37°2 le matin [Betty Blue] (Jean-Jacques Beineix, 1986)

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37°2 le matin [Betty Blue] (Jean-Jacques Beineix, 1986)
" Nel lessico famigliare mio e di hooyo [mamma] una kurkurei è una donna sposata che ogni tanto arrotondava la magra “paghetta” lasciata dal marito con prestazioni sessuali ben pagate dai militari italiani. Una donna considerata dalla comunità come integerrima, ma che per necessità vendeva la sua vagina, a orari insospettabili, agli ex colonizzatori. Quella donna, quella kurkurei di cui hooyo non mi ha mai svelato il nome forse per paura di macchiarne la fama, per paura di essere la causa di uno svelamento postumo delle mancate virtù della signora, era una conoscente di mia zia. Probabilmente mia zia l’aveva fatta partorire. Non conosco la relazione precisa tra le due. Sta di fatto che quando habaryer [zia materna] Faduma era assente, hooyo veniva lasciata a casa di quella donna. Sempre a Shangani. A pochi passi dal mare e dal suo profumo di tonno. La kurkurei si accorse che hooyo lì sotto era ancora intera. Eeb! Vergogna! “Ti dobbiamo tagliare. Sei troppo grande per rimanere così, capisci?” E poi, in fretta e furia, organizzò tutto. “Prima che le venga il sangue e le scorra sulle cosce, per carità.” Hooyo non aveva ancora avuto la prima mestruazione. Era una bambina. ”
Igiaba Scego, Cassandra a Mogadiscio, Bompiani (collana Narratori Italiani), 2023¹; pp. 196-197.
Desert Flower (Sherry Hormann, 2009)
" Io gettai al libro uno sguardo severo e chiesi: «Può lei giurarmi che questo è il libro di maggior successo dell’anno?». «Senza dubbio». «Può affermare che questo è il libro che bisogna assolutamente aver letto?». «Assolutamente». «È davvero un bel libro?». «La sua domanda è del tutto superflua e inopportuna!». «La ringrazio molto» dissi imperturbabile, lasciai dove si trovava il libro che aveva ottenuto il massimo successo di vendita perché bisognava assolutamente averlo letto, e uscii senz’altro aggiungere, ossia in perfetto silenzio. «Uomo ignorante e incolto!» non mancò di gridarmi dietro il libraio, nel suo giustificato corruccio. Ma io lo lasciai dire e continuai per la mia strada, dirigendomi tosto, come in appresso spiegherò e chiarirò, verso l’attigua, imponente banca. "
Robert Walser, La passeggiata, traduzione di Emilio Castellani, Adelphi; 1ª ed. italiana: 1976.
[1ª ed. originale: Der Spaziergang, editore Huber & Co., Frauenfeld, Svizzera, 1917]
Ástin Sem Eftir Er [The Love That Remains] (Hlynur Pálmason, 2025)
" Nella teoria classica delle forme di governo, l’oligarchia, come governo dei molti impotenti da parte di pochi potenti, sta, per così dire, in mezzo, tra la monarchia, il governo di uno, e la democrazia, il governo dei molti o di tutti*. Questo, in teoria. In pratica, si conoscono solo oligarchie, del più vario tipo, più o meno ampie, più o meno strutturate, più o meno gerarchizzate e centralizzate: ma sempre e solo oligarchie. Questo è vero con riguardo alla monarchia, non essendo nemmeno immaginabile, soprattutto negli odierni regimi politici altamente ramificati, un sistema di potere che si regga sulla concentrazione in uno solo. Quello che appare come il monarca o il despota, in realtà è sempre l’espressione di un gruppo organizzato che, in vario modo, lo sostiene e, contemporaneamente, lo tiene imbrigliato. Ma è vero anche, per il verso opposto, con riguardo alla democrazia. "
*Nella concezione moderna, la democrazia è il governo ‘di tutti’, cioè del popolo tutto intero. Nella concezione antica, la democrazia era il governo del démos, da intendersi il ‘popolo minuto’ o, anche, dei poveri, contrapposto all’oligarchia (o aristocrazia) come governo dei ricchi. Era cioè il governo dei molti, o dei più, in quanto, di fatto e per lo più, i poveri sono più numerosi dei ricchi. Ma la democrazia non si sarebbe trasformata in oligarchia se, per ipotesi, vi fossero stati più ricchi che poveri. Aristotele, Politica, 1279b, dice così: «La ragione sembra dimostrare che l’essere pochi o molti sovrani nella polis è un elemento accidentale, l’uno delle oligarchie, l’altro delle democrazie, dovuto al fatto che i ricchi sono pochi e i poveri sono molti dovunque […] mentre ciò per cui realmente differiscono tra loro la democrazia e l’oligarchia sono la povertà e la ricchezza: di necessità, quindi, dove i capi hanno il potere in forza della ricchezza, siano essi pochi o molti, ivi si ha oligarchia; dove invece lo hanno i poveri, la democrazia: e tuttavia capita, come abbiamo detto, che quelli siano pochi, e questi molti».
