e numerosi laghi, assieme a quella che oggi chiamiamo “la Serra”, nata proprio in seguito al deposito di materiali morenici lasciati dallo stesso ghiacciaio durante il suo arretramento (questo spiega il perché delle numerose frane alle quali l’intera area è soggetta) -
-(sopra) un esempio
Non abbiamo per ora riscontri archeologici e documentari certi su costruzioni precedenti l’edificio sacro, anche se si ipotizza che in età preromana vi fosse un’area sacra. Le prima popolazioni italiche sceglievano aree lussureggianti, immerse nella natura non a caso: di solito i primitivi templi erano estremamente in connessione con fonti d’acqua, falde sotterranee, con la montagna o la collina...insomma, la maestosità del paesaggio naturale aveva grande importanza e non doveva svolgere ruolo di sola cornice. Le prime notizie certe ci portano al 1177, quando una Bolla Papale sanciva il passaggio di chiesa e convento ai Canonici Regolari del Gran San Bernardo a testimonianza dell’importanza del luogo quale via di comunicazione da e per la Francia. Una serie di “conventi, hospedali e Ospizii” davano asilo sicuro ai viandanti e ai pellegrini che si spostavano per la cristianità e Santo Stefano la Monte non faceva eccezione trovandosi sulla Via Francigena. La bellezza e l’amenità del luogo, la presenza di sorgive e il silenzio imperante inoltre favorivano il raccoglimento dei religiosi, come già dovette essere per le popolazioni pagane. Da un’analisi delle strutture però è da ritenersi probabile la presenza della chiesa già almeno nel secolo precedente. Ipotesi non ancora del tutto avvalorate ricollegano il sito all’Abbazia di Fruttuaria di cui poteva esser un priorato.
-(sopra) ciò che resta degli affreschi barocchi della pieve
Ora poniamoci proprio difronte ad essa. Ammirandola esternamente colpisce della facciata la sua semplicità: si presenta a salienti (detta anche a falda spezzata, ossia quando la forma tipica a “capanna” viene rotta da due strutture più basse, coincidenti con i soffitti delle navate laterali), costruita con materiali poveri, pietre inframezzate da mattoni di recupero. Unico elemento che rompe questa essenzialità è rappresentato da una traccia di affresco quasi illeggibile che appare in alto sopra la porta, la quale si può notare non essere centrale rispetto la facciata ma spostata verso destra. Dalla relazione Pastorale di Monsignor Asinari del 1651 si possono scoprire le ragioni di questa particolarità: in origine alla sinistra incorporato alla facciata sorgeva il campanile che già all’epoca appariva diroccato e dentro al quale era stata ricavata una piccola abitazione per un eremita. Oggi di questo edificio non ne rimane traccia; solamente dei segni sulla muratura testimoniano le trace di un’antica presenza. Orientata verso Oriente e costruita su di un terreno degradante, tutta la sua struttura segue l’andamento della collina su cui sorge. Al di fuori si presenta ancora in parte la tipica decorazione in mattoni ad archetti pensili sulle pareti laterali dove a Nord, ormai sbiadito, era affrescata una Danza Macabra, soggetto insolito in un edificio a carattere sacro. Sul lato sud, in mezzo alla vegetazione, rimangono tracce dei locali conventuali.
-(sopra) l’interno, navata centrale
Amici, cosa aspettiamo ad entrare? Vedete? Ecco davanti ai nostri occhi un ambiente ancor più semplice che fa trasparire una religiosità autentica, forte e tenace come gli uomini che l’hanno costruita. L’aula è formata da tre navate, la centrale, ampia il doppio rispetto alle laterali è coperta da un tetto in legno in cui si vedono le capriate. Le due laterali, coperte da volte in muratura, sono separate da quella centrale da semplici archi a tutto sesto. Appare qua e là, tra il muro in pietre a vista, qualche traccia di affresco. In una si può individuare ancora San Pietro grazie al nome, stranamente in francese, del Santo raffigurato. Sono tutte pitture databili verso la fine del XVII secolo (vedi la relazione pastorale) di modesta fattura. Ma la parte che più colpisce e che rende speciale l’edificio è il presbiterio rialzato di ben 13 gradini a cui si accede tramite una doppia rampa di scale (in origine ce n’era solo una che saliva verso l’altare ossia posta proprio difronte al fedele che partecipava alla funzione). Dunque agli albori la chiesa era conforme al modulo romanico, formata cioè da tre navate chiuse da tre absidi semi circolari. è probabile che in seguito ad un crollo dell’abside centrale e di cedimenti del terreno stesso si eresse una cripta rialzando, di conseguenza, il presbiterio e chiudendo con un semplice muro piatto la parete di fondo.
