“ Riusciva a fare moltissime cose, perché anche nel distribuire il suo tempo, come nel suo rapporto con le cose materiali, si era imposto di imbrigliare ogni capriccio. Neppure un quarto d'ora al mese dedicava al divertimento o al riposo: «Le mie occupazioni sono molto varie, e il cambiamento è riposo». Nel circolo di amici, i cui centri di attrazione erano Kirsanov e Lopuchov, non andava più spesso di quanto fosse necessario per rimanere in stretti rapporti con esso: «È necessario: i fatti di tutti i giorni provano l'utilità di avere un solido legame con un circolo di persone: bisogna aver sempre sotto mano varie fonti d'informazione». Tranne che alle riunioni generali del circolo, non andava mai da nessuno, se non per affari, né si tratteneva cinque minuti di più dello stretto necessario; e anche a casa sua non tollerava deroghe a questa regola; senza troppi complimenti diceva all'ospite: «Dunque, del suo affare abbiamo già parlato; ora mi permetta di occuparmi di altre cose, perché devo far tesoro del mio tempo». Nei primi mesi della sua rigenerazione, Rachmetov trascorreva quasi tutto il suo tempo leggendo, ma la cosa non durò più di un semestre: quando si avvide di aver acquisito un sistema organico di idee, i cui princìpi erano, secondo lui, giusti, disse: «Adesso la lettura diventa un affare secondario, da questo lato sono pronto alla vita». Cominciò così a dedicare ai libri solo il tempo libero, che in realtà era poco. Ma, ciò nonostante, ampliò le proprie cognizioni con straordinaria rapidità: a ventidue anni era già un uomo dalla cultura profonda e vasta, soltanto perché si era imposta la regola: niente lusso e niente capricci, ma soltanto il necessario. Che cos'era il necessario? Lui diceva: «Su ogni argomento le opere fondamentali sono poche, tutte le altre non fanno che ripetere, dilungare e guastare ciò che con assai maggiore pienezza ed evidenza è racchiuso in questo e poche opere. Esse soltanto sono da leggere, ogni altra lettura è una perdita di tempo. Prendiamo la letteratura russa. Io dico: leggerò prima di tutto Gogol. Nelle migliaia di altri racconti vedo subito, sin dalle prime righe o dalle prime pagine, che non vi potrò trovare altro che una degenerazione di Gogol; perché non dovrei smettere di leggerli? Così accade nelle scienze, anzi in esse il confine è più netto. Se ho letto Adam Smith, Malthus, Ricardo e Mill, conosco l'alfa e l'omega in questo campo e non ho bisogno di leggere neppure uno delle centinaia di economisti politici, per quanto famosi essi siano; dalle prime righe o dalle prime pagine mi accorgo che non troverò in essi neppure una loro idea originale, ma soltanto prestiti e deformazioni. Per parte mia, leggo soltanto le cose originali». Pertanto in nessun modo si sarebbe potuto costringerlo a leggere Macaulay; dopo averlo sfogliato per un quarto d'ora, Rachmetov avrebbe concluso: «Conosco già tutti gli elementi di cui è composto questo polpettone». Lesse con diletto La fiera della vanità di Thackeray, ma chiuse Pendennis a pagina venti: «È una pura ripetizione della Fiera della vanità, non c'è nulla di più, e perció non c'è bisogno di leggerlo. Ogni libro che leggo mi esime dalla necessità di leggerne cento altri», diceva Rachmetov. “
Nikolaj Gavrilovič Černyševskij, Che fare?, traduzione e cura di Ignazio Ambrogio, Edizioni Studio Tesi (collana Collezione Biblioteca, n° 85), Pordenone, 1990; pp. 276-77.
Nota: Il testo originale (Что делать?), che Černyševskij scrisse in prigionia, cominciò ad essere pubblicato a puntate nel 1863 sul mensile letterario russo Sovremennik sino a quando le autorità sequestrarono l’intera opera, ritenuta sovversiva. Il libro circolò clandestinamente fino alla pubblicazione integrale nel 1905, all’inizio della breve stagione riformista dello zar Nicola II.









