Editchka
La cucina minuscola accoglie i due commensali pensierosi. C’è una strana atmosfera da chalet alpino in questo soffocante immobile ottocentesco. Una cucchiaiata di brodo bollente abbraccia delicatamente il risotto della Camargue, mentre la zucca matura è ormai una poltiglia color arancio settembrino. Il gorgonzola tagliato meticolosamente a quadretti affonda dentro la pentola anti-aderente, sciogliendosi arrendevolmente al contatto con l’intruglio fumante: l’armonia degli aromi, unita alla freschezza del prezzemolo tagliuzzato con la mezzaluna arrugginita, crea un’anomala ma gradevole situazione autunnale. Era stata mia nonna ad insegnarmi la duttilità della mezzaluna. Fuori pioviggina, con costanza. Eduard siede accanto all’inseparabile samovar, una ciocca di capelli argentati ricopre in parte il cranio rasato, gli enormi occhiali quadrati nascondono la secolare vitalità di uno sguardo perso nei meandri di troppe vite. Le mani ruvide rollano un trinciato, sulla maglietta il volto scolpito di un eroe, l’eroe di un mondo che fu. A guardarlo così, questo strano sessantenne slavo potrebbe sembrare un punk nostalgico oppresso da un’esistenza vuota. Invece no. Altroché. Una volta, raccontano in giro, pare si sia fato scopare da un nero alto due metri con un coso così. Un’altra volta è stato con i cetnici, e anche se non gli piace ammetterlo ha buttato giù un paio di fedayn barbuti e qualche croato di troppo. E poi è tornato nel suo paese a fare il clochard impegnato, con un nutrito branco di cani randagi al seguito. Il risotto fuma nel piatto merlato, ma Eduard sembra non accorgersene. Quando guardo quei pochi capelli grassi, la sciatteria composta e il baluginare sincero dei suoi occhi feriti, penso a quanto sia stata inutile la mia esistenza rispetto alla sua. Editchka aspira straccetti di tabacco cubano, l’aria si decompone all’altezza della carotide: Sai – sussurra distrattamente – ci sono altre vite che non sono la nostra.
