-(sopra) la cripta e , sul fondo, la copia della statua di Prindall
Figliuoli, non temete le tenebre! Fatevi coraggio e ponete piede sui gradini che conducono alla magnifica e suggestiva cripta! Stropicciatevi gli occhi per abituarli all’oscurità. Ci siete? Bene. Avanti, senza timore! Ecco delle esili colonnine con capitelli di reimpiego reggenti delle voltine. Il materiale utilizzato viene ritenuto proveniente dalla parrocchiale romanica di Candia (vedi San Michele a Candia Canavese) oggi non più esistente perché ricostruita; al suo posto sorge una chiesa con facciata tardo-rinascimentale della quale resta originario il solo campanile. Si ammirano capitelli di foggia longobarda sorretti da colonne sia circolari che quadrangolari ad angoli smussati. Le decorazioni sono arcaiche, rustiche, in sintonia col resto della pieve: il cerchio e il quadrato, le linee spezzate sono loro a farla da padrone. Tutto rimanda ad un aspetto essenziale, trascendente: ciò che contava non era la forma ma la sostanza, il contenuto, il messaggio che il fedele doveva apprendere (forse è proprio per questo che adoro l’arte romanica, in ogni sua manifestazione! Permettetemi l’excursus personale).
-(sopra) uno dei capitelli longobardi
In questa raccolta cripta viene conservata ancor oggi la copia di una statua di antica venerazione: la Madonna col Bambino attribuita allo scultore borgognone Jean de Prindall. L’originale, restaurata, è conservata nella Parrocchiale.
-(sopra) la Madonna col Bambino di Prindall, originale a San Michele
Sempre nella cripta, in un piccolo ambiente attiguo, sulla volta sono affrescati dei personaggi in stile barocco, a parer mio presi poco in considerazione. Non posiamo certamente affermare che essi siano ben realizzati; al contrario: sono alquanto grezzi e poco curati. I volti di quelli che dovrebbero essere gli Evangelisti sono deformi, anti naturalistici e fortemente stilizzati (poco “umani”, aggiungerei). Ma non siamo così severi col nostro anonimo frescante: potrebbe avercela messa tutta ed è peccato mortale disprezzare chi prova ugualmente in un’impresa che supera le proprie capacità! Orbene, definiamoli piuttosto ingenui e fanciulleschi, senza pretese di alcun tipo. Un particolare mi ha profondamente colpito: tra le numerose figure ne spicca una, priva di ali, quindi non un angelo ma piuttosto un personaggio con in una mano un pennello e nell’altra quello che io ravviso essere una piccola tromba vista frontalmente quindi priva di cognizioni prospettiche). Potremmo dunque ipotizzare che esso fosse l’autoritratto dell’improvvisato artista?
-(sopra) possibile ritratto del frescante
Per me la simpatica figurina risulta essere un elemento grottesco, (non che gli altri non lo siano ma in misura maggiore se paragonato al resto) come se l’autore si prendesse un po’ in giro ritraendo il proprio volto in maniera ancor più irreale e buffa rispetto a tutti gli altri personaggi sulla scena. Al centro della volta spiccano la Vergine incoronata da Cristo e Dio, sormontata da una colomba, simbolo dello Spirito Santo: “nel nome del Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”.
In epoca barocca oltre ai vari affreschi e ai vari rimaneggiamenti, sul retro, fu costruito anche un piccolo campanile.
-(sopra) il piccolo campanile in stile Barocco e il contrafforte creato a sostegno della nuova parete di fondo, costruita dopo il crollo del primo abside centrale
Tra le varie curiosità e le ancestrali forme di culto si racconta che fino alla fine dell’Ottocento venivano portate a Santo Stefano le persone ferite dal morso dei cani rabbiosi alle quali per guarire si poneva sulla ferita una chiave incandescente. Quale sarà l’origine di questa antica tradizione che ai più oggi appare come semplice superstizione? Amici, ricordatevi che dietro ad ogni credenza popolare vi è del vero; perciò mai sottovalutare i dati che il folklore ci riserva.
Vi siete sollazzati anche questa volta, cari Amici? Il Vostro Guala se lo augura e aspetta di ritrovarvi presto per la prossima avventura, meno faticosa, senza salite e discese rocambolesche. Alla prossima!
Guala
(Informazioni per visitare la pieve: dal mese di giugno al mese di ottobre la chiesa sarà tenuta aperta dai volontari degli Ecomusei AMI dalle ore 15 alle ore 18. http://www.ecomuseoami.it/index.php?option=com_content&view=article&id=659:chiese-romaniche-il-progetto&catid=74&Itemid=125. Per gli altri mesi telefonare in Comune: 011 983 4645).
-particolare affresco barocco: Cristo











