Day 6
Sì, mi sono dato questa missione, arricchire il webbo di contenuti ebbeti durante tutta questa convalescenza, vorrei lasciarmi dietro una traccia da rileggere tra qualche tempo, quando saremo ritornati a raccontarci la frottola del mondo che cresce e che siamo i migliori. Prendo una boccata d'aria, sopra la mia testa un EFA2000, un Eurofighter con la sua inconfondibile ala a delta e i canard sfreccia a postbruciatori spenti, entra ed esce maestoso dalle nuvole di una mattina fosca. Lo osservo pensando a quella bufala dello sbarco di militari americani che approfittando del virus sono venuti a conquistare l'Europa. E Putin muto. Ma che cazzo ci fa in giro un Eurofighter? Che io sappia, i missili sono poco efficaci contro il nostro esserino simpa. Mi tornano in mente gli anni 80 (starting amarcord - l'anziano Girardi racconta). Eravamo bambini e c'era la guerra fredda. Tutto il giorno, tutti i giorni sfrecciavano con un frastuono assordante i caccia militari sopra le nostre teste. Io pensavo si divertissero un casino a fare sgommate nei cieli, come facevo io con la bici da cross, col cambio al centro del bastone e la ruota dietro liscia. Eravamo io, Fede, Matteo, Giovanni. Eravamo tutto il giorno in stradina a non fare un cazzo, a giocare al gioco di moda in quel periodo. C'è stata la moda del tennis, e allora sfrantumavamo i coglioni al vicinato giocando contro il portone del garage. C'è stato il periodo del circo, prendendo spunto dal vero Circo Togni che aveva distribuito biglietti gratis a tutti i bambini delle elementari. Tornati dallo spettacolo avevamo iniziato ad ammaestrare cani, gatti, conigli, galline. Animali in rivolta ovunque scappavano in strada inseguiti da noi con la frusta fatta con lo spago. C'è stato il periodo del baseball, il giardino dei miei trasformato con le basi, Fede specialista battitore fino a quando per sbaglio a momenti non fracassava il cranio a Matteo con la mazza, nel tentativo di centrare la palla. Esperimenti. Avevo la fissa della capanna, te la ricordi mamma? Al centro del giardino c'erano degli alberi che coi loro rami formavano una specie di grotta, un rifugio. Io lo avevo migliorato legando una struttura fatta con corde, bastoni e vecchi teli di juta, quelli delle patate. Ne era uscita una specie di capanno-tendone dove avevo sistemato una sedia, un tavolo fatto con delle vecchie assi e un diario. Ogni mattina, dopo l'alzabandiera scrivevo gli eventi in programma per il giorno. Arrivavano i miei amici e, neanche a dirlo, in quel periodo andava di moda l'esercito, giocare ai militari. Non era un gioco violento, involontariamente interpretavamo una specie di piccola guarnigione lasciata per qualche assurdo motivo a cazzeggiare in qualche zona marginale dell'impero. Att-tenti! Riposo soldati... e poi boh, costruivamo archi a frecce, bombe a mano fatte con dei fagotti di carta ripieni di terra secca e foglie: lanciandole contro quslcosa esplodevano in una nuvola di fumo. Stavamo li a girare per ore, giorni, ad annoiarci in attesa che succedesse qualcosa. Poi, prima o poi ci inventavamo un altro gioco o qualche adulto non ci veniva a scassare la minkia e tutti a casa. Un giorno avemmo la fantastica idea di costruirci delle fionde, cercammo delle forcelle dentro la siepe di lauro, le sagomammo e tagliammo dei pezzi di camera d'aria di bici per fabbricare l'elastico. Il risultato fù un'arma micidiale, precisissima, ed è ovvio che quando possiedi un arma la vuoi usare: casi di omicidio da parte di forze dell'ordine e guardie giurate varie parlano chiaro. I sassi erano troppo duri, tirarci sassate con la fionda non era una buona idea e dopo pochi test decidemmo che qualcuno ci avrebbe rimesso un occhio. Così pensammo di lanciarci dietro qualcosa di piu morbido, tipo del fango. Andammo avanti un pomeriggio a creare il giusto impasto, che non si sfregolasse appena dopo il lancio ma che non fosse troppo duro da ammazzare qualcuno. In quel mentre arrivò a casa la vicina spaccacoglioni. Parcheggiò il SUV (sì, gia allora) e ci guardò in cagnesco entrando a casa. Eravamo seduti per terra, luridi, impolverati, scalzi, sembravamo la sporca dozzina senza il negro. Gnanca omo a tirarghea a ea, parte Mat, sfidando uno di noi. Oh ragazzi! Sbotto io, guardate che è casa mia, mi ammazzano! Dai proviamo! Fa un altro. Ma proviamo cosa?? Ribatto, sei fuori di testa? A tutt'oggi non credo di poter rivelare chi fù di noi che in uno scatto impugnò la fionda, infilò una palla di merda fangosa, mirò e prima che qualcuno potesse fare qualcosa per fermarlo scoccò il dardo che fece centro sulla facciata della candida, immacolata villetta con giardino di fronte, smerdandola completamente di fango. Ci rendemmo conto immediatamente del dramma, sembrava "Il Dottor Stranamore" quando parte il missile e non si può più fermarlo. Fuggimmo via tutti, un caccia militare sfrecciò proprio sulle nostre teste sottolineando la gravità del momento. Mi ammazza, pensai, riferendomi alla vicina, ai miei, a chiunque. Sarò morto, sarò messo al 41-bis per il resto dell'estate. Il mio cervello, restartato in disaster recovery mode analizzava compulsivamente le possibili vie di uscita. Inventava scuse poco plausibili, scenari in cui era partito un colpo accidentale, idee su come arrampicarci a cinque metri di altezza, di nascosto, per andare a pulire. Tutto inutile. Il fatto strano è che tutto finì li. Nessuno venne a suonare il campanello o a reclamare, e dopo una quindicina di giorni di terrore mi convinsi che la avevamo sfangata. Ed era vero.