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Gustavo Zagrebelsky, La difficile democrazia, (Collana Lezioni e Letture della Facoltà di Scienze politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze), Firenze University Press, 2010. [Corsivi dell’autore]
NOTA: Lectio Magistralis inaugurale dell’anno accademico 2009-2010 dell'Università degli Studi di Firenze.
Ich war zuhause, aber... [I Was at Home, But...] (Angela Schanelec, 2019)
" Sapete, Nasten'ka, fin dove sono arrivato? Sapete che sono già costretto a festeggiare l'anniversario delle mie sensazioni, che un volta amavo tanto, che non sono mai esistite, perché questo anniversario si festeggia per quei sogni sciocchi ed eterei, e io lo devo fare, perché anche questi sciocchi sogni non esistono più; e non sapere come tenerli in vita, anche i sogni muoiono! Sapete che mi compiaccio ora, a date stabilite, di ricordare e visitare quei posti dove sono stato felice nel passato, che mi piace costruire il mio presente in armonia con il passato già irrevocabile, e spesso vago come un'ombra senza scopo e senza meta, triste e malinconico, per le tortuose vie di Pietroburgo.
Che ricordi! Mi viene in mente, per esempio, che proprio qui, esattamente un anno fa, in questo periodo, a quest'ora precisa, su questo stesso marciapiede, camminavo altrettanto solo e triste come adesso. E ti ricordi che anche allora i sogni erano tristi, anche se la vita non era meglio, e tuttavia ti sembra che sia stata più facile e più tranquilla, come se quei pensieri cupi, che mi hanno assalito, non fossero mai esistiti, e nemmeno quei rimorsi di coscienza, rimorsi tetri e tristi che né di giorno né di notte ti danno pace. E ti chiedi: 'Dove sono i tuoi sogni?', e scuotendo la testa dici: 'Come volano in fretta gli anni!'. E di nuovo ti chiedi: 'Che cosa hai fatto con i tuoi anni? Dove hai sepolto il tuo tempo migliore? Hai vissuto o no?'. "
Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche, traduzione di Claudia Zonghetti, Mondadori (collana Oscar)
Nota: il celebre racconto giovanile di Dostoevskij fu pubblicato per la prima volta sulla rivista letteraria «Annali patrii» (Отечественные записки) il 31 ottobre 1848.
Le roman de Jim [Jim's Story] (Arnaud Larrieu, Jean-Marie Larrieu - 2024)
“ Un giorno, un industriale napoletano ebbe un'idea. Sapendo che la pizza è una delle adorazioni cucinarie napoletane, sapendo che la colonia napoletana in Roma è larghissima, pensò di aprire una pizzeria in Roma. Il rame delle casseruole e dei ruoti vi luccicava, il forno vi ardeva sempre; tutte le pizze vi si trovavano: pizza al pomidoro, pizza con muzzarella e formaggio, pizza con alici e olio, pizza con olio, origano e aglio. Sulle prime la folla vi accorse, poi andò scemando. La pizza, tolta al suo ambiente napoletano, pareva una stonatura e rappresentava una indigestione; il suo astro impallidì e tramontò, in Roma; pianta esotica, morì in questa solennità romana. È vero, infatti: la pizza rientra nella larga categoria dei commestibili che costano un soldo, e di cui è formata la colazione o il pranzo, di moltissima parte del popolo napoletano.
Il pizzaiuolo che ha bottega, nella notte, fa un gran numero di queste schiacciate rotonde, di una pasta densa, che si brucia, ma non si cuoce, cariche di pomidoro quasi crudo, di aglio, di pepe, di origano: queste pizze in tanti settori da un soldo, sono affidate a un garzone, che le va a vendere in qualche angolo di strada, sovra un banchetto ambulante e lì resta quasi tutto il giorno, con questi settori di pizza che si gelano al freddo, che si ingialliscono al sole, mangiati dalle mosche. Vi sono anche delle fette di due centesimi, pei bimbi che vanno a scuola; quando la provvista è finita, il pizzaiuolo la rifornisce, sino a notte. Vi sono anche, per la notte, dei garzoni che portano sulla testa un grande scudo convesso di stagno, entro cui stanno queste fette di pizza e girano pei vicoli e dànno un grido speciale, dicendo che la pizza ce l'hanno col pomidoro e con l'aglio, con la muzzarella e con le alici salate. Le povere donne sedute sullo scalino del basso, ne comprano e cenano, cioè pranzano, con questo soldo di pizza. “
Matilde Serao, Il ventre di Napoli. (Corsivi dell’autrice)
[Edizione originale: fratelli Treves, Milano, 1884]
سكر بنات (Sukkar banat) [Caramel] (Nadine Labaki, 2007)
" Il giorno dei funerali [di Lenin], il 27 gennaio, coincideva con quello del mio compleanno e così non potei festeggiarlo. Mio padre mi disse: Il tuo compleanno viene abolito -quasi si trattasse di un nuovo decreto del potere sovietico- ormai questo sarà sempre un giorno di lutto. Festeggeremo la tua nascita il 27 maggio, quando la natura si risveglia e tutto fiorisce. La cosa piú interessante è che mio padre ed io andammo insieme all'anagrafe di via Petrovka per cambiare il mio atto di nascita. Sbalordito per la richiesta di Larin, il funzionario dell'anagrafe si oppose e ci consigliò di festeggiare il compleanno il 27 maggio, ma senza cambiare il documento. Finalmente si arrese. E cosí, dieci anni dopo la mia nascita fui registrata una seconda volta. In base al mio nuovo atto di nascita mi venne rilasciato il passaporto, dal quale ancora oggi risulta che sono nata il 27 maggio. "
Anna Larina, Ho amato Bucharin, (traduzione di Giuseppina Cavallo e Lucetta Negarville, collana Albatros) Editori Riuniti, Roma, 1989¹; pp. 253-254.
[ Edizione originale: Незабываемое [Indimenticabile], memorie pubblicate per la prima volta nel 1988 sulla rivista letteraria sovietica Знамя (Vessillo) e subito dopo in volume ]
舟を編む [The Great Passage] (Yuya Ishii, 2013)
" Forse oggi, in questi brutti tempi che corrono, bisogna dire che si parla troppo; era quello che pensavamo; e le troppe parole (pro, contro, su questo, su quello) diventano un rumore indistinto e assordante di fondo, che non cessa mai, dove una persona annega: la televisione fatta di chiacchiere, dei conduttori, dei tanti opinionisti, che Dio li maledica, questi chiacchieroni che predicono anche il futuro e non ci prendono mai; le zuffe dei politici, che Dio li maledica altrettanto, questi burattini faziosi chiusi dentro le loro ideologie; i telegiornali continui sugli infiniti canali, come fossimo sempre sull’orlo dell’irreparabile, e i telegiornali fossero bollettini di un disastro perpetuo: il clima, la pandemia, lo scioglimento dei ghiacci, la deforestazione e tutti questi allarmi di moda, che poi passano, come il buco nell’ozono, che sembrava la fine del mondo ma poi è passato e non se ne parla più. E la musica! continua, ossessiva, nei bar, nei ristoranti, in taxi. E poi internet, che è il regno diabolico delle fesserie sotto forma di informazione, ma su cavolate, che intasano la mente, sommergono, rendono tutto importantissimo, sia una guerra che una crema per la depilazione; un massacro di civili o gli inestetismi della cellulite; una strage di terroristi con centinaia di morti o le tette rifatte di una valletta, o, dicevo io, peggio ancora, le ultime parole di lady Diana, che solo a sentirle mi viene da impiccarmi a una trave, no! lady Diana no! tra tutte le idiozie che ci riversano addosso lady Diana è la più debilitante, sconfortante, assieme agli amori dei vip e di tutti i reali vivi od estinti. "
Ermanno Cavazzoni, Storia di un'amicizia, Quodlibet (collana Compagni Extra), 2026¹; pp. 38-39.
Hypnosen [Hipnosis] (Ernst De Geer, 2023)
" Non avrebbe voluto diventare un eroe, Giovanni Falcone. Perché era convinto che uno Stato tecnicamente attrezzato e politicamente impegnato potesse sconfiggere il crimine organizzato facendo a meno di tanti sacrifici individuali. Per Falcone, la responsabilità collettiva di un ufficio specializzato, di un'istituzione locale, di una Procura nazionale, avrebbe dovuto cancellare le singole personalità, le singole responsabilità e dunque la vulnerabilità dei singoli operatori dell'Antimafia: «Quando esistono degli organismi collettivi,» diceva «quando la lotta non è concentrata o simboleggiata da una sola persona, allora la mafia ci pensa due volte prima di uccidere.» Non avrebbe dunque, Falcone, voluto diventare un eroe. «Vale la pena,» gli avevo chiesto durante un'intervista televisiva del gennaio 1988 «vale la pena rischiare la propria vita per questo Stato?» E lui rispose, un po' sconcertato: «Che io sappia, c'è soltanto questo Stato, o più precisamente questa società di cui lo Stato è l'espressione.» Non eroe per vocazione, ma servitore dello Stato: questo era il giudice Falcone. "
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Dalla Nota introduttiva all'edizione 1995 de:
Giovanni Falcone in collaborazione con Marcelle Padovani, Cose Di Cosa Nostra, Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli.
[Prima edizione: 13 novembre 1991]
Cerrar los ojos [Close Your Eyes] (Víctor Erice, 2023)